16 Agosto 2026, domenica
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Coltellate ai ladri in fuga: niente legittima difesa, condannato a 15 anni e mezzo

La Corte d’assise di Reggio Calabria esclude le attenuanti invocate dalla difesa: per i giudici non fu reazione proporzionata ma aggressione alle spalle durante la fuga

Quindici anni e sei mesi di reclusione per omicidio e tentato omicidio. È la condanna inflitta dalla Corte d’assise di Reggio Calabria a Francesco Putortì, cinquantenne, al termine del processo per la morte di uno dei due uomini sorpresi nella sua abitazione durante un tentato furto e per il ferimento del complice.

I fatti risalgono al 28 maggio 2024 e si consumano in contrada Rosario Valanidi, nella periferia sud della città. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Squadra mobile, due uomini provenienti da Catania – Alfio Stancampiano, 30 anni, e Giovanni Bruno, 46 – si sarebbero introdotti nell’abitazione di Putortì con l’intento di rubare. L’uomo, rientrando a casa, li avrebbe sorpresi al piano superiore della palazzina.

Da quel momento, la dinamica si biforca tra la versione dell’imputato e quella accolta dagli inquirenti e, infine, dai giudici. Putortì, di professione macellaio, ha sostenuto di avere afferrato un coltello e di aver colpito i due durante una colluttazione, mentre questi cercavano di guadagnarsi la fuga dopo essersi impossessati anche di alcune pistole legalmente detenute dal proprietario dell’abitazione.

Una ricostruzione che non ha convinto la procura né la Corte. Secondo l’impianto accusatorio, ritenuto credibile in sentenza, i fendenti sarebbero stati inferti alle spalle, mentre i due ladri stavano già scappando. Un elemento decisivo che ha escluso, per i giudici, la configurabilità della legittima difesa domiciliare, così come quella putativa invocata dalla difesa.

I legali di Putortì avevano puntato a una riqualificazione giuridica del fatto, ipotizzando l’eccesso colposo di legittima difesa o, in subordine, l’omicidio preterintenzionale. Tesi respinte: la Corte non ha riconosciuto neppure le attenuanti generiche, ritenendo la reazione non proporzionata rispetto al pericolo.

Drammatico l’epilogo della vicenda. Alfio Stancampiano, ferito gravemente, venne abbandonato nei pressi dei giardini dell’ospedale “Morelli” di Reggio Calabria, dove morì poco dopo. Il complice, Giovanni Bruno, riuscì invece a raggiungere la Sicilia attraversando lo Stretto, ma dovette ricorrere alle cure dell’ospedale di Messina a causa delle ferite riportate.

Una sentenza che riaccende il dibattito sul confine, spesso sottile, tra difesa legittima e uso eccessivo della forza all’interno delle mura domestiche: un terreno giuridico e sociale dove la percezione del pericolo si scontra con i limiti imposti dalla legge.

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