6 Ottobre 2026, martedì
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Mattarella: “Uccidere un giornalista è uccidere la libertà. Il sacrificio di Siani vive nella memoria della Repubblica”

Nel 40° anniversario dell’omicidio di Giancarlo Siani, il Presidente della Repubblica lancia un monito potente contro le mafie e in difesa dell’informazione libera. “L’assassinio dei giornalisti è un attacco diretto ai diritti fondamentali di ogni cittadino”.

ROMA – A quarant’anni dall’assassinio di Giancarlo Siani, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato con parole profonde e vibranti il giornalista napoletano ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Un omaggio che va ben oltre la commemorazione rituale e si fa denuncia, riflessione civile, difesa attiva del ruolo del giornalismo in una democrazia matura.

“Ricordare il sacrificio di Siani – ha dichiarato Mattarella – significa tornare a riflettere sul senso profondo della libertà d’informazione, e sul prezzo che troppi cronisti hanno pagato, e continuano a pagare, per aver scelto di raccontare la verità”. Il Capo dello Stato non ha lasciato spazio ad ambiguità: “L’assassinio dei giornalisti è un assassinio delle nostre libertà. È un attacco diretto a una parte di noi a cui la comunità non intende rinunciare”.

La memoria di Siani come pietra miliare della Repubblica

Siani, cronista de Il Mattino, fu assassinato per aver fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe sentire come dovere: raccontare fatti, indagare, rompere il silenzio imposto dalla paura e dalla complicità. “Fu barbaramente ucciso da killer della camorra – ha ricordato Mattarella – perché aveva acceso la luce sulle attività criminali dei clan, svelato i loro conflitti interni, le viltà che li caratterizzano”.

Un lavoro coraggioso, svolto con lo stile del cronista di strada, animato da una profonda tensione etica e da un senso di giustizia che il Presidente ha voluto sottolineare come tratto distintivo della sua figura: “Lo animava un forte senso di giustizia sociale che si nutriva di legalità. Far conoscere la realtà criminale che la camorra voleva occultare era il suo modo di lottare per liberare il territorio dallo strangolamento delle attività illegali”.

In quell’attività di documentazione ostinata e lucida, svolta con mezzi limitati ma con una straordinaria lucidità d’analisi, Siani mise a nudo il sistema di potere che soffocava Napoli e la sua periferia. Le sue inchieste non erano solo denunce: erano strumenti di riscatto per una comunità intera, un appello a non rassegnarsi.

Un attacco alla stampa, un attacco alla democrazia

Mattarella ha voluto ampliare la riflessione, legando l’assassinio di Siani a quello di tanti altri giornalisti nel mondo, morti per aver fatto semplicemente il proprio mestiere: “Quel feroce agguato è parte incancellabile della storia e della memoria della Repubblica. E il suo ricordo inevitabilmente ci riporta ai numerosi giornalisti morti perché colpevoli di testimoniare la verità, di raccontare le violazioni del diritto, le aggressioni, le guerre, lo sterminio senza pietà”.

Dalle guerre dimenticate ai territori dominati dalle mafie, passando per i regimi autoritari dove l’informazione è considerata una minaccia, i giornalisti continuano a essere bersaglio di violenze e repressioni. Secondo Mattarella, non si tratta solo di vite spezzate, ma di una minaccia più ampia: “Ogni giornalista assassinato è un colpo inferto alla coscienza civile, un vuoto creato nel diritto alla verità di ogni cittadino”.

Il processo e la giustizia: “I mandanti possono essere colpiti”

Il Capo dello Stato ha ricordato anche il valore del percorso giudiziario che seguì l’omicidio, sottolineando l’importanza di aver assicurato alla giustizia non solo gli esecutori materiali, ma anche i mandanti del delitto. “Il processo che ha portato alle condanne mostra una volta di più che gli assassini mafiosi possono essere colpiti”, ha affermato Mattarella, riconoscendo implicitamente anche il lavoro delle istituzioni e della magistratura, spesso oggetto di minacce e delegittimazioni quando toccano i nervi scoperti della criminalità organizzata.

La sua dichiarazione arriva in un momento storico in cui il ruolo della stampa è sempre più sotto attacco, anche nelle democrazie occidentali: tra intimidazioni, denunce temerarie, aggressioni fisiche e campagne di delegittimazione, il mestiere del giornalista resta uno dei più esposti e vulnerabili, specialmente quando si esercita in territori difficili o in contesti politici polarizzati.

Il dovere della memoria, la responsabilità del presente

Quarant’anni dopo la sua morte, Giancarlo Siani è diventato un simbolo della libertà di stampa, ma anche dell’Italia che resiste alle mafie non con eroismi retorici, ma con la forza quotidiana della verità. “La sua testimonianza – ha concluso Mattarella – vive nella società che rifiuta l’oppressione delle mafie e dei gruppi di criminalità organizzata, e tra i suoi colleghi giornalisti fedeli all’etica della professione e impegnati ogni giorno in una funzione cruciale per la libertà della convivenza civile”.

Il Presidente non ha fatto appelli retorici, né si è rifugiato in commemorazioni formali. Il suo intervento ha voluto invece sottolineare una verità essenziale: il giornalismo non è solo un mestiere, ma una garanzia di libertà. Ogni volta che un giornalista viene messo a tacere con la violenza, è l’intera collettività a essere privata di uno strumento fondamentale di consapevolezza e di controllo democratico.

Siani oggi è un nome che campeggia su scuole, piazze, premi giornalistici. Ma, come ricorda Mattarella, deve essere soprattutto un richiamo a non abbassare mai la guardia, a considerare la libertà di informazione non come un privilegio ma come un diritto irrinunciabile. Perché uccidere un giornalista, ieri come oggi, significa colpire il cuore stesso della Repubblica.

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