Nuovo stop sul fronte delle concessioni balneari, terreno da anni al centro di uno scontro politico e giuridico che intreccia interessi economici, vincoli europei e tenuta dei conti pubblici. La Commissione Bilancio del Senato ha infatti respinto l’emendamento presentato dalla Lega al cosiddetto decreto Ponte, che mirava a prorogare di tre anni – fino al 2030 – le concessioni nelle regioni colpite dal ciclone Harry: Sicilia, Sardegna e Calabria.
Il correttivo, già approvato in precedenza dalla Commissione Ambiente, si è arenato di fronte al parere negativo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne ha evidenziato l’onerosità. Un rilievo che si è tradotto in una bocciatura tecnica ma dagli evidenti risvolti politici: secondo la Commissione Bilancio, la misura non rispetta i vincoli dell’articolo 81 della Costituzione, quello che impone l’equilibrio tra entrate e spese dello Stato. In altre parole, mancano le coperture finanziarie necessarie a sostenere l’intervento.
La questione, tuttavia, non è soltanto contabile. Sullo sfondo resta il nodo, mai sciolto, del rapporto tra l’Italia e l’Unione europea in materia di concessioni demaniali marittime. Dal 2006, con la cosiddetta direttiva Direttiva Bolkestein, Bruxelles ha imposto agli Stati membri di evitare rinnovi automatici e di garantire procedure competitive e trasparenti per l’assegnazione delle spiagge.
Un principio che l’Italia ha faticato ad applicare, accumulando negli anni proroghe su proroghe. Una linea che ha portato all’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea, con la richiesta esplicita di mettere a gara le concessioni. È proprio questo contesto a rendere particolarmente fragile qualsiasi tentativo di ulteriore slittamento.
La proposta della Lega puntava a introdurre una deroga circoscritta, giustificata dagli effetti del maltempo sulle coste del Sud. Ma per il Senato – e in particolare per la Commissione Bilancio – il margine di manovra appare ormai ridotto. Da un lato, i vincoli di finanza pubblica; dall’altro, la pressione europea che spinge verso una riforma strutturale del settore.
Il risultato è l’ennesimo rinvio mancato in un dossier che continua a restare aperto. E che, tra esigenze di tutela degli operatori balneari e obblighi di concorrenza, si conferma uno dei banchi di prova più complessi per il legislatore italiano.
