A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale ed Internazionale PMI International
L’Italia ha bisogno di ripensare radicalmente il rapporto tra università e città. Gli economisti Michele Boldrin e Alberto Forchielli propongono di trasferire le sedi universitarie medio-grandi in nuovi campus periurbani, moderni e autosufficienti, collegati ai centri cittadini da trasporti rapidi. Un piano di ampio respiro che, in vent’anni, potrebbe restituire equilibrio urbano, garantire diritto allo studio e generare sviluppo economico e sociale.
Un Paese bloccato tra studenti e rendite
Le città universitarie italiane vivono un paradosso.
A Bologna, Padova e Pisa, gli studenti iscritti superano ormai di gran lunga la capacità delle città stesse: 90 mila a Bologna, 74 mila a Padova, 46 mila a Pisa, a fronte di popolazioni che oscillano tra 90 e 400 mila abitanti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo un mercato immobiliare impazzito, affitti fuori controllo, espulsione della classe media, centri storici congestionati e sempre più monofunzionali, ridotti a dormitori per studenti.
Dietro questo squilibrio c’è un effetto collaterale profondo: il diritto allo studio negato. Gli affitti altissimi selezionano per reddito, costringendo molti giovani a lunghi pendolarismi o a rinunciare all’università. Le politiche messe in campo negli ultimi decenni — tra bonus, bandi e misure temporanee — hanno avuto un effetto limitato, incapaci di risolvere il problema strutturale.
L’idea di una nuova università diffusa
Boldrin e Forchielli propongono di cambiare paradigma.
Creare campus periurbani — aree universitarie integrate e moderne, costruite nelle periferie o nelle zone agricole limitrofe, collegate da ferrovie leggere o bus dedicati — per trasferire progressivamente le grandi università fuori dai centri storici.
Ogni campus ospiterebbe 20-30 mila studenti, con aule, laboratori, biblioteche, residenze e impianti sportivi.
Non si tratta di allontanare gli studenti dalla città, ma di costruire un nuovo equilibrio tra formazione, vivibilità e sostenibilità urbana.
Con spazi moderni, costi di gestione più bassi e collegamenti efficienti, l’università tornerebbe a essere un luogo di incontro, di ricerca condivisa e di crescita civile.
Un progetto che guarda all’esperienza delle grandi università americane — Stanford, Cornell, Berkeley — ma adattato alla realtà italiana, dove le città storiche necessitano di un alleggerimento strutturale.
Benefici per le città e per il territorio
La creazione di nuovi campus porterebbe quattro benefici chiave:
1. Atenei più moderni ed efficienti, con infrastrutture sostenibili e servizi adeguati;
2. Centri storici liberati dalla pressione immobiliare, con spazi riconvertiti in abitazioni accessibili per famiglie e lavoratori;
3. Recupero e valorizzazione delle periferie, oggi spesso marginali o in declino;
4. Rilancio del diritto allo studio, garantendo accesso equo e costi sostenibili;
I campus diventerebbero inoltre motori di sviluppo locale, catalizzando innovazione e impresa.
L’esperienza internazionale lo dimostra, infatti Oxford, Cambridge e Stanford non sono solo università, ma ecosistemi economici e sociali che hanno trasformato territori periferici in poli di eccellenza mondiale.
Per l’Italia, significa riattivare domanda privata, occupazione qualificata e investimenti locali, in aree oggi dominate da rendite immobiliari o abbandono.
Le obiezioni e le risposte
Non mancano le critiche, ma gli autori rispondono con pragmatismo.
Sul presunto “consumo di suolo”, ricordano che un campus medio richiede 40-60 ettari, utilizzabili su terreni marginali a bassa resa agricola, integrando interventi ambientali di compensazione ecologica e gestione idrica.
Sull’idea di “allontanare gli studenti”, spiegano che 20 minuti di trasporto pubblico dedicato sono meglio delle ore di pendolarismo attuali.
E sui “costi eccessivi”, sottolineano che, nel lungo periodo, la costruzione ex novo è meno onerosa del restauro di edifici vetusti e frammentati nei centri storici.
Soprattutto, va considerato il valore sociale e strategico dell’investimento con una generazione di studenti che vive, studia e produce innovazione in spazi adeguati, contribuendo alla crescita complessiva del Paese.
