NEW YORK – La questione palestinese torna a dominare l’agenda diplomatica globale, e lo fa in un momento cruciale, segnato dalla crescente pressione internazionale per una svolta politica nel conflitto israelo-palestinese. La conferenza ad alto livello convocata presso le Nazioni Unite ha portato a un pronunciamento che rischia di ridisegnare gli equilibri del Palazzo di Vetro: un gruppo nutrito di Paesi occidentali, capeggiati dalla Francia, ha annunciato il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina.
Il presidente Emmanuel Macron, intervenuto in plenaria, non ha usato giri di parole: “È tempo di fermare la guerra e il massacro. Nulla giustifica quanto sta accadendo a Gaza”. Con queste parole ha accompagnato un annuncio che ha scatenato applausi tra molti delegati, ma anche reazioni gelide, se non ostili, da parte di Israele e Stati Uniti. Francia, Canada, Australia, Regno Unito e diversi altri partner hanno così dato vita a un fronte di riconoscimento che intende imprimere un’accelerazione alla soluzione del conflitto, bypassando la paralisi diplomatica che dura da decenni.
Tajani frena: “Sì a due Stati, ma non ora il riconoscimento”
Presente all’evento anche il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ha confermato l’ormai consolidata posizione dell’Italia: supporto alla soluzione a due Stati, ma nessuna apertura, almeno per ora, al riconoscimento formale dello Stato palestinese. “La nostra bussola resta la soluzione a due Stati, l’unica praticabile per una pace duratura tra israeliani e palestinesi”, ha ribadito Tajani, aggiungendo che “non ci sono le condizioni per un riconoscimento immediato”.
Una posizione definita “ipocrita” da diversi rappresentanti dei Paesi arabi e da osservatori internazionali presenti a New York, per il suo equilibrio ritenuto eccessivamente prudente e, per alcuni, troppo sbilanciato sulle posizioni israeliane.
Erdogan: “Palestina membro pieno dell’Onu”
A dare ulteriore slancio alla spinta per il riconoscimento internazionale della Palestina è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. In un messaggio pubblicato su X dopo la sua partecipazione alla conferenza, Erdogan ha affermato senza mezzi termini: “È giunto il momento che la Palestina diventi un membro a pieno titolo delle Nazioni Unite”. E ha aggiunto un’esortazione agli Stati che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese affinché rafforzino quella decisione con “misure determinate, concrete e deterrenti”.
Il presidente turco ha inoltre chiesto a Israele di ritirare le proprie truppe dalla Striscia di Gaza, sottolineando la necessità di un cessate il fuoco immediato e dell’ingresso senza ostacoli degli aiuti umanitari nella Striscia, dove la situazione umanitaria è definita “catastrofica” da più agenzie internazionali.
Pressione diplomatica per i corridoi sanitari
Mentre la guerra continua, un altro fronte di confronto internazionale si apre sul piano umanitario. Una ventina di Paesi occidentali, fra cui Italia, Francia, Germania, Austria, Belgio, Polonia e Canada, hanno firmato una dichiarazione congiunta – diffusa proprio da Ottawa – in cui si chiede il ripristino immediato del corridoio sanitario tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est.
L’obiettivo è permettere l’evacuazione dei feriti da Gaza per ricevere cure nei territori palestinesi limitrofi, dove alcune strutture sanitarie, pur sotto pressione, sono ancora operative. I firmatari si dicono pronti a fornire risorse finanziarie, personale medico e attrezzature per facilitare l’intervento. Ma tutto dipende dal via libera israeliano, che al momento non è arrivato.
Israele: “640 mila evacuati da Gaza City”
Nel frattempo, Israele ha aggiornato i dati sull’evacuazione della popolazione da Gaza City, cuore urbano della Striscia. Secondo le Forze di difesa israeliane (IDF), circa 640.000 palestinesi – su una popolazione prebellica di un milione di abitanti nella sola Gaza City – avrebbero abbandonato l’area per dirigersi verso sud, in una zona indicata da Israele come “sicura”.
Lo spostamento forzato è avvenuto in concomitanza con l’operazione di terra denominata “Carri di Gedeone 2”, lanciata il 15 settembre e tuttora in corso. Le truppe israeliane sono avanzate fino al centro della città, con combattimenti intensi e un bilancio civile che, secondo fonti palestinesi, continua a salire ogni giorno. Il governo israeliano afferma di agire per “smantellare Hamas”, ma la comunità internazionale, pur riconoscendo il diritto alla difesa di Israele, si mostra sempre più inquieta per le proporzioni e le modalità dell’offensiva.
L’isolamento crescente di Israele e Stati Uniti
Lo scenario che si sta profilando al Palazzo di Vetro segna un cambiamento significativo nei rapporti di forza diplomatici. Se fino a pochi anni fa il sostegno internazionale a Israele, in particolare da parte dell’Occidente, sembrava incrollabile, oggi la frattura è evidente. Mentre Washington continua a opporsi al riconoscimento dello Stato palestinese, definendolo “controproducente” senza un accordo diretto tra le parti, il numero di Paesi favorevoli al riconoscimento formale cresce.
Non si tratta più solo di governi arabi o del Sud del mondo, ma di partner storici dell’alleanza atlantica, come la Francia, il Regno Unito, il Canada e l’Australia. Una dissonanza che rischia di lasciare Israele e Stati Uniti sempre più isolati in ambito multilaterale, mentre sul terreno il conflitto prosegue senza una chiara via d’uscita.
La soluzione a due Stati: principio condiviso, tempi diversi
Nonostante le divergenze sul riconoscimento formale, la quasi totalità dei Paesi intervenuti alla conferenza ha ribadito il principio della “soluzione a due Stati” come unica prospettiva realistica per una pace duratura. Ma ciò che divide la comunità internazionale è il quando e il come arrivarci.
Per alcuni, come Francia e Turchia, il riconoscimento è il primo passo necessario per riequilibrare le trattative. Per altri, tra cui Italia e Stati Uniti, è una mossa prematura che rischia di cristallizzare il conflitto, invece che risolverlo. Le posizioni si fanno sempre più distanti, proprio mentre la crisi umanitaria si aggrava e le prospettive di una tregua sembrano allontanarsi.
Una svolta politica in una guerra che non accenna a finire
La conferenza delle Nazioni Unite sulla Palestina, convocata da Francia e Arabia Saudita, si è rivelata uno snodo politico di primo piano, che segna una possibile svolta nella gestione diplomatica della crisi in Medio Oriente. Ma il suo impatto concreto dipenderà ora da ciò che seguirà: passi formali nei consessi internazionali, azioni coordinate sul piano umanitario, e soprattutto una pressione rinnovata sulle parti per avviare, finalmente, un processo negoziale credibile.
Nel frattempo, il conflitto a Gaza prosegue in tutta la sua brutalità, mentre la comunità internazionale si divide sul riconoscimento di uno Stato che, per molti, esiste ormai da tempo solo sulla carta. Ma che potrebbe, con le decisioni di queste ore, iniziare a prendere forma anche nella realtà del diritto internazionale.
