Il cronoprogramma torna a scandire tempi e ambizioni di una delle opere più discusse della storia infrastrutturale italiana. Il ponte sullo Stretto di Messina potrebbe vedere l’avvio dei lavori entro l’ultimo trimestre del 2026. A indicare una traiettoria precisa è Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina, intervenuto in audizione davanti alla Commissione Ambiente del Senato nell’ambito del dibattito sul decreto relativo ai commissari straordinari e alle concessioni.
Secondo Ciucci, «alla luce delle procedure previste e dello stato di avanzamento delle attività, l’iter approvativo può concludersi entro l’estate 2026», aprendo così la strada alla fase realizzativa pochi mesi dopo. Una previsione che, nelle intenzioni del governo, si inserisce in un percorso normativo rafforzato dal decreto legge dell’11 marzo, destinato a consolidare sia la copertura finanziaria sia l’impianto regolatorio dell’opera.
Il nodo dei costi: inflazione e indicizzazione
Il tema più sensibile resta quello economico. L’evoluzione dei costi – passati dai 3,9 miliardi stimati nel 2006 ai 6,7 del 2011, fino agli attuali 10,5 miliardi – non sarebbe però legata a modifiche progettuali sostanziali, bensì a un fattore ben più ampio: l’impennata dei prezzi.
«L’aggiornamento del corrispettivo è quasi interamente dovuto all’indicizzazione prevista contrattualmente», ha spiegato Ciucci, richiamando in particolare l’impatto dell’aumento dei costi registrato durante la fase pandemica. Un incremento definito «eccezionale», che avrebbe inciso in maniera determinante sulla revisione delle cifre.
Sul piano normativo, l’amministratore delegato ha rivendicato la piena conformità del progetto alla disciplina europea, in particolare all’articolo 72 della direttiva sugli appalti pubblici. «L’indicizzazione dei prezzi – ha sottolineato – è esclusa dal calcolo del limite del 50% che imporrebbe una nuova gara». Una precisazione cruciale, perché delimita il perimetro entro cui eventuali modifiche contrattuali possono essere considerate legittime.
Varianti e limiti europei
Altro punto affrontato riguarda il tema delle varianti progettuali. Anche in questo caso, Ciucci ha cercato di smontare le criticità emerse nel dibattito pubblico e istituzionale. «Le eventuali varianti non si cumulano tra loro, ma vanno valutate singolarmente», ha chiarito, aggiungendo che, anche considerando gli aggiornamenti introdotti, «restiamo ampiamente al di sotto della soglia del 50%».
Una linea difensiva che punta a blindare il progetto sotto il profilo giuridico, evitando il rischio di contenziosi o rallentamenti legati a una possibile riapertura delle procedure di gara.
Il decreto e la spinta politica
A fare da cornice, il decreto legge dell’11 marzo, che – nelle parole dell’ad – «ribadisce la volontà del governo di realizzare l’opera» e ne conferma la copertura finanziaria. Il provvedimento interviene anche sulla rimodulazione delle risorse nel tempo, adeguandole allo slittamento del cronoprogramma dovuto ai rilievi della Corte dei conti.
Non solo: il testo normativo punta a recepire proprio le osservazioni della magistratura contabile, definendo con maggiore precisione gli adempimenti richiesti e chiarendo alcuni passaggi della complessa normativa speciale che regola il progetto.
Tra accelerazione e incognite
Il messaggio che arriva dal Senato è dunque chiaro: il dossier Ponte torna in corsa con una tabella di marcia definita e un impianto normativo rafforzato. Resta però aperta la sfida più ampia, quella di tradurre le previsioni in cantieri concreti, in un contesto ancora segnato da incognite economiche, tecniche e politiche.
Dopo decenni di annunci e stop, il 2026 viene ora indicato come l’anno decisivo. Ma, come insegna la lunga storia del ponte, tra programmazione e realizzazione il passo resta tutt’altro che scontato.
