Un pacchetto da circa 960 milioni di euro per intervenire su uno dei nodi più sensibili dell’economia italiana: lavoro, salari e qualità dell’occupazione. È questo l’impianto del nuovo decreto Lavoro varato in vista del Primo Maggio, che ha incassato il via libera del Consiglio dei ministri e si prepara al passaggio formale nelle prossime riunioni di governo.
Il provvedimento, messo a punto a Palazzo Chigi, punta su tre direttrici principali: incentivare le assunzioni stabili, rafforzare le garanzie retributive e contrastare le nuove forme di sfruttamento legate all’economia delle piattaforme. Una strategia che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe tenere insieme crescita occupazionale e maggiore equità.
Incentivi all’occupazione: focus su giovani, donne e Mezzogiorno
Cuore del decreto sono gli sgravi contributivi destinati alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Le agevolazioni, valide fino al 31 dicembre 2026, riguardano in particolare due categorie: giovani under 35 e donne disoccupate da almeno due anni o appartenenti a fasce svantaggiate.
Lo sconto sui contributi può arrivare fino a 500 euro mensili per ogni giovane assunto e fino a 650 euro per le lavoratrici, con una durata massima di 24 mesi.
Un capitolo specifico è dedicato alla Zes unica del Mezzogiorno – che comprende Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna – dove le piccole imprese potranno beneficiare di ulteriori incentivi fino a 650 euro al mese per nuove assunzioni stabili. L’obiettivo è duplice: sostenere l’occupazione nelle aree più fragili e ridurre il divario territoriale.
Il “salario giusto” come condizione per ottenere gli aiuti
La novità più significativa del decreto è però di natura strutturale: l’accesso agli incentivi sarà subordinato al rispetto di un livello retributivo definito “salario giusto”.
In concreto, le aziende potranno usufruire dei benefici solo se garantiscono ai lavoratori un trattamento economico complessivo (Tec) non inferiore a quello stabilito dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Un meccanismo che, di fatto, rafforza il ruolo della contrattazione collettiva e mira a scoraggiare il ricorso ai cosiddetti “contratti pirata”, spesso utilizzati per comprimere i salari.
Il principio viene esteso anche ai contratti siglati da sigle minori: questi non potranno prevedere livelli retributivi inferiori a quelli fissati dai contratti leader del settore.
Un salario minimo “di facciata”
Più che un vero salario minimo, quello delineato dal decreto appare come un meccanismo surrogato. Il cosiddetto “salario giusto” non introduce infatti una soglia legale universale, ma si limita a richiamare i livelli retributivi fissati dalla contrattazione collettiva, senza innovare realmente il quadro normativo.
Nei settori scoperti da contratti nazionali, il riferimento viene agganciato al contratto più vicino all’attività svolta dall’impresa: una soluzione che sulla carta evita vuoti regolatori, ma che nella pratica rischia di lasciare margini di ambiguità e applicazioni disomogenee.
Il risultato è un compromesso che prova a tenere insieme visioni opposte, ma che difficilmente può essere equiparato a un salario minimo in senso proprio. Più che una svolta strutturale, sembra una risposta parziale, presentata come risolutiva ma destinata a incidere in modo limitato sulle distorsioni del mercato del lavoro.
Stop ai rinnovi in ritardo: scatta l’adeguamento automatico
Il decreto interviene anche sul tema, cronico, dei ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi. Se entro 12 mesi dalla scadenza non si raggiunge un nuovo accordo, scatterà un meccanismo automatico di adeguamento salariale pari al 50% dell’inflazione Ipca (al netto dei beni energetici importati).
Una misura che punta a tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori, evitando che le lunghe trattative si traducano in una perdita secca di reddito.
Rider e piattaforme: più trasparenza e stop al caporalato digitale
Ampio spazio è dedicato anche al lavoro su piattaforma, uno dei segmenti più dinamici ma anche più controversi del mercato. Il decreto introduce una serie di paletti per contrastare il cosiddetto caporalato digitale.
L’accesso alle piattaforme sarà consentito solo tramite identità digitale certificata – Spid o Carta d’identità elettronica – oppure attraverso sistemi di autenticazione rafforzata. Viene inoltre vietata la cessione degli account, pratica diffusa che alimenta forme di intermediazione irregolare.
Le piattaforme dovranno garantire maggiore trasparenza sugli algoritmi che regolano assegnazione delle consegne e valutazioni dei lavoratori, rafforzando così i diritti dei rider.
Un intervento che guarda al Primo Maggio (e oltre)
Nel complesso, il decreto si presenta come un intervento articolato che prova a tenere insieme incentivi e regole. Da un lato, la leva economica per spingere le assunzioni stabili; dall’altro, un sistema di condizioni e vincoli per migliorare la qualità del lavoro.
Il banco di prova sarà ora l’attuazione concreta: dalla capacità delle imprese di aderire ai nuovi criteri, fino all’efficacia dei controlli su salari e piattaforme. Sullo sfondo resta il confronto politico, destinato a riaccendersi proprio sul terreno – sempre sensibile – del salario minimo.

