La gelosia non è mai una scusante: lo conferma senza mezzi termini la Corte di Cassazione. La quinta sezione penale, presieduta da Rosa Pezzullo, ha stabilito che questo sentimento, quando assume toni morbosi, non solo non attenua il reato di stalking, ma può addirittura costituire un’aggravante.
La pronuncia nasce dal ricorso di un uomo condannato a nove mesi e dieci giorni di reclusione per stalking e lesioni, pena poi convertita in una multa di 5mila euro. La difesa aveva tentato di invocare la gelosia come motivazione attenuante, sostenendo che i comportamenti violenti fossero frutto di sentimenti amorosi travolti dalla gelosia. La Cassazione ha rigettato la richiesta senza esitazioni, ribadendo un principio ormai consolidato: il movente geloso non attenua le responsabilità penali.
Secondo i giudici, la gelosia morbosa si manifesta come un’espressione di supremazia e possesso sull’altro. Un sentimento che, lungi dall’essere comprensibile, rientra tra i motivi futili o abietti, considerati aggravanti dal codice penale. In sostanza, chi agisce per gelosia trasforma un’emozione personale in uno strumento di controllo e intimidazione, aumentando la gravità del reato.
La sentenza si inserisce in un quadro giurisprudenziale che tende a rafforzare la tutela delle vittime di violenze domestiche e atti persecutori. La Cassazione sottolinea come la gelosia patologica non possa mai diventare una giustificazione per comportamenti violenti, ribadendo la necessità di proteggere la libertà e la sicurezza individuale.
In tempi in cui gli episodi di stalking e di violenza affettiva sono purtroppo frequenti, la pronuncia della Suprema Corte rappresenta un monito chiaro: la gelosia non è mai una scusante, ma un segnale di possesso e controllo che la legge punisce severamente.
