25 Settembre 2026, venerdì
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Violenza politica, scontro totale alla Camera. Bonelli mostra le minacce: “Così diventiamo bersagli”

Commemorazione per Quentin Deranque, ucciso a Lione. L’opposizione chiede un’informativa urgente di Matteo Piantedosi. Accuse incrociate tra maggioranza e minoranza sul clima d’odio

La violenza politica irrompe nell’Aula di Montecitorio e accende uno scontro frontale tra maggioranza e opposizione. Il teatro è la Camera dei deputati, il detonatore la commemorazione di Quentin Deranque, giovane militante nazionalista ucciso a Lione. Ma nel giro di pochi interventi il cordoglio si trasforma in resa dei conti sul linguaggio pubblico, sulle responsabilità politiche e sulle conseguenze di un clima che tutti definiscono preoccupante, ma che nessuno legge allo stesso modo.

“Vediamo in quest’Aula crescere la violenza verbale di giorno in giorno”, attacca il leghista Paolo Formentini, puntando il dito contro un’escalation retorica che, a suo dire, rischia di diventare benzina per chi sta fuori dal Palazzo. “Così si incita alla violenza chi è fuori da quest’Aula”, afferma. La replica arriva dai banchi del Movimento 5 Stelle: “La politica non dovrebbe nutrirsi del sangue”, ribatte Enrica Alfano, respingendo ogni tentativo di trasformare un fatto di cronaca drammatico in un’arma polemica.

Ma il momento più teso si consuma quando prende la parola Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra. Il deputato denuncia “gravissime minacce di morte” ricevute negli ultimi giorni, insieme al collega Nicola Fratoianni, e punta l’indice contro una narrazione che – sostiene – alimenta l’odio. “È gravissimo leggere di leader di partito che mettono il simbolo di Avs sopra l’immagine dell’efferato omicidio di Quentin”, dice dall’emiciclo, facendo riferimento anche al vicepremier Matteo Salvini.

Poi il gesto che ammutolisce l’Aula: Bonelli sventola alcune lettere ricevute a casa. “Qui c’è l’immagine di mia moglie e mia figlia, con l’indirizzo di casa”. E ancora: “Quest’altra è arrivata pochi giorni fa, legata agli scontri di Torino: ‘prenderemo a martellate i vostri figli, vi spareremo in testa’”. Infine un messaggio indirizzato alla sorella, con minacce esplicite di impiccagione in piazza Maggiore, a Bologna. Parole crude, pronunciate senza filtri, che trasformano il dibattito politico in una scena di vulnerabilità personale. “Così rischiamo di diventare bersagli”, accusa.

La richiesta di un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla violenza politica arriva da più fronti dell’opposizione. Federico Fornaro (Pd) richiama una lezione storica: “Nessuno della Democrazia Cristiana, partito di governo, provò ad abusare dell’etichetta di Brigate Rosse per criminalizzare i partiti della sinistra. Questa lezione va imparata”. Un monito a non utilizzare categorie estreme per delegittimare l’avversario.

Dai banchi della maggioranza, tuttavia, si respinge l’idea di un clima a senso unico. Martina Semenzato (Noi Moderati) avverte: “La violenza si deve contrastare senza ambiguità, altrimenti si diventa complici”. E Augusta Montaruli (FdI) sollecita un “atto aggiuntivo di presa di distanza, di condanna unanime” per l’uccisione del giovane a Lione, sottolineando che si tratta di “un fatto non distante da altri episodi che, fortunatamente, non hanno avuto lo stesso epilogo, ma che portano in sé il medesimo germe di odio politico”.

La condanna dell’omicidio è trasversale. Nessuna forza politica si sottrae alla solidarietà per la vittima. Ma la frattura si riapre immediatamente sulle cause e sulle possibili ricadute. Per il Movimento 5 Stelle “non ci sono parole” per descrivere l’orrore di quanto accaduto, ma questo – avvertono – non può tradursi in una compressione delle libertà fondamentali, a partire dalla libertà di espressione e dal diritto al dissenso.

È qui che si misura la distanza più profonda: tra chi vede nella radicalizzazione del linguaggio pubblico una responsabilità diretta della politica e chi teme che la denuncia dell’odio si trasformi in un pretesto per limitare il conflitto democratico. In mezzo, le minacce esibite in Aula, le famiglie tirate in ballo, l’ombra di una stagione che molti evocano ma che nessuno vuole davvero rivivere.

La Camera si divide, si accusa, si difende. E mentre l’emiciclo torna lentamente al brusio ordinario, resta sospesa una domanda: se la violenza è ormai parte del lessico politico, chi è disposto a disarmarlo davvero?

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