3 Aprile 2026, venerdì
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L’angelo “Meloni” cancellato a Roma: dal selfie al ripristino del buon senso

Il volto della premier sparisce dagli affreschi di San Lorenzo in Lucina: il Vaticano ordina il ritorno all’originale. Il restauratore: “La Curia ha voluto così”; il parroco: “Era più attrazione che luogo di preghiera”

A cura di Daniele Cappa

Roma – È durato poco il momento di gloria dell’angelo con il volto di Giorgia Meloni. Nella notte, Bruno Valentinetti, il restauratore al centro di polemiche, ha cancellato l’esperimento artistico che aveva trasformato la basilica di San Lorenzo in Lucina in un insolito e temporaneo set fotografico. “L’ho fatto perché me lo ha chiesto il Vaticano”, ha spiegato. “La Curia ha voluto così e io ho coperto il volto”. L’opera originale sarà presto ripristinata, mentre restano nella memoria dei romani – e nei social – i selfie più curiosi degli ultimi giorni.

Quando l’arte diventa show
Monsignor Daniele Micheletti, parroco della basilica, non ha nascosto il suo sollievo: “Lo abbiamo rimosso perché stava diventando divisivo. E poi c’era una processione di curiosi più interessati al selfie che alla preghiera. Era impossibile”. Una posizione condivisa dal cardinale Baldo Reina, secondo cui “le immagini sacre non possono diventare strumenti di strumentalizzazioni o propaganda politica”.

Il risultato finale dell’esperimento, a dire il vero, non aveva convinto neanche i più entusiasti: le fattezze della premier, applicate con apparente buona volontà, apparivano più da bozzetto improvvisato che da raffinato restauro rinascimentale. La combinazione di lineamenti incerti e sguardo angelico generava un curioso effetto “tra Caravaggio e meme politico”, facendo della basilica una meta turistica più che un luogo di culto.

Il ritorno all’originale
Ora l’obiettivo è riportare l’affresco alla sua forma originale, cancellando ogni traccia dell’iniziativa. La Soprintendenza Speciale di Roma, su indicazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, ha già avviato una ricerca d’archivio per recuperare foto, disegni o documentazioni che mostrino i lineamenti originari dell’angelo.

Quello che resta di questa breve epopea è una lezione chiara: l’arte sacra non ama gli esperimenti politici, né i volti troppo famosi. L’angelo con le sembianze della presidente del Consiglio ha fatto sorridere, scatenato selfie e curiosità, ma la chiesa ha subito ricordato che i santi non si prestano a cameo mediatici. E così, tra ironia e polemica, San Lorenzo in Lucina torna a essere ciò che è sempre stata: un luogo di preghiera e di storia, non un set da social network.

Al di là della curiosità e dei selfie, il gesto di Valentinetti non può essere considerato una semplice bizzarria artistica: intervenire su un’opera sacra senza rispettarne i lineamenti originari rappresenta una violazione seria dei principi di tutela del patrimonio culturale. Episodi simili nella storia dell’arte hanno spesso generato scandali e reazioni internazionali: basti ricordare il restauro del Cristo della “Cappella della Pietà” a Valencia, rovinato da un tentativo di “modernizzazione”, o il caso di un affresco medioevale a Firenze che fu modificato negli anni ’70 con risultati irreversibili. In contesti internazionali, interventi del genere sarebbero stati immediatamente fermati da soprintendenze e ministeri della Cultura, con conseguenze legali per il restauratore e richiamo pubblico per le autorità politiche coinvolte.

La sottovalutazione del fenomeno da parte della premier, che non ha commentato pubblicamente l’accaduto fino a quando il caso ha preso risonanza mediatica, rischia di essere letta come un segnale di scarsa attenzione verso la tutela del patrimonio artistico e religioso nazionale, e dimostra quanto sia fragile il confine tra l’uso mediatico di un’immagine e il rispetto della storia e della tradizione. Un episodio che, in qualsiasi altro Paese con vincoli culturali rigorosi, avrebbe avuto ripercussioni ben più pesanti, confermando la gravità di considerare un affresco sacro come una tela da sperimentazione personale.

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