Un colpo deciso, destinato a pesare nel dibattito politico e costituzionale americano. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato l’ordine esecutivo con cui Donald Trump tentava di smantellare uno dei pilastri storici del sistema giuridico americano: lo ius soli. La cittadinanza per nascita, sancita dal 14° emendamento, resta intatta.
I giudici dell’Alta Corte hanno ribadito un principio consolidato: chi nasce sul territorio degli Stati Uniti è cittadino americano, salvo rare e circoscritte eccezioni. Una linea interpretativa che affonda le radici nella storia costituzionale del Paese e che nessun atto presidenziale può sovvertire. L’ordine firmato da Trump mirava infatti a escludere dalla cittadinanza automatica i figli di immigrati irregolari o di persone presenti temporaneamente negli Stati Uniti. Un provvedimento rimasto finora sulla carta e ora definitivamente dichiarato illegittimo.
La decisione rappresenta una netta sconfitta per il presidente su uno dei fronti più identitari della sua agenda politica, quello dell’immigrazione. Ma il verdetto della Corte Suprema, nella stessa giornata, consegna a Trump anche un’importante vittoria su un altro terreno altamente sensibile: quello dei diritti legati all’identità di genere.
I giudici hanno infatti confermato la validità del divieto per gli atleti transgender di partecipare alle competizioni femminili nelle scuole e nelle università. Una misura fortemente voluta dall’amministrazione Trump e diventata simbolo della sua linea sui temi culturali. “Questo mette fine a una situazione ridicola”, ha commentato il tycoon, rivendicando il risultato.
La giornata del 29 giugno si è rivelata particolarmente densa di decisioni per la Corte Suprema, con esiti alterni per il presidente. Sul fronte istituzionale, i giudici hanno impedito la rimozione di Lisa Cook dal consiglio della Federal Reserve, riaffermando con forza il principio di indipendenza della banca centrale rispetto al potere esecutivo.
Non solo. È stata confermata anche la condanna già inflitta a Trump nel caso della scrittrice E. Jean Carroll: resta dunque valido il risarcimento da cinque milioni di dollari per abusi sessuali e diffamazione. Un pronunciamento che consolida una delle vicende giudiziarie più delicate per il presidente.
In materia elettorale, la Corte ha inoltre stabilito che le schede votate per posta devono essere considerate valide anche se ricevute dopo l’Election Day, purché spedite entro i termini previsti. Una decisione che rafforza le garanzie sul voto per corrispondenza, spesso contestato dallo stesso Trump.
A bilanciare queste battute d’arresto, tuttavia, arriva un altro verdetto favorevole alla Casa Bianca: la Corte ha ampliato i poteri del presidente nella rimozione dei vertici delle agenzie federali indipendenti, riconoscendo un margine di intervento più ampio rispetto al passato. Una scelta che Trump ha definito “una grande vittoria”.
Nel complesso, emerge un quadro complesso e tutt’altro che univoco: la Corte Suprema si conferma arbitro centrale degli equilibri istituzionali americani, capace di frenare e al tempo stesso rafforzare l’azione presidenziale. Per Trump, una giornata dai due volti: sconfitto su un principio costituzionale fondamentale, ma rafforzato su altri fronti chiave della sua visione politica.
