Un terremoto politico scuote il ministero della Giustizia. Le prime crepe si trasformano in fratture evidenti dopo il fallimento del referendum sulla giustizia: il sottosegretario Andrea Delmastro ha rassegnato le dimissioni, mentre anche il capo di gabinetto Giusi Bartolozzi sarebbe sul punto di fare lo stesso. Una doppia uscita che segna un passaggio delicato per via Arenula e apre interrogativi più ampi sulla tenuta dell’assetto politico del dicastero.
La decisione è maturata al termine di una lunga mattinata di incontri e confronti serrati, in un clima segnato da tensioni crescenti. Per giorni la maggioranza aveva tentato di fare quadrato attorno ai due esponenti, entrambi finiti al centro di polemiche proprio nella fase decisiva che ha preceduto il voto. Ma alla fine ha prevalso la linea della discontinuità: una scelta che appare al tempo stesso politica e necessaria, anche alla luce del malcontento emerso nell’opinione pubblica.
Resta ora da capire se si tratti di un intervento circoscritto o dell’inizio di un effetto domino destinato a coinvolgere altri livelli dell’esecutivo.
Il passo indietro di Delmastro e il caso “Bisteccheria”
A formalizzare per primo l’addio è stato Delmastro, che in una nota ha annunciato di aver consegnato le sue “irrevocabili dimissioni” da sottosegretario alla Giustizia. Parole che provano a tenere insieme rivendicazione e ammissione: da un lato il richiamo all’impegno contro la criminalità e ai risultati ottenuti, dall’altro il riconoscimento di una “leggerezza” compiuta.
“Pur non avendo fatto nulla di scorretto – ha spiegato – ho commesso un errore al quale ho rimediato non appena ne ho avuto contezza”. Una responsabilità che Delmastro dichiara di assumersi “nell’interesse della Nazione”, oltre che per rispetto nei confronti del governo e del presidente del Consiglio.
Al centro della bufera mediatica, negli ultimi giorni, era finito il cosiddetto caso della “Bisteccheria d’Italia”: un’attività commerciale di cui Delmastro era stato socio al 25%, insieme – tra gli altri – alla figlia di Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni riconducibili a un clan criminale. Un intreccio che, pur non configurando responsabilità dirette contestate al sottosegretario, ha alimentato un forte imbarazzo politico.
Bartolozzi e le parole sui magistrati
Non meno dirompente la vicenda che ha coinvolto Giusi Bartolozzi. Il capo di gabinetto del ministero era finito nell’occhio del ciclone per alcune dichiarazioni rilasciate durante un’intervista televisiva, in cui aveva commentato l’esito del referendum come un’occasione per “liberarci dei magistrati”, arrivando a definirli un “plotone di esecuzione”.
Parole che hanno scatenato una reazione immediata, sia sul piano politico sia mediatico, riaccendendo lo scontro tra poteri dello Stato e contribuendo ad aumentare la pressione sul ministero proprio nei giorni più delicati.
Un ministero sotto pressione
Il doppio passo indietro arriva alla vigilia di un momento istituzionale significativo: il ministro della Giustizia sarà chiamato a riferire alla Camera in un question time che si preannuncia teso, con il caso Delmastro destinato a occupare il centro del dibattito.
Nel frattempo, il governo tenta di contenere i contraccolpi e di rilanciare la propria agenda sulla giustizia, ma il segnale politico è ormai chiaro: le dimissioni rappresentano un tentativo di disinnescare la crisi e recuperare credibilità.
Resta però aperta la domanda più rilevante: si tratta di un episodio isolato o dell’inizio di una fase più profonda di riorganizzazione? Le prossime ore diranno se il terremoto di via Arenula è destinato a fermarsi qui o a propagarsi ben oltre.
