2 Maggio 2026, sabato
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Calzaturiero italiano: resilienza e slancio verso il 2026

Tra incertezze globali e segnali di ripresa, il Made in Italy affronta la congiuntura con dinamismo, innovazione e capacità di conquistare nuovi mercati

Mentre lo scenario internazionale rimane attraversato da tensioni e oscillazioni, il comparto calzaturiero italiano si fa trovare pronto a capitalizzare i primi spiragli di stabilizzazione. Dati, analisi e prospettive delineano una realtà fatta di sfide ma anche di risposte concrete: nel cuore del sistema moda, le imprese italiane riscoprono la forza della propria identità produttiva, guidando il settore attraverso un percorso di rafforzamento e adattamento che guarda con fiducia al futuro.

Segnali di stabilità: il settore trova il passo giusto

L’indagine del Centro Studi Confindustria Accessori Moda per Assocalzaturifici rivela una progressiva attenuazione della fase negativa: sebbene i primi nove mesi del 2025 mostrino ancora una riduzione dei ricavi (-4,1% rispetto allo stesso periodo del 2024), il terzo trimestre registra un calo limitato allo 0,9%, ben lontano dalle flessioni che avevano segnato la prima metà dell’anno. È il segnale di una frenata nella caduta, preludio a una possibile inversione di tendenza che restituisce fiducia agli operatori.

Fatturato e export: numeri che raccontano la resilienza

Il consuntivo del 2025 chiude con un fatturato settoriale a quota 12,8 miliardi di euro, in flessione di 409 milioni (-3,1%) sul precedente esercizio: una contrazione che, pur testimoniando le difficoltà del biennio, rappresenta un deciso miglioramento rispetto alle perdite del 2024. Sul fronte internazionale, le esportazioni nei primi otto mesi superano i 7,72 miliardi di euro (-1,3%), ma il dato più sorprendente riguarda le quantità: 131,8 milioni di paia vendute all’estero, con una crescita del 4,3%. Il prezzo medio per paio scende a 58,58 euro (-5,3%), segno di un riassetto dopo i rincari del biennio precedente.

Mercati esteri: Europa protagonista, Medio Oriente in crescita

L’Unione Europea si conferma il principale sbocco per la scarpa italiana: sette paia esportate su dieci finiscono nel mercato comunitario, che cresce sia in valore (+2,2%) sia in volume (+7,6%). Germania traina la ripresa con incrementi decisi (+6% in valore, +10% in paia), seguita da Spagna, Polonia, Belgio e Austria. Fuori dall’Europa, il Medio Oriente brilla per dinamicità (+13% in valore), sospinto dal boom negli Emirati Arabi (+20%). Crescono anche Turchia e Messico, mentre il Far East resta il tallone d’Achille: la Cina arretra del 24,6% in valore, e l’intera area soffre cali superiori al 20%. Neppure il CSI è esente, con Russia che sconta un -17,8% in valore, complice l’instabilità geopolitica dell’area.

USA: tra nuove tariffe e strategie di adattamento

Il mercato statunitense mostra una crescita del 2,9% in valore nei primi otto mesi, anche se le quantità calano del 4,2%. L’impatto dei dazi stabiliti dall’accordo USA-UE si fa sentire: agosto segna un -17,8% in valore, ma la ripresa di settembre testimonia la capacità di reazione delle aziende italiane. Il 55% degli esportatori considera i dazi un ostacolo non trascurabile, con una criticità accentuata per una realtà su cinque, ma il comparto dimostra di saper navigare anche le acque più burrascose.

Importazioni e logistica: una filiera che si riorganizza

Le importazioni crescono del 12,8% in quantità, toccando i 271,6 milioni di paia. Questo incremento non deriva da una ripresa dei consumi interni, che restano stabili, bensì dal rafforzamento dei flussi logistici legati alla riesportazione, in particolare nel segmento sportswear.

Mercato interno: consumi e produzione industriale

Sul fronte domestico, gli acquisti delle famiglie italiane nei primi nove mesi pareggiano i livelli del 2024 grazie a un terzo trimestre vivace (+2% in quantità), ma il gap con il periodo pre-pandemico persiste (-7,7%). La produzione industriale soffre ancora il contraccolpo dei mesi precedenti, con l’indice ISTAT a -8,5% sui primi nove mesi.

Occupazione e impresa: segnali di ripresa e prudenza

Prosegue la razionalizzazione della demografia d’impresa: a fine settembre i calzaturifici attivi calano del 3,4%, gli addetti del 2,3%. Tuttavia, la cassa integrazione offre segnali di normalizzazione: dopo il picco del primo trimestre (+66%), le ore autorizzate nella filiera pelle diminuiscono del 20% nei due trimestri successivi, con la Toscana in testa (9,1 milioni di ore, +56,8%). Campania e Marche mostrano dinamiche diverse, ma la gestione della forza lavoro si fa sempre più prudente in vista di una ripresa che appare a portata di mano.

Prospettive: il Made in Italy non si arrende

In un quadro che resta sfidante, il settore calzaturiero italiano dimostra di saper reagire con determinazione e creatività. La capacità di presidiare i mercati europei, l’esplorazione di nuove aree geografiche e la solidità del marchio Made in Italy sono i pilastri di una resilienza che si traduce in strategie innovative e ottimismo per il 2026. Come recita il proverbio, “dove c’è volontà, c’è una strada”: quella delle calzature italiane continua a essere lastricata di impegno, qualità e voglia di vincere la partita internazionale.

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