La Dichiarazione congiunta firmata tra Commissione Europea e governo americano sui dazi commerciali continua a far discutere. Tra i più critici c’è Antonio Misiani, responsabile economico del Partito Democratico, che non esita a puntare il dito contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Secondo Misiani, l’intesa definita nelle ultime settimane riprende le criticità già emerse a novembre in Scozia e conferma il rischio di un forte squilibrio a danno dell’Italia. “Mentre la Germania – osserva – ha ottenuto un risultato rilevante per la tutela del proprio export automobilistico, per il nostro Paese non è arrivata alcuna esenzione o riduzione significativa. I comparti industriale, agricolo e vitivinicolo, che sono tra i più esposti negli scambi con gli Stati Uniti, restano privi di protezione”.
L’esponente dem riconosce alcuni aspetti positivi: “È stato fissato un tetto massimo del 15 per cento per farmaceutica e legno, e molte tariffe sono state riassorbite in un unico schema omnicomprensivo. Ma tutto questo non basta a compensare l’impatto complessivamente negativo della Dichiarazione congiunta”.
Il nodo principale, denuncia Misiani, è l’irrilevanza dell’Italia nei tavoli decisivi: “Dov’era il governo Meloni mentre si decideva il futuro di settori strategici per la nostra economia? Ancora una volta la destra italiana si è rivelata incapace di incidere a Bruxelles e a Washington, lasciando che fossero altri a difendere i propri interessi”.
Da qui l’impegno del Partito Democratico a mantenere alta la pressione. “Continueremo a batterci in sede europea per ottenere miglioramenti concreti e riduzioni dei dazi, così da proteggere le filiere produttive e agricole del nostro Paese. Sul piano nazionale – aggiunge Misiani – chiediamo al governo di predisporre un piano di sostegno all’economia in grado di mitigare le ricadute delle politiche protezionistiche avviate da Trump. Non ci fermeremo: il nostro obiettivo è difendere la competitività delle imprese italiane, oggi più che mai a rischio”.
Un messaggio chiaro, quello del responsabile economico del PD, che apre un fronte politico destinato a pesare nei rapporti tra opposizione e governo: mentre l’Europa tratta con Washington, in Italia si riaccende la polemica sulla capacità dell’esecutivo di difendere i settori più vitali dell’economia nazionale.
