16 Agosto 2026, domenica
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“Surreale accanimento”: il Governo fa quadrato attorno a Salvini. Ma la Procura insiste: “La legge è chiara, non è stata rispettata”

Meloni, Nordio, Piantedosi e tutto l’esecutivo difendono il vicepremier Salvini dopo il ricorso in Cassazione della Procura di Palermo sul caso Open Arms. I magistrati contestano l’assoluzione: "Errore nell'applicazione delle norme internazionali". Il dibattito si accende tra giustizia, politica e diritto.

ROMA – “Surreale accanimento”. Così la premier Giorgia Meloni ha definito il ricorso in Cassazione presentato dalla Procura di Palermo contro l’assoluzione di Matteo Salvini, imputato per la vicenda Open Arms. Un processo durato tre anni, conclusosi il 20 dicembre 2023 con un verdetto favorevole al leader della Lega, che era accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver impedito, nell’agosto 2019, lo sbarco di migranti soccorsi in mare dalla nave spagnola dell’Ong Open Arms.

La notizia del ricorso ha scatenato una reazione compatta dell’esecutivo, che difende Salvini come simbolo della fermezza sui confini e della legalità. Ma dall’altra parte, i magistrati siciliani rivendicano il loro diritto – e dovere – di impugnare una sentenza che, a loro dire, interpreta male il diritto internazionale e l’obbligo italiano di garantire un porto sicuro alle navi di soccorso.

Il Governo: “Processo politico contro chi difende la legge”

In prima linea, la premier Meloni: “È un accanimento surreale dopo un processo fallimentare durato tre anni. Salvini è stato assolto pienamente. Si tratta di un attacco a un ministro che ha fatto solo il suo dovere: far rispettare la legge”. E non manca un messaggio rivolto all’opinione pubblica: “Mi chiedo cosa pensino gli italiani delle energie e risorse impiegate per questi ricorsi, mentre migliaia di cittadini onesti aspettano giustizia”.

Duro anche il commento del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che coglie l’occasione per sollevare una questione più ampia: “In tutti i Paesi civili, le sentenze di assoluzione non vengono impugnate. Se un giudice ha assolto dopo tre anni di processo, come si può ipotizzare una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio? La giustizia italiana è lenta anche per colpa di un’accanita resistenza all’evidenza”.

Al suo fianco, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che all’epoca dei fatti era capo di gabinetto proprio di Salvini: “Mi sento moralmente imputabile anche io. Rivendico quanto fu fatto per contrastare l’immigrazione illegale, con lo stesso spirito con cui si combattono le mafie”.

Salvini: “Difendere i confini non è un crimine”

Dal canto suo, Salvini si limita a poche parole, che condensano la sua linea difensiva: “Difendere l’Italia e i suoi confini non è un reato”. Una dichiarazione coerente con la narrazione costruita negli anni attorno alla gestione dei porti chiusi e alla strategia di contrasto agli sbarchi. Una linea politica diventata anche motivo di scontro giudiziario, al punto da fare di questo caso un crocevia tra diritto penale e legittimazione politica.

La Procura: “La sentenza è sbagliata, la Cassazione deve correggerla”

Ma al di là della reazione politica, la Procura di Palermo resta ferma sulle proprie posizioni. Il ricorso depositato in Cassazione — un “ricorso per saltum”, che salta l’Appello per puntare subito al vaglio della Suprema Corte — è motivato dal fatto che la sentenza di assoluzione non contesta i fatti, ma ne offre una lettura giuridica errata.

Secondo i magistrati, la ricostruzione dei giudici di Palermo sarebbe viziata da un’interpretazione sbagliata delle norme e delle convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare. In particolare, si contesta che l’Italia non avesse l’obbligo di indicare un Porto sicuro (POS) alla Open Arms. Per i pm, quell’obbligo c’era eccome, e il rifiuto di indicarlo ha costituito un illecito. Non si tratta quindi, sottolineano i procuratori, di un tentativo di fare politica con la toga, ma di difendere la corretta applicazione del diritto internazionale umanitario.

Tra diritto e politica: un processo-simbolo

Il caso Open Arms è ormai diventato un simbolo della tensione tra potere giudiziario e potere politico. Da una parte, un ministro che rivendica scelte fatte in nome della sicurezza nazionale; dall’altra, una procura che afferma la necessità di far rispettare norme che tutelano i diritti umani e il diritto del mare.

La Cassazione, ora, sarà chiamata a decidere non sulla colpevolezza o innocenza di Salvini, ma sulla legittimità giuridica della sentenza che lo ha assolto. Un passaggio tecnico, ma cruciale. Perché dalla decisione della Corte dipenderà se riaprire il processo in Appello o confermare definitivamente l’assoluzione.

La legge è uguale per tutti

Nel pieno del fuoco incrociato tra toghe e politici, resta un principio ineludibile: la legge è uguale per tutti. La Procura, nel rispetto delle sue prerogative, ha pieno diritto di impugnare una sentenza ritenuta errata. È un meccanismo di garanzia previsto dal nostro ordinamento, non un abuso. Chi invoca il primato della politica sul diritto, rischia di smarrire il senso stesso della democrazia liberale.

Il diritto alla difesa vale per tutti, anche per un ministro. Ma vale anche il diritto dello Stato — e quindi dei suoi giudici — di chiedere che le leggi siano interpretate e applicate correttamente. Non è accanimento, non è vendetta. È giustizia. E lasciarla lavorare è il modo migliore per dimostrare rispetto verso il Paese, i suoi cittadini e le sue istituzioni.

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