3 Luglio 2026, venerdì
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Alla Cop30 esplode il nodo delle fossili: oltre trenta Paesi minacciano il blocco dell’accordo

Colombia, Francia, Regno Unito, Germania e molti altri chiedono una tabella di marcia vincolante per abbandonare carbone, petrolio e gas. La bozza non ne parla e il negoziato di Belém rischia il fallimento. Il Brasile tenta una mediazione tra pressioni globali e interessi interni.

La Cop30 di Belém sta vivendo le sue ore più delicate. A poche ore dalla chiusura ufficiale del vertice sul clima, una frattura profonda attraversa i negoziati e minaccia di far saltare l’accordo finale. Più di trenta Paesi hanno inviato alla presidenza brasiliana una lettera in cui chiedono di inserire nella bozza un elemento considerato imprescindibile: una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle energie fossili. Senza questo passaggio, dichiarano, il testo non ha i requisiti minimi per essere considerato credibile.

La bozza diffusa ieri non contiene alcun riferimento al phase-out di petrolio, carbone e gas, nonostante le aspettative maturate dopo l’impegno assunto alla Cop28 di Dubai. Un’omissione che ha suscitato la reazione immediata delle delegazioni di Colombia, Francia, Regno Unito e Germania, tra le prime firmatarie del documento, cui si sono aggiunti altri Paesi fino a superare la soglia delle trenta adesioni. La Francia e il Belgio hanno reso pubblica la loro posizione, mentre fonti della delegazione colombiana confermano che il fronte è ancora più ampio.

Il testo della lettera è netto: l’attuale bozza, definita una proposta da prendere o lasciare, non risponde alle condizioni minime per un risultato credibile di questa Cop. I firmatari insistono sul fatto che l’accordo debba includere un percorso chiaro verso una transizione giusta, ordinata ed equa, senza il quale non sarà possibile dare il loro assenso. Dietro questa posizione c’è la convinzione che lasciare fuori il tema delle fossili significhi svuotare di significato il negoziato stesso e minarne la legittimità agli occhi della comunità internazionale.

La richiesta arriva in un momento estremamente complesso per la presidenza brasiliana. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha più volte ribadito la necessità di ridurre progressivamente l’utilizzo di combustibili fossili, ma si trova a governare un Paese in cui le pressioni del settore energetico restano molto forti. A fare da mediatore è il presidente della Cop30, André Correa do Lago, che in queste ore cerca un equilibrio tra la pressione crescente dei Paesi favorevoli al phase-out e la fermezza del blocco che si oppone a qualsiasi riferimento alle fossili.

Sul fronte opposto, infatti, si sono schierati con decisione Cina, India, Arabia Saudita, Nigeria e Russia. Un negoziatore, che ha chiesto l’anonimato, racconta di un rifiuto netto a includere nel testo qualsiasi impegno formale all’eliminazione dei combustibili fossili. La contrapposizione con il gruppo dei Paesi firmatari della lettera alimenta una tensione che rischia di paralizzare il tavolo negoziale proprio nel momento decisivo.

Il nodo dell’uscita dalle fonti fossili, storicamente il più difficile da sciogliere, torna così al centro della discussione. Le energie fossili sono considerate i principali responsabili del riscaldamento globale e rappresentano il cuore di qualsiasi strategia climatica efficace. Non a caso, osservatori e organizzazioni ambientaliste sottolineano che un testo privo di un impegno chiaro sull’abbandono di petrolio, gas e carbone sarebbe difficilmente difendibile davanti all’opinione pubblica mondiale. La credibilità del vertice, insomma, si gioca su questa frase mancante.

Intanto, le ore scorrono e la scadenza si avvicina. Le regole della Cop impongono l’unanimità per l’approvazione del documento finale. Se non si troverà un compromesso che raccolga il consenso di tutti, il vertice si chiuderà senza un accordo, uno scenario che la presidenza brasiliana sta cercando in ogni modo di evitare. Do Lago continua a incontrare le delegazioni nel tentativo di limare il testo e costruire una formulazione in grado di avvicinare le posizioni.

A Belém, dunque, il negoziato procede sul filo del rasoio. Da una parte, un fronte determinato a dare alla transizione energetica un impegno formale e verificabile; dall’altra, un blocco di potenze che teme ripercussioni economiche e geopolitiche da un impegno troppo esplicito. In mezzo, la presidenza brasiliana che tenta di comprimere interessi divergenti in un unico testo condiviso.

Il vertice potrebbe concludersi in serata, ma non è escluso un prolungamento dei lavori. In gioco non c’è solo la firma su un accordo, ma la capacità della comunità internazionale di parlare con una voce sola mentre il tempo utile per contenere il cambiamento climatico si assottiglia. A Belém, tra pressioni incrociate e diplomazie sotto stress, si decide una parte del futuro climatico del pianeta.

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