4 Ottobre 2026, domenica
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Catania, la tecnologia al servizio dei detenuti: tre giovani tentano di far volare cellulari in carcere con un drone

Scoperti dalla polizia nei pressi della casa circondariale di Piazza Lanza: sequestrati smartphone, mini telefoni e lenze da pesca. Denunciati tre ragazzi tra i 17 e i 21 anni. L'indagine ora è nelle mani delle Procure di Catania

Tentavano di trasformare un drone in corriere clandestino per la consegna di telefoni cellulari all’interno del carcere. È successo a Catania, dove tre giovani — due maggiorenni di Paternò, rispettivamente di 21 e 18 anni, e un minorenne di 17 anni residente nel capoluogo — sono stati intercettati dalla polizia mentre cercavano di introdurre dispositivi elettronici nella casa circondariale di Piazza Lanza, sfruttando un drone telecomandato.

L’operazione è scattata grazie all’intervento delle Volanti della Questura, che hanno notato movimenti sospetti nei pressi del penitenziario e sono riusciti a bloccare i tre prima che riuscissero a portare a termine il piano. I giovani avevano con sé un drone, un rocchetto di lenza da pesca, tre smartphone e due mini cellulari, strumenti che avrebbero consentito, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, di recapitare clandestinamente i dispositivi all’interno della struttura detentiva.

Oltre al materiale destinato ai detenuti, sono stati sequestrati anche i telefoni personali dei tre indagati. La loro posizione è ora al vaglio della Procura distrettuale e della Procura per i minorenni di Catania, che dovranno accertare le responsabilità individuali e, soprattutto, verificare se dietro il tentativo ci sia un’organizzazione più ampia.

I tre sono stati denunciati per tentato accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, reato previsto dal codice penale italiano per contrastare un fenomeno in preoccupante espansione.

Un sistema sempre più sofisticato per aggirare i controlli

Negli ultimi anni il fenomeno dell’introduzione illegale di telefoni cellulari all’interno delle carceri italiane ha assunto dimensioni tali da richiamare l’attenzione del legislatore e delle forze dell’ordine. I dispositivi consentono ai detenuti di eludere ogni forma di controllo, mantenendo contatti con l’esterno, dirigendo attività illecite, coordinando traffici e, in alcuni casi, intimidendo testimoni o organizzando estorsioni.

Per questo motivo, l’introduzione o il tentativo di introduzione di telefoni nelle strutture carcerarie viene trattato con la massima severità dalle autorità. L’uso di droni, in particolare, rappresenta una nuova frontiera dell’ingegno criminale, difficile da prevenire con i metodi tradizionali di sorveglianza.

Il ricorso alla lenza da pesca suggerisce inoltre un metodo rudimentale ma funzionale per far calare con precisione i dispositivi nel cortile interno del carcere, eludendo la rete di controllo perimetrale.

Indagini in corso: si cerca di capire chi fosse il destinatario

Al momento gli investigatori non escludono che i tre ragazzi potessero agire su commissione. L’ipotesi al vaglio è che l’operazione non fosse un’iniziativa estemporanea, ma parte di un meccanismo ben rodato per far giungere in carcere telefoni richiesti da detenuti specifici. Resta da chiarire se i giovani abbiano avuto contatti diretti con i reclusi o se si siano limitati a eseguire ordini provenienti dall’esterno.

La pericolosità dell’uso di cellulari in carcere, soprattutto in contesti ad alta densità criminale come quello di Catania, dove convivono detenuti legati a diverse organizzazioni mafiose, è da tempo sotto la lente delle autorità penitenziarie. In molte carceri, le direzioni stanno sperimentando tecnologie di disturbo del segnale o sistemi di rilevamento radar per contrastare l’ingresso di droni, ma si tratta di strumenti costosi e non ancora diffusi in modo capillare.

Allarme sicurezza nelle carceri italiane

Il caso di Catania è solo l’ultimo di una serie di episodi simili registrati negli ultimi mesi in diverse regioni italiane. Aumentano i sequestri di telefoni all’interno delle celle, e con essi cresce la consapevolezza che la sorveglianza tradizionale da sola non basta più.

Le forze dell’ordine, pur riconoscendo la difficoltà di prevenire ogni tentativo, sottolineano l’importanza della collaborazione con il personale penitenziario e con la magistratura per stroncare alla radice i flussi illegali.

La risposta dello Stato: repressione, prevenzione, tecnologie

Il Ministero della Giustizia, negli ultimi anni, ha messo in campo una serie di interventi per contrastare il fenomeno, ma la battaglia è tutt’altro che conclusa. La sfida non è solo tecnologica, ma anche sociale ed educativa, soprattutto quando — come in questo caso — i protagonisti sono giovanissimi, appena maggiorenni o addirittura minorenni, coinvolti in dinamiche criminali che sembrano ormai normalizzate in alcune fasce della società.

Il blitz della polizia di Catania, però, dimostra che il presidio del territorio e l’intelligence sul campo restano strumenti essenziali per difendere la legalità, anche nei luoghi dove essa viene quotidianamente messa alla prova.

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