3 Luglio 2026, venerdì
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Cina: “Israele fermi subito le operazioni a Gaza”

Pechino chiede un cessate il fuoco immediato e duraturo, condanna le vittime civili e si inserisce in una competizione globale con Russia, Stati Uniti ed Europa sul futuro del Medio Oriente

A cura di Daniele Cappa

La Cina torna a farsi sentire sulla crisi in Medio Oriente e lancia un appello diretto a Israele: fermare immediatamente le operazioni militari nella Striscia di Gaza. È quanto dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, citato dal quotidiano statale Global Times.

“Israele dovrebbe cessare immediatamente le operazioni militari a Gaza, realizzare al più presto un cessate il fuoco completo e duraturo, ripristinare pienamente l’accesso agli aiuti umanitari, prevenire una crisi umanitaria ancora più grave e allentare le tensioni il prima possibile”, ha affermato Guo, ribadendo la posizione ufficiale di Pechino, da mesi orientata a chiedere un’immediata de-escalation.

La dichiarazione arriva a poche ore dalle notizie sull’attacco israeliano all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia, dove almeno venti persone hanno perso la vita, tra cui cinque giornalisti. Un episodio che ha scosso la comunità internazionale e che la diplomazia cinese ha condannato con parole dure.

“Siamo sconvolti e condanniamo ancora una volta la tragica morte di operatori sanitari e giornalisti nel conflitto. Piangiamo i defunti ed esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie in lutto”, ha aggiunto Guo rispondendo alle domande della stampa.

La posizione di Pechino si inserisce in un contesto diplomatico sempre più teso. Da un lato gli Stati Uniti continuano a ribadire il diritto di Israele a difendersi dagli attacchi di Hamas, dall’altro numerosi attori internazionali – dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, fino appunto alla Cina – spingono con crescente urgenza per una tregua che consenta l’ingresso di aiuti umanitari e limiti il bilancio delle vittime civili.

Oltre al piano umanitario, l’intervento cinese ha anche una valenza politica e strategica. Negli ultimi anni Pechino ha rafforzato la propria presenza diplomatica in Medio Oriente, proponendosi come interlocutore alternativo alle potenze occidentali. Lo scorso anno aveva mediato lo storico riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita, un successo che ha accresciuto la sua credibilità nella regione. Ora, con il conflitto a Gaza, la Cina punta a consolidare ulteriormente il suo ruolo di potenza equilibratrice, presentandosi come voce della comunità internazionale contraria all’escalation militare e sensibile alle istanze umanitarie.

Un approccio che, oltre a rafforzarne l’immagine globale, riflette anche gli interessi diretti di Pechino: la stabilità mediorientale è cruciale per la sicurezza energetica cinese e per la protezione delle rotte commerciali. Per questo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’appello di Pechino a Israele assume anche il valore di un messaggio strategico, volto a riaffermare la centralità cinese in uno scacchiere che resta tra i più instabili e delicati del mondo.

In parallelo, anche la Russia sta cercando di giocare un ruolo nel conflitto, muovendosi però su un terreno più ambiguo. Mosca ha condannato l’alto numero di vittime civili a Gaza, ma al tempo stesso ha mantenuto rapporti di cooperazione con Israele e con Hamas, puntando a sfruttare la crisi per indebolire ulteriormente l’influenza americana nella regione. L’incontro a Mosca con una delegazione di Hamas, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto, ha sollevato non poche perplessità in Occidente, confermando come il Cremlino consideri il dossier mediorientale anche un’occasione per rafforzare i propri legami con il mondo arabo e costruire nuove alleanze in funzione anti-occidentale.

Cina e Russia, pur con modalità e obiettivi differenti, convergono dunque nel tentativo di accreditarsi come alternative al tradizionale predominio statunitense in Medio Oriente. Pechino lo fa con il linguaggio della mediazione diplomatica e della stabilità, Mosca con una strategia più spregiudicata e tattica. Due approcci distinti, ma entrambi significativi di un assetto geopolitico in rapido mutamento, in cui la guerra a Gaza diventa anche un terreno di confronto tra potenze globali.

Sul fronte europeo, invece, l’Unione procede in ordine sparso. Bruxelles ha più volte chiesto pause umanitarie immediate e l’accesso sicuro agli aiuti, ma le divergenze interne tra Stati membri frenano la possibilità di una linea comune incisiva. Paesi come Spagna e Irlanda spingono per un riconoscimento formale dello Stato di Palestina, mentre altri, vicini alla posizione di Washington, privilegiano il sostegno a Israele. La frammentazione delle posizioni rende l’Unione meno influente sul piano negoziale, confermando le difficoltà dell’Europa nel ritagliarsi un ruolo autonomo in politica estera.

In questo scenario, la crisi di Gaza non è soltanto una tragedia umanitaria, ma anche un banco di prova per gli equilibri geopolitici globali: Stati Uniti impegnati a difendere un alleato storico, Cina e Russia pronte a sfruttare ogni spiraglio per accrescere il proprio peso internazionale, e un’Europa che fatica a parlare con una sola voce. Un mosaico complesso, che trasforma il conflitto mediorientale in una partita cruciale per il futuro degli assetti mondiali.

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