8 Luglio 2026, mercoledì
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Medio Oriente in fiamme, tornano i missili su Israele: 18 feriti, grave una bambina. Escalation globale e crepe tra Usa e Nato

Dopo 21 ore di tregua apparente riprendono gli attacchi iraniani. Raid e bombardieri americani su Teheran, Golfo sotto pressione. Trump atteso alla nazione, Rubio avverte: “Rapporti da rivedere a guerra finita”. Sciopero in Cisgiordania contro la pena di morte

Dopo una tregua fragile durata appena 21 ore, il conflitto in Medio Oriente torna a esplodere con violenza. Una nuova ondata di missili iraniani ha colpito il centro di Israele, segnando una drammatica ripresa delle ostilità. Almeno quattro ordigni hanno raggiunto aree densamente abitate, provocando 18 feriti. Tra questi, una bambina versa in condizioni gravissime, simbolo tragico di un conflitto che continua a colpire i civili.

La pausa nei combattimenti si è rivelata illusoria. Nelle stesse ore, l’intero scacchiere regionale è stato attraversato da attacchi e controffensive: droni hanno incendiato un deposito di carburante nell’aeroporto nazionale del Kuwait, mentre gli Stati Uniti hanno intensificato il proprio intervento militare, impiegando bombardieri strategici B-52 per colpire obiettivi sensibili sul territorio iraniano. Un salto di qualità che segna l’ingresso in una fase ancora più pericolosa del conflitto.

La tensione si estende ben oltre il campo di battaglia. Nella notte italiana è atteso un discorso alla nazione di Donald Trump, che nelle ultime ore ha delineato uno scenario tutt’altro che rassicurante: “La guerra durerà ancora due o tre settimane”, ha dichiarato, lasciando intendere un prolungamento delle operazioni militari.

Parallelamente, emergono crepe nei rapporti tra Washington e l’Alleanza Atlantica. Il segretario di Stato Marco Rubio ha lanciato un monito destinato a pesare sugli equilibri futuri: al termine del conflitto, gli Stati Uniti “riesamineranno” il rapporto con la Nato. Parole che aprono interrogativi sulla tenuta del fronte occidentale in una fase già segnata da profonde tensioni geopolitiche.

Nel Golfo, il clima resta incandescente. Gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di vietare l’ingresso ai cittadini iraniani, misura che riflette il timore di un allargamento del conflitto e di possibili infiltrazioni. Intanto, a Baghdad cresce l’allarme per il rapimento della giornalista freelance americana Shelly Kittleson: le autorità irachene hanno avviato una vasta operazione di ricerca, mentre aumenta la preoccupazione internazionale per la sicurezza degli operatori dell’informazione.

Sul fronte palestinese, la tensione si traduce in protesta aperta. In diverse città della Cisgiordania è in corso uno sciopero generale indetto da Fatah, il movimento guidato dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. La mobilitazione è una risposta diretta alla controversa legge approvata dalla Knesset, che introduce la pena di morte per impiccagione per i palestinesi condannati per atti terroristici mortali. Una norma destinata ad alimentare ulteriormente il ciclo di violenza e radicalizzazione.

In un contesto in cui ogni tentativo diplomatico appare fallito, il Medio Oriente si conferma epicentro di una crisi che rischia di travolgere gli equilibri globali. Le armi parlano più forte della politica, mentre il tempo della mediazione sembra allontanarsi, lasciando spazio a uno scenario sempre più imprevedibile.

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