15 Agosto 2026, sabato
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Tra potere e ombre: Se la Mafia si fa Stato

Dallo “stalliere di Arcore” ai legami tra politica, criminalità e affari: un racconto che attraversa decenni di storia italiana tra suggestioni, memorie e interrogativi irrisolti.

LA RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

Bisognerà prima o poi capire i meccanismi attraverso i quali il grande capitale illecito è confluito in interessi leciti affidati e gestiti da soggetti politici, fino a tradurre la relazione economica in cointeressenza  nella gestione della cosa pubblica.

Stallieri e prospettive
I meno giovani ricorderanno le vicende del cosiddetto “Stalliere di Arcore”, un soggetto appartenente a una cosca della mafia siciliana, assunto con il ruolo di stalliere in una villa brianzola priva di cavalli e di stalle.

Era l’epoca in cui il Cavaliere, forse bisognoso di assistenza “in quanto tale”, costruiva e sviluppava in modo impetuoso i suoi imperi, dall’edilizia alla televisione commerciale. Secondo indiscrezioni riportate da noti giornalisti italiani, avrebbe acconsentito ad acquisire crediti e liquidità da soggetti irregolari, ovvero non bancari o istituzionali.

Più o meno negli stessi anni, lo stesso Cavaliere, entrato in politica, contribuiva a superare il pregiudizio anti-missino, proponendo la candidatura del segretario del partito post-fascista a sindaco di Roma.

Forse l’assunzione dello stalliere fu un atto di umana carità; forse, invece, una necessaria acquiescenza a un controllo diretto del debitore da parte dei creditori. Sarebbe interessante saperlo.

Bombole e bombaroli
Ancor prima che quanto sopra accadesse, nei tempi oscuri del conflitto bellico, si racconta di un notabile partito dalla costa etnea per approdare a Milano, dove riuscì ad acquisire un’importante impresa di gas liquido insieme ad altri capitali appartenenti a famiglie ebraiche benestanti, travolte dalle decisioni nazifasciste.

Quel notabile divenne poi padre di noti esponenti missini della metropoli lombarda, tuttora attivi – e con ruoli significativi – nell’agone politico nazionale e regionale. Tra le vicende più note dei rampolli, la partecipazione, più o meno diretta, alle tensioni esplosive degli anni di piombo, che portarono non poco dinamismo nella sonnolenta vita politica italiana.

Finché la barca va
Altrove, dalle parti della Capitale, il padre di due bambine si stancava della vita familiare e, a bordo di un’imbarcazione, si trasferiva altrove. In quella nuova dimensione apriva un ristorante, si faceva chiamare “Marchese” e trafficava, per conto di amici partenopei, nel trasporto di sostanze capaci di far sognare anche da svegli.

Arrestato con una tonnellata e mezza di stupefacenti, veniva ripudiato dalla stessa famiglia.

Caso volle, però, che quelle bambine, una volta cresciute, giungessero al potere e che, in quel contesto, coinvolgessero un notabile piemontese – avvocato di una delle due – il quale non esitava a diventare socio della figlia di un prestanome del clan partenopeo per cui il padre aveva operato come traghettatore.

Curve e sterzate
Mentre queste vicende prendevano forma, si consolidavano rapporti tra l’estremismo militante dell’ultra-destra e la tifoseria organizzata delle squadre milanesi, al Nord, e della Lazio, nella Capitale.

Rapporti che, secondo diverse ricostruzioni, riguardavano prestazioni occasionali, gestione del bagarinaggio, affidamenti rilevanti – come parcheggi e servizi di sicurezza – e, talvolta, azioni di pressione a favore di risultati su cui venivano puntate somme consistenti.

Tra gli attori di questo sistema figurava anche “Diabolik”, che con quel gruppo partenopeo sopra citato intratteneva rapporti significativi, salvo poi sopravvalutare la propria posizione e pagarne le conseguenze in un parco urbano.

Sistema integrato
Nel tempo, tra frequentazioni, suggerimenti, pressioni e favori, i clan si sarebbero progressivamente integrati con esponenti di una politica sempre più permeabile: quelli già citati e molti altri, aggregatisi nel frattempo.

Fino al punto – si dice, si ipotizza – di arrivare a condizionare scelte rilevanti in capo al governo nazionale: appalti plurimilionari, grandi opere, infrastrutture strategiche come ponti, cantieri, autostrade e ferrovie, soprattutto in territori dove “gli amici degli amici” dispongono di strumenti efficaci per aggiudicarsi opportunità e risorse.

Naturalmente, chi scrive non intende affermare nulla di definitivo. Si è trattato soltanto di unire alcuni puntini che sembravano meritare di essere messi in fila. Da qui, però, ad avanzare certezze, il passo sarebbe azzardato.

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