5 Agosto 2026, mercoledì
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Mali, nuova strage jihadista: almeno 14 civili uccisi in due raid nel cuore del Paese

L’ombra di Al-Qaeda dietro agli attacchi. Le vittime accusate di collaborare con l’esercito. Il Mali sprofonda ancora nella spirale di violenza che da anni devasta il Sahel

Una nuova ondata di violenza ha colpito il Mali, teatro da anni di una crisi senza fine che intreccia terrorismo jihadista, conflitti etnici e instabilità politica. Negli ultimi giorni almeno quattordici civili sono stati uccisi in due distinti attacchi nella regione di Léré, nel Mali centrale, un’area già martoriata dalle incursioni dei gruppi armati legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico.

Secondo fonti locali, lunedì un commando di uomini armati ha assaltato la città, sequestrando dodici persone. I prigionieri sarebbero stati poi uccisi a sangue freddo, in un’esecuzione che porta la firma del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), la principale formazione jihadista attiva nel Paese e affiliata ad Al-Qaeda nel Maghreb islamico.

A questo primo massacro se ne è aggiunto un secondo, avvenuto a pochi chilometri di distanza, che ha avuto per vittime due pastori rapiti quattro giorni prima. I loro corpi sono stati ritrovati senza vita nelle campagne attorno a Léré. Gli aggressori, secondo quanto riferito da testimoni e fonti di sicurezza, li avrebbero accusati di essere “collaboratori dell’esercito maliano”, un’accusa sempre più ricorrente nelle zone in cui i jihadisti cercano di imporre la loro legge e di punire chiunque venga sospettato di sostenere le forze governative.

Un Paese intrappolato tra terrorismo e fragilità politica

Il Mali vive da oltre un decennio una crisi profonda che ha trasformato il Paese in uno degli epicentri del terrorismo jihadista nel continente africano. Dalla rivolta del 2012 nel nord, guidata inizialmente da gruppi separatisti tuareg e poi rapidamente infiltrata da miliziani islamisti, la violenza si è estesa progressivamente verso il centro e il sud, travolgendo intere comunità rurali.

Nonostante gli sforzi dell’esercito maliano, sostenuto per anni dalle missioni internazionali come la Minusma delle Nazioni Unite e le forze francesi dell’operazione Barkhane, la situazione sul terreno è peggiorata. Dopo il ritiro delle truppe francesi e la fine della missione ONU, il vuoto di sicurezza è stato in parte riempito dal gruppo paramilitare russo Wagner, ma le violenze non si sono arrestate.

Le aree centrali del Paese, come la regione di Mopti e quella di Timbuctù, continuano a essere teatro di attacchi contro civili, villaggi, convogli militari e infrastrutture. Gli scontri non risparmiano nessuno: miliziani jihadisti, esercito regolare e gruppi di autodifesa locali si affrontano in un conflitto che non conosce tregua e in cui la popolazione civile resta la principale vittima.

Il ruolo del Jnim e la nuova strategia del terrore

Il gruppo Jnim, formato nel 2017 dalla fusione di diverse organizzazioni jihadiste del Sahel, tra cui Ansar Dine e Al-Mourabitoun, è oggi una delle formazioni più potenti e radicate nell’area. Guidato da Iyad Ag Ghaly, un ex leader tuareg divenuto figura di spicco del jihad nel Sahel, il Jnim punta a espandere la propria influenza sulle regioni rurali, imponendo la legge islamica e colpendo chiunque venga percepito come vicino alle autorità centrali di Bamako.

La strategia dei jihadisti negli ultimi anni si è fatta sempre più brutale: rapimenti, omicidi mirati, intimidazioni e assalti contro i villaggi sono ormai quotidiani. In molti casi, le vittime vengono accusate di collaborare con l’esercito o con le autorità locali, un pretesto utilizzato per consolidare il controllo territoriale attraverso il terrore.

Gli attacchi di Léré rientrano in questa logica di violenza sistematica. La città, situata in un’area strategica tra il nord e il centro del Paese, rappresenta da tempo un punto sensibile per le forze maliane, che cercano di contenere l’avanzata jihadista lungo le principali vie di comunicazione. Tuttavia, la mancanza di risorse e il ritiro del supporto internazionale rendono sempre più difficile garantire la sicurezza della popolazione.

Civili nel mirino, comunità allo stremo

Il bilancio di sangue continua ad aggravarsi. Migliaia di civili sono stati uccisi negli ultimi anni in Mali, mentre oltre mezzo milione di persone è stato costretto ad abbandonare le proprie case. I villaggi vengono svuotati, le attività agricole si interrompono, le scuole chiudono. L’insicurezza alimentare e sanitaria aumenta, aggravando una crisi umanitaria che coinvolge milioni di persone.

Le organizzazioni umanitarie denunciano da tempo il deterioramento delle condizioni di vita e il progressivo isolamento delle comunità rurali, intrappolate tra le offensive jihadiste e le operazioni militari governative. Gli attacchi contro civili sospettati di simpatizzare per una o l’altra parte si moltiplicano, alimentando un clima di paura e sospetto che rende impossibile qualsiasi normalità.

Un conflitto dimenticato

Nonostante la gravità della crisi, l’attenzione internazionale sul Mali e sul più ampio scenario saheliano è andata progressivamente scemando. L’uscita delle forze occidentali e la chiusura della missione ONU hanno lasciato il Paese in una condizione di isolamento crescente, mentre il governo di transizione, nato dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021, fatica a ristabilire il controllo sul territorio.

Gli attacchi di Léré sono solo l’ultimo capitolo di una guerra silenziosa che da anni insanguina il Mali e i Paesi vicini – Burkina Faso e Niger in primis – e che rischia di destabilizzare l’intera regione del Sahel. Nel silenzio quasi generale, i jihadisti continuano a colpire impunemente, sfruttando la fragilità istituzionale e la disperazione delle popolazioni locali.

La strage di questi giorni, con le sue quattordici vittime innocenti, non è che un ulteriore segnale di quanto la pace in Mali appaia ancora lontana. Un Paese sospeso tra la paura e la resistenza, dove la speranza di sicurezza sembra ogni giorno più fragile.

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