Un nuovo, delicato tassello si aggiunge al complesso mosaico del conflitto mediorientale. Hamas, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, sarebbe pronta a consegnare la gestione della Striscia di Gaza a un comitato composto da palestinesi. Un segnale di apertura che, se confermato, potrebbe rappresentare un primo passo verso un assetto politico postbellico della regione, mentre la crisi umanitaria resta drammatica e le tensioni internazionali altissime.
L’annuncio è arrivato da Istanbul, dove si è tenuta una riunione ad alto livello dedicata alla situazione di Gaza, alla quale hanno partecipato, oltre alla Turchia, i ministri degli Esteri di Giordania, Arabia Saudita, Indonesia e Pakistan, con la presenza di rappresentanti di Emirati Arabi Uniti e Qatar. “Nel nostro incontro abbiamo discusso anche della sicurezza e dell’amministrazione di Gaza. Hamas è pronta a trasferirla a un comitato di palestinesi”, ha dichiarato Fidan durante la conferenza stampa trasmessa dalla televisione di Stato turca Trt.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio tentativo di Ankara di consolidare il proprio ruolo di mediatore regionale, puntando su una soluzione palestinese alla crisi di Gaza. L’idea di un comitato di amministrazione palestinese, autonomo da Hamas ma composto da rappresentanti locali, è stata evocata più volte nelle ultime settimane come possibile formula di transizione in attesa di un accordo politico più ampio, sostenuto dai Paesi arabi e sotto l’egida internazionale.
Sul terreno, intanto, la realtà continua a essere segnata dalla guerra. Israele ha consegnato alle autorità sanitarie di Gaza i corpi di 45 palestinesi. A darne notizia è stato Zaher al-Wahidi, portavoce del ministero della Salute della Striscia, specificando che i corpi sono stati ricevuti nella mattinata all’ospedale Nasser. Le circostanze della restituzione e l’identità delle vittime non sono state rese note, ma il gesto arriva in un momento di forti pressioni internazionali sul governo israeliano per la gestione delle operazioni militari e delle condizioni umanitarie nell’enclave.
Sul fronte politico interno israeliano, il dibattito si concentra invece su una misura controversa: il disegno di legge per introdurre la pena di morte per i terroristi. Gal Hirsch, responsabile governativo per la questione degli ostaggi, ha riferito alla Commissione per la sicurezza nazionale della Knesset che il primo ministro Benjamin Netanyahu sostiene ora apertamente la proposta.
“La posizione del primo ministro, con cui ho parlato prima del dibattito, è a favore del disegno di legge”, ha spiegato Hirsch, ricordando che in passato Netanyahu si era opposto all’iniziativa, temendo ripercussioni sugli ostaggi ancora detenuti a Gaza. “Ora che sono stati tutti rimpatriati, la posizione è cambiata”, ha aggiunto.
Il possibile via libera alla pena capitale segnerebbe un ulteriore irrigidimento della linea israeliana dopo mesi di conflitto, in un contesto in cui la tensione politica interna si intreccia con le pressioni della comunità internazionale e la ricerca, ancora lontana, di una soluzione stabile per Gaza.
Mentre la diplomazia prova a riaprire spiragli, la realtà del conflitto continua a misurarsi con i morti, la devastazione e la fragilità di ogni tentativo di normalizzazione. L’annuncio di Ankara rappresenta forse un primo segnale di movimento sul piano politico, ma il percorso verso un equilibrio duraturo resta tutto da costruire.
