8 Luglio 2026, mercoledì
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Medio Oriente, l’ombra lunga di Teheran

Il rapporto dell’intelligence Usa accende l’allarme: l’Iran conserva metà dei droni e una potente capacità missilistica. Escalation su più fronti, mentre Trump evoca nuovi attacchi e il Libano sprofonda nel bilancio di guerra

A un mese dall’esplosione del conflitto in Medio Oriente, il quadro che emerge dai dossier dell’intelligence statunitense è tutt’altro che rassicurante: l’Iran non solo resiste, ma conserva una capacità offensiva sufficiente a destabilizzare l’intera regione. Secondo fonti interne, Teheran dispone ancora di circa il 50% del proprio arsenale di droni e di un ampio stock di missili da crociera, strumenti strategici per esercitare pressione sul traffico energetico globale, in particolare nello snodo cruciale dello Stretto di Hormuz.

Nonostante il rischio crescente, nelle ultime ore tre navi omanite sono riuscite a transitare evitando il blocco, segnale che il corridoio marittimo resta fragile ma operativo. Tuttavia, la minaccia incombe: una chiusura anche parziale dello stretto avrebbe conseguenze immediate sui mercati internazionali e sull’approvvigionamento energetico mondiale.

Sul piano politico, a riaccendere ulteriormente la tensione è intervenuto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che attraverso il suo social Truth ha evocato nuovi potenziali obiettivi sul territorio iraniano: “I ponti sono i prossimi, poi le centrali elettriche!”, ha scritto, lasciando intendere una possibile estensione del conflitto alle infrastrutture civili.

Nel frattempo, la guerra prosegue sul campo con attacchi incrociati. Nella notte, Israele centrale è stato colpito da un lancio di missili iraniani dotati di testate a grappolo: almeno dieci i punti di impatto segnalati, con danni materiali ma, secondo le prime informazioni, senza vittime. Parallelamente, Teheran avrebbe preso di mira una raffineria in Kuwait, mentre fonti riferiscono anche dell’abbattimento di un caccia americano di ultima generazione, un F-35, episodio che — se confermato — segnerebbe un salto qualitativo nello scontro.

Dal Kuwait arriva intanto la conferma di un attacco contro un impianto strategico di produzione energetica e desalinizzazione dell’acqua. Le autorità locali parlano di danni circoscritti e assicurano che le squadre tecniche sono già operative per garantire la continuità dei servizi essenziali e la messa in sicurezza del sito.

Il fronte più incandescente resta però quello libanese. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito oltre 3.500 obiettivi nel Paese nell’arco di un mese, dall’apertura delle ostilità con il movimento sciita Hezbollah. Il conflitto si è esteso al Libano il 2 marzo, quando il gruppo, sostenuto dall’Iran, ha lanciato razzi contro Israele in risposta all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei in un attacco congiunto israelo-americano.

Da allora, la spirale di violenza non si è più arrestata. Israele ha risposto con bombardamenti su larga scala e operazioni terrestri, sostenendo di aver eliminato circa mille combattenti e distrutto infrastrutture chiave: depositi di armi, rampe di lancio e centri di comando. Ma il costo umano è altissimo. Secondo il ministero della Salute libanese, le vittime hanno raggiunto quota 1.345, con oltre 4.000 feriti, tra cui anche donne e bambini.

A rendere ancora più cupo lo scenario sono le parole del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che ha promesso un “prezzo straordinariamente alto” per il leader di Hezbollah Naim Qassem, accusato di aver intensificato gli attacchi durante le festività ebraiche.

In un contesto già segnato da tensioni strutturali, il rischio è che il conflitto si allarghi ulteriormente, trascinando nuovi attori e trasformando una guerra regionale in una crisi globale dagli effetti imprevedibili.

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