La vertenza sull’ex Ilva entra in una fase decisiva e altamente conflittuale. A Taranto come a Genova, la tensione accumulata negli ultimi mesi è esplosa all’alba di giovedì in una serie di proteste che hanno rapidamente superato i confini degli stabilimenti, travolgendo strade, traffico e agenda politica.
A Taranto, cuore storico dell’acciaio italiano, l’assemblea convocata negli impianti si è trasformata in una occupazione a oltranza. Gli operai, scesi sul piazzale scandendo slogan contro governo e commissari, chiedono la revoca del piano industriale presentato e pretendono garanzie nette: sulla decarbonizzazione, sul futuro produttivo e sulla salvaguardia dell’occupazione.
La statale Appia è stata bloccata all’altezza del complesso siderurgico, generando lunghe code e disagi alla circolazione. Contestualmente è stato proclamato uno sciopero di 24 ore, che i lavoratori non escludono di prolungare in assenza di risposte. L’intera area industriale ha assunto i contorni di un presidio permanente, con centinaia di tute blu determinate a ottenere un confronto immediato con Palazzo Chigi.
Non meno accesa è la situazione a Genova, dove nello stabilimento di Cornigliano l’assemblea si è trasformata in poche ore in un presidio a oltranza. Gli operai hanno trascorso la notte all’esterno dei cancelli, dando vita a blocchi stradali che hanno mandato in tilt la viabilità cittadina e autostradale: sulla A10 e sulla A7 si sono registrate code per chilometri, con ripercussioni fino ai principali nodi di traffico della Liguria.
In serata è giunta sul posto il sindaco Silvia Salis, che nelle ore precedenti aveva già sollecitato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a convocare con urgenza un tavolo dedicato alla situazione genovese. La richiesta, condivisa da tutte le sigle sindacali, è la stessa che arriva da Taranto: riaprire al più presto il confronto istituzionale sulla crisi dell’ex Ilva, una vicenda che intreccia ambiente, industria, lavoro e scelte strategiche per il Paese.
Gli operai, esausti di attese e rinvii, chiedono un segnale politico concreto. E le proteste di queste ore – dure, compatte, capaci di paralizzare intere aree urbane – raccontano meglio di qualsiasi comunicato la profondità del malessere che attraversa i due principali poli siderurgici italiani. La vertenza, ormai, non è più solo industriale: è una questione nazionale che chiede, e pretende, una risposta immediata.
