Due giorni di stop, il 6 e 7 luglio, per assenza di motori. Ma a Mirafiori la sensazione è che a fermarsi non siano soltanto le linee della Carrozzeria: è un intero modello industriale che scricchiola, mentre la politica osserva — o, peggio, rinvia.
Dietro l’ennesima sospensione produttiva si intravede una fragilità strutturale che da mesi viene denunciata ma mai affrontata. Il cosiddetto “Piano Italia”, annunciato come architrave del rilancio industriale, si rivela oggi, secondo il Movimento 5 Stelle, poco più che una formula vuota, priva di cronoprogrammi, investimenti verificabili e obiettivi vincolanti.
A dirlo sono, senza mezzi termini, la capogruppo regionale Sarah Disabato, i consiglieri Alberto Unia e Pasquale Coluccio, insieme ai parlamentari Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro. Il loro affondo è diretto e politico: “Non è un incidente, è un sistema che non funziona. La fermata delle linee è l’ennesimo schiaffo a lavoratrici, lavoratori e a un territorio lasciato solo”.
Il nodo è industriale, prima ancora che contingente. Mirafiori — un tempo cuore pulsante della manifattura automobilistica italiana — oggi appare ridimensionata a stabilimento senza una missione chiara. La produzione della 500 ibrida, indicata come simbolo della transizione, non basta a garantire continuità né occupazione. Mancano nuovi modelli, volumi adeguati, investimenti strutturali. Soprattutto, manca una visione.
E mentre la filiera locale si assottiglia e l’indotto perde pezzi, il tema occupazionale diventa esplosivo. I lavoratori più recenti, assunti da pochi mesi, restano sospesi in un limbo fatto di contratti fragili e prospettive incerte. Un quadro che, secondo il M5S, configura una responsabilità politica precisa.
“Il silenzio delle istituzioni è assordante”, accusano i pentastellati. Governo, Regione e Comune vengono chiamati in causa non solo per l’assenza di soluzioni, ma per la mancanza di una linea comune. “Non si può continuare ad assistere passivamente mentre il tessuto industriale torinese e piemontese si sgretola. Questa non è una crisi improvvisa: è il risultato di scelte — e non scelte — protratte nel tempo”.
Nel mirino c’è anche Stellantis, chiamata a chiarire le proprie strategie su un sito che resta simbolico ma sempre meno centrale nelle dinamiche produttive del gruppo. Il rischio, sempre più concreto, è quello di una marginalizzazione progressiva, fatta di stop produttivi, riduzione dei volumi e perdita di competenze.
Il caso Mirafiori, dunque, supera i confini locali e diventa una cartina di tornasole della politica industriale italiana: tra annunci e realtà, tra transizione ecologica e desertificazione produttiva. Il Movimento 5 Stelle lancia un avvertimento che ha il tono di una resa dei conti: “Il tempo delle parole è finito. Servono atti concreti, verificabili e immediati. Torino non può più aspettare”.
Perché, al di là delle dichiarazioni, resta una domanda che continua a pesare: chi sta davvero decidendo il futuro dell’industria italiana — e chi, invece, ha smesso di farlo?
