3 Luglio 2026, venerdì
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Gaza, i leader cristiani: “Non abbandoneremo la Striscia. Restare è un dovere di vita”

Il cardinale Pizzaballa e il patriarca Teofilo ribadiscono la scelta di rimanere accanto alla popolazione sotto assedio. Nuove vittime nei raid israeliani, mentre in Israele si moltiplicano le proteste dei familiari degli ostaggi. Trump: “La guerra potrebbe finire entro poche settimane”

Il conflitto in Medio Oriente è giunto al giorno numero 690 e Gaza continua a essere teatro di bombardamenti e distruzione. Nel cuore di una crisi che non risparmia nessuno, le voci dei leader religiosi cristiani risuonano come un atto di resistenza e testimonianza. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, e il patriarca ortodosso Teofilo III hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui ribadiscono che né il clero né le comunità religiose lasceranno la Striscia.

“Il clero e le suore rimarranno e continueranno a prendersi cura di tutti coloro che saranno nei complessi. Andarsene sarebbe una condanna a morte”, scrivono i due patriarchi, confermando la volontà di rimanere accanto a chi ha scelto, o è stato costretto, a restare nell’enclave palestinese. Per le autorità religiose, abbandonare la popolazione in un momento tanto drammatico significherebbe tradire la missione stessa della Chiesa e rinunciare al dovere di assistere i più fragili.

Mentre la dichiarazione trova eco internazionale, la violenza sul campo non conosce tregua. I raid israeliani continuano a colpire la Striscia e, secondo fonti locali, tra le vittime si contano ancora una volta numerosi civili, compresi bambini. L’esercito di Tel Aviv prosegue le operazioni militari, mentre la comunità internazionale moltiplica gli appelli affinché si eviti un ulteriore aggravamento della crisi umanitaria.

Sul fronte politico, Donald Trump – tornato al centro della scena internazionale dopo la sua rielezione alla Casa Bianca – ha dichiarato che la guerra potrebbe concludersi “entro due o tre settimane”. Parole che hanno suscitato reazioni contrastanti, oscillando tra lo scetticismo degli osservatori e la speranza di chi cerca un segnale di svolta dopo quasi due anni di conflitto.

In Israele, intanto, non si placano le proteste dei familiari degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Le piazze tornano a riempirsi di manifestanti che chiedono al governo di accelerare i negoziati per il loro rilascio, mentre il dibattito politico interno rimane acceso e segnato da forti divisioni.

La dichiarazione di Pizzaballa e Teofilo conferisce un nuovo significato alla presenza cristiana in un’area da sempre segnata da convivenze difficili e tensioni religiose. Restare a Gaza, oggi, non è soltanto una scelta pastorale: è un atto di coraggio che vuole ribadire, in un contesto di morte e paura, la forza della solidarietà e della speranza.

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