25 Ottobre 2026, domenica
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Gaza, firmata la prima intesa verso la pace: accordo sul cessate il fuoco, ostaggi liberi e ritiro israeliano

Trump annuncia l’intesa tra Israele e Hamas: liberazione degli ostaggi e di duemila detenuti palestinesi, ritiro progressivo delle truppe e prospettiva di disarmo. Meloni: “Una notizia straordinaria”. Tajani: “L’Italia pronta a inviare militari per una forza internazionale di pace”

La prima, delicatissima intesa per fermare le armi tra Israele e Hamas è stata raggiunta. Lo ha annunciato Donald Trump, protagonista dell’accordo insieme ai mediatori egiziani e qatarioti, in un’iniziativa diplomatica che potrebbe segnare l’inizio di un percorso verso una pace duratura nella Striscia di Gaza.

La giornata si è aperta con una notizia dirompente: Israele e Hamas, secondo quanto dichiarato da Trump, hanno approvato la prima fase del piano di pace elaborato nei mesi scorsi. La firma ufficiale è arrivata in tarda mattinata, al Cairo, durante un vertice riservato tra le delegazioni delle due parti. L’intesa prevede il cessate il fuoco, il rilascio immediato degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, e la liberazione di circa duemila detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

“Credo che gli ostaggi torneranno a casa lunedì”, ha dichiarato l’ex presidente statunitense, spiegando che “tra loro ci saranno anche i corpi delle persone uccise nei mesi scorsi”. Trump ha poi aggiunto che “Israele ritirerà le sue truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una pace forte e duratura”.

Un cessate il fuoco condizionato

Tuttavia, la tregua non scatterà subito. Il governo israeliano dovrà ratificare l’accordo in una seduta prevista alle ore 17. Una decisione tutt’altro che scontata, vista la posizione critica di alcuni esponenti dell’esecutivo, in particolare il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito sionista religioso, che ha già annunciato il suo voto contrario.

Il premier Benjamin Netanyahu, pur in equilibrio tra le spinte contrapposte della sua maggioranza, ha dichiarato: “Con l’aiuto di Dio, riporteremo tutti a casa”. Un messaggio che guarda alla liberazione degli ostaggi come priorità nazionale, ma che non scioglie i nodi interni a una coalizione frammentata e sotto forte pressione.

Il prezzo dell’intesa: disarmo e esilio per Hamas

Secondo fonti vicine a Hamas, l’organizzazione islamista è pronta a fare “scelte difficili” nelle fasi successive dell’accordo. Sul tavolo ci sono il disarmo delle brigate armate e l’esilio per alcuni dei principali leader del movimento. Due punti che segnano una possibile svolta storica: per la prima volta, Hamas potrebbe essere disposto a rinunciare al controllo militare della Striscia, aprendo la strada a una gestione politica condivisa o a una nuova autorità transitoria internazionale.

Un ruolo per l’Italia nella forza di pace internazionale

In Europa, la notizia dell’accordo è stata accolta con favore. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’intesa “una straordinaria notizia”, esprimendo gratitudine per il ruolo svolto dagli Stati Uniti e dai mediatori regionali. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la disponibilità dell’Italia a “fare la propria parte per consolidare il cessate il fuoco, facilitare l’arrivo degli aiuti umanitari e partecipare alla ricostruzione di Gaza”.

Tajani ha anche aggiunto che l’Italia è pronta a inviare militari nel caso venga istituita una forza internazionale di pace, con il compito di garantire sicurezza, disarmo e stabilità nella regione. Un impegno che rilancerebbe il protagonismo italiano nella politica estera e nei teatri di crisi più delicati del Mediterraneo allargato.

Un bilancio ancora drammatico

Mentre la diplomazia lavora per spegnere il conflitto, il bilancio delle vittime continua a crescere. Secondo l’ultimo aggiornamento del ministero della Sanità di Gaza, nelle ultime 24 ore gli attacchi israeliani hanno provocato almeno 10 morti e 49 feriti. Dall’inizio delle ostilità, il 7 ottobre 2023, i morti registrati nella Striscia sono 67.194, mentre i feriti ammontano a 169.890.

Numeri che testimoniano l’enorme impatto umanitario del conflitto e che rendono ancora più urgente l’implementazione dell’accordo appena firmato. Gli ospedali, le infrastrutture civili e le reti di approvvigionamento della Striscia sono allo stremo. Le organizzazioni internazionali chiedono l’apertura immediata di corridoi umanitari sicuri e l’ingresso di aiuti, a cominciare da acqua, elettricità, carburante e medicinali.

Le prossime fasi: tra speranze e incognite

La prima fase dell’accordo rappresenta solo l’inizio di un percorso che si preannuncia lungo e irto di ostacoli. Oltre al disarmo e all’esilio, il piano prevede nelle fasi successive la ricostruzione di Gaza sotto supervisione internazionale, la creazione di un meccanismo di sicurezza condiviso e una nuova cornice istituzionale per la governance della Striscia, con il possibile coinvolgimento dell’Autorità Palestinese e di una forza multinazionale di stabilizzazione.

Resta da capire se l’equilibrio interno israeliano reggerà alla prova politica della ratifica e se Hamas saprà – o potrà – rispettare impegni che ne rimettono in discussione il ruolo storico e la natura stessa del movimento.

Una pace fragile, ma possibile. Intanto tregua

La notizia dell’intesa apre uno spiraglio in un conflitto che, da oltre un anno, ha insanguinato il Medio Oriente, distrutto intere comunità e alimentato tensioni in tutto il mondo. La pace resta fragile e tutt’altro che acquisita, ma la firma di oggi rappresenta un passaggio decisivo. Dopo mesi di violenza e fallimenti diplomatici, una finestra si è aperta. Ora spetta alla politica, a livello locale e internazionale, il compito di non lasciarla richiudere.

La sfida, per Israele, per i palestinesi e per l’intera comunità internazionale, è trasformare un cessate il fuoco in un progetto politico, sociale e umano capace di reggere nel tempo. Perché solo una pace giusta, condivisa e garantita può restituire dignità a chi ha sofferto e stabilità a una regione da troppo tempo in guerra.

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