16 Agosto 2026, domenica
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Medio Oriente in fiamme: il segretario di Stato Usa Marco Rubio in Israele per discutere dell’annessione della Cisgiordania

Visita ad alto rischio diplomatico del capo della diplomazia americana: Washington rinsalda il legame con Israele mentre cresce la pressione internazionale per il riconoscimento della Palestina. Intanto Gaza sprofonda nel caos tra evacuazioni, raid e vittime civili.

Nel pieno di una delle fasi più critiche del conflitto israelo-palestinese degli ultimi anni, il Segretario di Stato americano Marco Rubio è atterrato in Israele con un’agenda tanto delicata quanto esplosiva: discutere con il governo Netanyahu della possibile annessione di porzioni della Cisgiordania occupata, un’ipotesi che, se formalizzata, segnerebbe una svolta radicale nei già fragili equilibri del Medio Oriente.

Rubio, emissario di punta dell’amministrazione guidata da Donald Trump, arriva a Gerusalemme in un contesto di massima tensione, mentre l’esercito israeliano è impegnato in un’intensificazione delle operazioni militari su Gaza e cresce, sul piano internazionale, il movimento a favore del riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese da parte di un numero crescente di Paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La linea di Washington: pieno sostegno a Israele

Il viaggio del capo della diplomazia americana ha come obiettivo principale quello di rassicurare Israele sul sostegno incondizionato di Washington, proprio mentre le accuse contro le operazioni militari israeliane si moltiplicano, anche da parte di alleati storici. Rubio ha ribadito nelle scorse ore il sostegno della Casa Bianca al “diritto di Israele a difendersi”, senza prendere le distanze dagli attacchi aerei che nelle ultime settimane hanno colpito anche obiettivi in Qatar, dove si trovano figure apicali della leadership politica di Hamas.

Secondo fonti riportate dal sito Axios, tra i temi in discussione con il primo ministro Benjamin Netanyahu vi sarebbe anche la possibilità, sempre più concreta, che il governo israeliano proceda unilateralmente con l’annessione di alcune aree strategiche della Cisgiordania, attualmente sotto occupazione militare. Una mossa che rappresenterebbe una rottura definitiva con il paradigma degli Accordi di Oslo e con qualsiasi ipotesi realistica di soluzione a due Stati.

Netanyahu attacca Hamas e accusa il Qatar

Netanyahu, da parte sua, ha utilizzato i canali social per rilanciare una narrazione dura, che non lascia spazio a concessioni: “I capi terroristi di Hamas che vivono in Qatar non si preoccupano del popolo di Gaza. Hanno bloccato tutti i tentativi di cessate il fuoco per trascinare la guerra all’infinito”, ha scritto su X, in lingua inglese. E ha aggiunto: “Sbarazzarsi di loro eliminerebbe il principale ostacolo al rilascio dei nostri ostaggi e alla fine della guerra”.

Parole che suonano come un manifesto politico e militare, e che lasciano intendere come l’asse Tel Aviv-Washington, ora più saldo che mai, sia pronto ad affrontare anche un’eventuale escalation diplomatica con quei Paesi che si stanno muovendo verso il riconoscimento della Palestina come Stato sovrano.

Gaza: evacuazioni di massa e nuovi raid aerei

Nel frattempo, sul terreno, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza è precipitata ulteriormente. L’esercito israeliano ha annunciato che oltre 250mila palestinesi sono stati evacuati da Gaza City, mentre continuano a ritmo serrato le operazioni militari, in particolare nel quartiere di Rimal, nel cuore della città. Nelle ore precedenti, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avevano diramato un avviso alla popolazione, anticipando l’imminente attacco a un grattacielo che, secondo fonti militari, ospitava infrastrutture operative di Hamas. Poco dopo, un edificio è stato completamente raso al suolo da un raid dell’aviazione israeliana.

Il portavoce dell’IDF in lingua araba, colonnello Avichay Adraee, ha confermato le operazioni, dichiarando che “l’edificio colpito era un obiettivo militare legittimo”.

Civili sotto attacco: bilancio tragico secondo fonti palestinesi

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, almeno 11 civili palestinesi sono morti nella sola giornata di domenica, in attacchi condotti a Gaza City e a Rafah, nel sud della Striscia. Alcune delle vittime si trovavano in attesa di ricevere aiuti umanitari quando sono stati colpiti dal fuoco israeliano. Nel quartiere di Al-Hawa, un bombardamento ha distrutto un edificio residenziale, provocando almeno sette morti, tra cui donne e bambini, e numerosi feriti. I soccorritori continuano a scavare tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti.

In un altro episodio, riferisce ancora Wafa, quattro civili sono stati uccisi a Rafah mentre attendevano l’arrivo di aiuti. Fonti mediche locali parlano anche di almeno cinque ulteriori vittime e 35 feriti in seguito a una serie di attacchi condotti dalle prime ore del mattino su diversi quartieri di Gaza City.

Nel sud della Striscia, in particolare a Khan Younis, proseguono intensi bombardamenti di artiglieria. Secondo testimoni locali, diverse zone residenziali risultano sotto attacco continuo.

Flottiglia umanitaria parte da Augusta: 18 imbarcazioni verso Gaza

Mentre a Gaza si combatte e si muore, da Augusta, in provincia di Siracusa, è partita sabato pomeriggio la “Global Sumud Flotilla”, una missione umanitaria composta da 18 imbarcazioni con a bordo attivisti, operatori sanitari e aiuti diretti alla popolazione civile palestinese. L’iniziativa punta a rompere simbolicamente il blocco e a richiamare l’attenzione internazionale sulla gravissima emergenza umanitaria in corso.

Le autorità israeliane non hanno ancora commentato ufficialmente il tentativo della flottiglia di raggiungere le coste di Gaza, ma in passato operazioni simili sono state intercettate con decisione dalla Marina militare di Tel Aviv.

Pressione internazionale e ipotesi riconoscimento della Palestina

Il viaggio di Rubio arriva anche in un momento in cui cresce la pressione internazionale per il riconoscimento ufficiale della Palestina come Stato sovrano. All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevista per le prossime settimane, diversi Paesi, soprattutto in America Latina, Africa e Asia, sarebbero pronti a formalizzare tale riconoscimento, mettendo così Israele e i suoi alleati occidentali di fronte a una sfida politica senza precedenti.

Per Israele, un eventuale riconoscimento multilaterale rappresenterebbe un duro colpo simbolico e diplomatico, che rischia di isolare ulteriormente il governo Netanyahu su scala globale. Per gli Stati Uniti, invece, il sostegno a Israele appare oggi prioritario, anche a costo di uno scontro frontale con parte della comunità internazionale.

Uno snodo storico per la regione

La visita di Marco Rubio segna dunque uno snodo cruciale per la diplomazia americana e per l’intero assetto geopolitico del Medio Oriente. Con una guerra ancora in corso, una crisi umanitaria devastante e l’ombra di una possibile annessione unilaterale della Cisgiordania, le prossime settimane si preannunciano decisive.

Le parole, i gesti e le decisioni che emergeranno da questa missione diplomatica avranno un impatto ben oltre i confini di Israele e Palestina. Potrebbero ridisegnare — ancora una volta — la mappa del conflitto più intricato e irrisolto del nostro tempo.

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