27 Luglio 2026, lunedì
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Fascismo evocato e poi normalizzato.

Ruotolo attacca FdI: “Commissariamento di facciata, i nostalgici reintegrati alla cena con Foti”. Il responsabile Memoria del Pd denuncia la presenza dei giovani che inneggiavano al Duce alla cena di Natale di Fratelli d’Italia a Parma. “Una legittimazione politica inaccettabile. La presidente Meloni chiarisca quale sia la cultura democratica del suo partito”.

Sandro Ruotolo, responsabile Memoria nella segreteria nazionale del Partito Democratico, non usa mezzi termini. Per lui, quanto accaduto a Parma intorno alla sezione giovanile di Fratelli d’Italia rappresenta molto più di un inciampo locale: è la spia di un rapporto ambiguo con la storia e con i suoi fantasmi. Un mese fa, un video girato all’interno della sede cittadina mostrava alcuni militanti impegnati a intonare cori fascisti e a inneggiare al Duce. Fratelli d’Italia, colta nel pieno della bufera, aveva reagito annunciando il commissariamento del movimento giovanile e l’apertura di un percorso disciplinare. Un messaggio chiaro, almeno in apparenza, per prendere le distanze dalla deriva nostalgica.

Ma, secondo Ruotolo, quella distanza si sarebbe dissipata rapidamente, fino a svanire. “I militanti che un mese fa inneggiavano al Duce sono stati invitati e accolti alla cena di Natale con il ministro Foti e i vertici locali”, denuncia. È, a suo giudizio, “un corto circuito politico che riguarda la nostra democrazia”, perché trasforma una reprimenda ufficiale in un gesto puramente simbolico, dietro il quale tutto continua come prima. La cena, evento pubblico e politico allo stesso tempo, avrebbe finito per trasformarsi in una forma di legittimazione.

Il commissariamento, insiste Ruotolo, appare oggi come “una pezza mediatica”, un tentativo di spegnere la polemica senza intervenire realmente sulle responsabilità. “Nella pratica i protagonisti dell’episodio sono stati reincorporati, ospitati e legittimati a tavola con i rappresentanti del governo”, afferma. Nessun provvedimento concreto, nessuna presa di posizione che segni una linea di demarcazione netta. Solo la normalizzazione di comportamenti che, per il Pd, non possono essere trattati come goliardie o episodi folkloristici.

“Non ci sono provvedimenti visibili, non c’è assunzione di responsabilità”, prosegue Ruotolo. “Il messaggio è inquietante: chi celebra Mussolini non viene isolato”. Ed è qui che il discorso si fa politico nel senso più ampio. Il Pd chiede ora alla presidente del Consiglio, e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di rispondere pubblicamente su ciò che definisce una “idea di cultura democratica” da chiarire. “Commissariare per finta la sezione e poi normalizzare i comportamenti”, sostiene Ruotolo, significa inviare un segnale diametralmente opposto a quello di una forza politica che proclama di aver reciso ogni legame con la tradizione neofascista.

Nella nota diffusa, il tema della memoria affiora come fondamento civile e costituzionale, non come rivendicazione di parte. “La memoria non è un dettaglio ornamentale: è l’argine che la Costituzione ci impone”, ricorda Ruotolo, richiamando la lunga storia italiana nel confronto con le sue ombre. E torna a insistere su un punto che il Pd considera non negoziabile: “Continueremo a denunciare ogni tentativo di banalizzare o sdoganare nostalgie antidemocratiche”.

Il caso di Parma, dunque, diventa il terreno su cui si misura non solo la tenuta interna di Fratelli d’Italia, ma anche la capacità della politica italiana di ribadire ciò che, per decenni, aveva rappresentato un punto fermo: la condanna della retorica fascista, senza ambiguità né concessioni. Ruotolo avverte che il Pd vigilerà “in Italia e in Europa, perché ciò che la storia ha già condannato non torni nelle stanze del potere”.

Il richiamo è netto e, nel clima politico attuale, destinato a riaccendere una discussione che attraversa istituzioni, partiti e società. Perché, nella lettura del Pd, ciò che accade nelle sedi periferiche di un partito di governo non rimane mai confinato a quelle mura: diventa un segnale, un metro di giudizio, un test sulla credibilità democratica di chi guida il Paese.

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