Israele ribadisce con forza la propria opposizione a qualsiasi prospettiva di soluzione politica del conflitto con i palestinesi che includa la creazione di uno Stato indipendente. A confermarlo è il ministro degli Esteri Gideon Saar, in visita ufficiale a Washington, dove ha incontrato il segretario del Dipartimento di Stato Marco Rubio. “Non ci sarà alcun piano per la creazione di uno Stato palestinese”, ha dichiarato il capo della diplomazia israeliana ai giornalisti, liquidando di fatto ogni possibilità di negoziato sul futuro assetto politico della regione.
Un’affermazione destinata a pesare, in un momento in cui la crisi in Medio Oriente si fa sempre più profonda e la pressione internazionale cresce. Sul campo, infatti, la situazione umanitaria a Gaza è ormai oltre i limiti dell’emergenza. Solo da mercoledì mattina sono almeno 37 i palestinesi uccisi nei raid israeliani, ai quali si aggiungono almeno 10 persone morte per fame e mancanza di cure nelle ultime 24 ore.
Gaza sotto attacco, bambini in fuga in Libano
I bombardamenti su Gaza proseguono senza sosta. Uno degli episodi più gravi ha coinvolto l’ospedale Nasser di Khan Younis, preso di mira dalle forze israeliane con l’obiettivo, secondo l’esercito, di distruggere una telecamera che si ritiene fosse stata piazzata da Hamas per monitorare i movimenti delle truppe. Un’azione che alimenta ulteriormente la tensione sulla protezione delle infrastrutture civili e dei presidi sanitari.
Nel sud del Libano, invece, un raid israeliano ha provocato un’esplosione nei pressi di un asilo nido. I bambini presenti sono fuggiti terrorizzati. Non si registrano vittime, ma l’episodio ha riacceso l’allarme lungo il confine e sollevato nuovi interrogativi sull’estensione del conflitto e sul rispetto dei limiti imposti dal diritto internazionale umanitario.
Le famiglie degli ostaggi: “Il 3 settembre saremo davanti alla residenza di Netanyahu”
A far montare ulteriormente la tensione interna in Israele è la crescente frustrazione delle famiglie degli ostaggi israeliani ancora trattenuti a Gaza, che chiedono un accordo immediato per garantire la loro liberazione. I familiari hanno annunciato una grande manifestazione il prossimo 3 settembre davanti alla residenza ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme.
Lo scrive il quotidiano Haaretz, sottolineando come il malcontento si stia allargando anche a parte dell’opinione pubblica israeliana, che accusa il governo di immobilismo, mentre gli ostaggi restano nelle mani di Hamas e il conflitto si trascina senza una via d’uscita politica.
Chiese cattolica e ortodossa: “Resteremo a Gaza. Andarsene sarebbe una condanna a morte”
Nel mezzo di questa crisi, arriva un messaggio potente da parte delle autorità religiose cristiane della Striscia. In una dichiarazione congiunta, il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il patriarca ortodosso Teofilo hanno annunciato che clero e suore non lasceranno Gaza: “Continueremo a prenderci cura di tutti coloro che si trovano nei nostri complessi. Andarsene sarebbe una condanna a morte”.
Una presa di posizione che suona come una denuncia della gravità della situazione umanitaria, ma anche come un segnale di resistenza e solidarietà nei confronti della popolazione civile intrappolata nel conflitto.
Tajani: “Israele ha superato la linea rossa. Si fermi”
Anche dal governo italiano arrivano segnali di inquietudine. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un’intervista rilasciata nelle scorse ore, ha dichiarato che Israele ha oltrepassato la soglia della reazione legittima, invitando Tel Aviv a fermarsi. Una dichiarazione che rompe in parte con la tradizionale linea di prudente sostegno israeliano espressa da Roma, e che riflette la crescente difficoltà di sostenere politicamente l’operato del governo Netanyahu, in un contesto segnato da continui attacchi contro obiettivi civili.
Svezia e Olanda: “Misure contro Israele per violazione dei diritti umani”
Il fronte europeo comincia a muoversi. Alla vigilia del Consiglio informale dei ministri degli Esteri dell’UE a Copenaghen, Svezia e Paesi Bassi hanno indirizzato una lettera all’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, chiedendo misure concrete contro Israele, in relazione alle gravi violazioni dei diritti umani documentate a Gaza.
Nella lettera, visionata dall’agenzia Ansa, i due Paesi sollecitano la Commissione europea a sospendere parzialmente la partecipazione di Israele al programma di ricerca Horizon e a proporre anche la sospensione del capitolo commerciale dell’accordo di associazione tra Bruxelles e Tel Aviv, facendo riferimento diretto all’articolo 2, che vincola il rispetto dei diritti umani al mantenimento delle relazioni privilegiate con l’Unione.
Nel testo si chiede esplicitamente all’esecutivo comunitario di “avanzare una proposta”, rendendo evidente che, almeno in alcune capitali del Nord Europa, la pazienza nei confronti del governo israeliano è agli sgoccioli. Contemporaneamente, viene richiesta l’imposizione di sanzioni mirate anche ai vertici politici di Hamas, per evitare che il messaggio europeo sia percepito come sbilanciato.
Un conflitto senza orizzonte, con la diplomazia in stallo
Lo scenario mediorientale resta inchiodato in una fase di totale stallo politico. Da un lato, il governo israeliano, oggi più che mai orientato verso una linea securitaria e intransigente, ribadisce la propria ostilità a qualsiasi soluzione politica fondata sulla coesistenza di due Stati. Dall’altro, le dinamiche sul terreno producono ogni giorno nuovi morti, mentre la popolazione civile di Gaza sprofonda in una crisi umanitaria sempre più catastrofica.
In questo contesto, la comunità internazionale appare divisa e lenta, incapace di formulare un’iniziativa diplomatica che non si limiti alla gestione dell’emergenza o alla mera espressione di condanne. Con i negoziati fermi, gli ostaggi ancora prigionieri, e una crescente disillusione anche tra gli alleati storici di Israele, il conflitto sembra destinato a proseguire nel vuoto di una strategia condivisa.
E mentre le bombe cadono, le dichiarazioni si moltiplicano. Ma alla prova dei fatti, nessuno — al momento — ha in mano la chiave per fermare questa spirale.
