Kyiv – Un nuovo attacco russo, tra i più intensi delle ultime settimane, ha colpito duramente nella notte le infrastrutture energetiche ucraine. Le sirene antiaeree hanno risuonato a lungo a Kiev e in numerose altre città del Paese, mentre le esplosioni hanno lasciato al buio vaste aree della capitale e di almeno altre nove regioni. Le forniture di energia elettrica e acqua risultano fortemente compromesse, con interruzioni diffuse a Donetsk, Chernihiv, Cherkasy, Kharkiv, Sumy, Poltava, Odessa e Dnipro. Anche Zaporizhia e Kherson, ha fatto sapere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, stanno tentando di riprendersi dopo i danni provocati dal raid.
Un attacco mirato, strategico, che conferma la volontà di Mosca di colpire i nervi vitali del sistema ucraino alla vigilia della stagione fredda, quando la dipendenza energetica diventa una questione di sopravvivenza per milioni di civili.
Zelensky: “Hamas sa negoziare, Putin no”
In un messaggio pubblicato su Telegram, Zelensky ha tracciato un quadro drammatico ma determinato. “È assolutamente giusto che l’Ucraina risponda con attacchi precisi e mirati. A differenza della Russia, noi sappiamo cosa vogliamo ottenere: la pace. Non facciamo la guerra per il gusto di farla, come fa Mosca”.
Poi l’affondo, dal tono amaramente ironico, rivolto direttamente al presidente russo: “Anche Hamas dimostra acume nel negoziare, ma non Putin. Per ora”. Una frase che colpisce per la sua carica polemica, soprattutto se inserita nel contesto del cessate il fuoco appena raggiunto in Medio Oriente. Una frecciata che riflette anche la frustrazione per l’impasse diplomatica che da mesi blocca ogni reale prospettiva di dialogo tra Kiev e Mosca.
Trump: “Nessun ritiro Usa dall’Europa”
Sul fronte internazionale, l’ex presidente americano Donald Trump – tornato con forza al centro della scena politica e diplomatica – ha voluto rassicurare gli alleati europei: “Non ci sarà nessun ritiro delle forze Usa dall’Europa”. Lo ha detto parlando nello Studio Ovale accanto al presidente finlandese Alexander Stubb. Trump ha poi aggiunto che alcune truppe “potrebbero essere spostate”, senza fornire dettagli, e ha aperto alla possibilità di “imporre ulteriori sanzioni alla Russia”, rilanciando un approccio più aggressivo nei confronti del Cremlino, nel solco di una linea già adottata negli anni del suo precedente mandato.
Mosca: “La posizione di Kiev si indebolisce”
Di tutt’altro tenore, come prevedibile, la versione del Cremlino. Secondo il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, l’Ucraina starebbe perdendo terreno anche sul piano politico. “Purtroppo – ha dichiarato – il regime di Kiev non si rende conto che la sua posizione negoziale peggiora di giorno in giorno”. Una critica che arriva in un momento in cui la Russia sostiene di aver avanzato proposte concrete per la creazione di tre gruppi di lavoro congiunti, finalizzati a preparare un eventuale vertice. Secondo Peskov, l’Ucraina non avrebbe fornito alcuna risposta, segno – a suo dire – della mancanza di volontà di negoziare da parte di Zelensky.
Le parole del Cremlino si inseriscono in una strategia comunicativa ben collaudata: dipingere Kiev come responsabile dello stallo diplomatico, mentre prosegue l’offensiva sul terreno. E proprio sul fronte militare, l’attacco alle infrastrutture energetiche sembra destinato ad accentuare la pressione sull’Ucraina, in un momento in cui le risorse si assottigliano e l’assistenza occidentale, pur ancora solida, inizia a mostrare segni di affaticamento.
L’intelligence ucraina: “Compagnie aeree russe verso il collasso”
A gettare ombre sul sistema russo è invece l’intelligence ucraina, che ha diffuso un rapporto secondo cui le compagnie aeree russe sarebbero in una crisi crescente, causata dalle sanzioni internazionali. Entro il 2030, secondo le stime, Mosca potrebbe perdere centinaia di velivoli per l’impossibilità di ottenere pezzi di ricambio e servizi di manutenzione da fornitori occidentali. Se confermata, la previsione rafforzerebbe l’efficacia delle sanzioni come strumento di logoramento a lungo termine, anche se la pressione immediata resta ancora tutta sulle spalle dell’Ucraina.
Una guerra che si trascina, con il gelo alle porte
Il blackout che ha colpito Kiev e buona parte del Paese è solo l’ultimo sintomo di un conflitto che si è trasformato in una lunga e logorante guerra di attrito. Dopo più di due anni, le prospettive di una risoluzione politica sembrano sempre più lontane. La diplomazia è paralizzata, e le linee del fronte si muovono solo marginalmente, a un costo umano e materiale crescente.
Il confronto resta sbilanciato, ma nessuna delle due parti è oggi in grado di ottenere una vittoria definitiva. E se la Russia punta a spezzare la resistenza ucraina con attacchi mirati alle infrastrutture civili, l’Ucraina risponde con determinazione e con una narrazione che continua a cercare il sostegno dell’opinione pubblica internazionale.
Nel frattempo, il tempo stringe. L’inverno si avvicina, le risorse si assottigliano e milioni di civili si preparano a una nuova stagione sotto le bombe, al freddo e spesso senza elettricità. In un’Europa già scossa dalle crisi in Medio Oriente e dalle tensioni globali, l’Ucraina resta una ferita aperta, profonda, che continua a segnare il destino del continente.
