18 Maggio 2026, lunedì
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L’Italia e il grande vuoto della politica industriale

Il futuro produttivo del Paese non può più essere affidato all’improvvisazione

A cura di Salvatore Guerriero Presidente della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO

Esiste una questione decisiva per il futuro economico e sociale dell’Italia che continua ad essere affrontata con una superficialità preoccupante: la mancanza di un vero Piano Industriale nazionale.

Mentre le grandi economie mondiali stanno ridefinendo i propri modelli produttivi, investendo in innovazione, energia, tecnologia e sicurezza economica, il nostro Paese appare ancora privo di una visione strutturata e condivisa sul proprio futuro industriale.

Il dibattito politico italiano, salvo rare eccezioni, resta sorprendentemente flebile rispetto alla portata storica di questa sfida. Si discute quotidianamente di equilibri politici, polemiche, consenso e dinamiche elettorali, ma troppo poco di imprese, competitività, occupazione qualificata, innovazione e crescita strategica.

Eppure, è proprio lì che si gioca il destino dell’Italia dei prossimi decenni.

Una Nazione che non programma il proprio sviluppo industriale finisce inevitabilmente per subire le trasformazioni globali invece di governarle. È ciò che rischia di accadere oggi al nostro sistema economico.

L’Italia continua a rappresentare una grande potenza manifatturiera, riconosciuta nel mondo per qualità, capacità imprenditoriale, creatività e competenze produttive. Le nostre imprese, soprattutto le piccole e medie aziende, continuano a sostenere con straordinario sacrificio il peso dell’economia nazionale, difendendo mercati, occupazione ed export anche in una fase internazionale estremamente complessa.

Ma non si può chiedere alle imprese di sostenere da sole il futuro del Paese.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una successione continua di interventi temporanei, incentivi frammentati, misure emergenziali e provvedimenti privi di continuità strategica. È mancata invece una vera politica industriale capace di indicare con chiarezza quali siano le priorità produttive della Nazione e quale direzione economica si intenda perseguire nei prossimi dieci o vent’anni.

Il mondo sta cambiando con una velocità senza precedenti.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando interi settori produttivi. La transizione energetica sta modificando gli equilibri economici internazionali. La sicurezza digitale è diventata un tema di sovranità nazionale. Le filiere industriali assumono un valore geopolitico sempre più strategico.

In questo scenario, le grandi potenze economiche stanno pianificando investimenti enormi per proteggere la propria industria e rafforzare la competitività interna.

L’Italia invece appare spesso costretta a rincorrere le emergenze.

Manca una regia nazionale forte.

Manca una visione di lungo periodo.

Manca soprattutto il coraggio di affrontare seriamente il tema del futuro produttivo del Paese.

Non basta evocare il valore del Made in Italy se non si costruisce un sistema capace di sostenerlo concretamente. Le imprese italiane continuano a confrontarsi ogni giorno con ostacoli enormi:

pressione fiscale elevata;

costo dell’energia;

eccesso burocratico;

difficoltà di accesso al credito;

carenza di infrastrutture moderne;

ritardi nella formazione tecnica e professionale;

difficoltà nell’innovazione tecnologica.

A tutto questo si aggiunge una crescente incertezza normativa che rende difficile programmare investimenti e crescita.

Un grande Paese industriale non può vivere senza una strategia industriale.

Serve un progetto nazionale serio, moderno e condiviso che coinvolga istituzioni, imprese, università, territori, giovani e mondo della ricerca. Un Piano Industriale vero dovrebbe definire con chiarezza:

i settori strategici da sviluppare;

la politica energetica nazionale;

il sostegno all’innovazione;

la digitalizzazione delle PMI;

il rilancio produttivo del Mezzogiorno;

la formazione delle nuove competenze;

la tutela delle filiere italiane;

l’internazionalizzazione del sistema produttivo.

Occorre comprendere che oggi la competitività delle Nazioni non si misura soltanto sul piano finanziario, ma sulla capacità di programmare il proprio sviluppo economico con visione, stabilità e autorevolezza.

L’Italia possiede tutte le caratteristiche per tornare protagonista:

una straordinaria cultura imprenditoriale;

eccellenze produttive riconosciute nel mondo;

una posizione strategica nel Mediterraneo;

capacità manifatturiera;

creatività;

qualità;

innovazione.

Ma nessun potenziale può trasformarsi automaticamente in crescita senza una guida politica forte e senza una strategia industriale chiara. Il rischio oggi non è soltanto economico.

Il rischio è che l’Italia perda progressivamente centralità produttiva, autonomia industriale e capacità competitiva internazionale. E quando un Paese perde la propria forza industriale, indebolisce inevitabilmente anche il proprio peso sociale, occupazionale e geopolitico.

Per questo motivo il tema del Piano Industriale non può più restare ai margini del confronto nazionale.

Non servono slogan.

Non servono misure occasionali.

Non servono interventi pensati soltanto per l’immediato consenso.

Serve invece una nuova visione italiana dello sviluppo, capace di restituire fiducia alle imprese, prospettiva ai giovani e stabilità al sistema produttivo nazionale.

L’Italia ha bisogno di tornare a pensare in grande.

Perché senza una politica industriale seria, moderna e lungimirante, il rischio non è semplicemente rallentare.

Il rischio è perdere il futuro.

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