BRUXELLES — L’Unione europea cerca di compattarsi in vista di uno scontro commerciale sempre più concreto con gli Stati Uniti, dopo l’annuncio di Donald Trump di voler introdurre dazi fino al 30% su una serie di prodotti europei. Una minaccia che ha agitato le Cancellerie del continente e messo a nudo, ancora una volta, la difficoltà dell’Europa a rispondere con una sola voce quando la posta in gioco è alta.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha scelto una linea intermedia: nessuna chiusura netta, ma la disponibilità a riaprire il dialogo, pur avvertendo che Bruxelles è già al lavoro su contromisure nel caso in cui i negoziati falliscano. Una posizione che i capi di Stato e di governo dell’UE hanno formalmente sostenuto al termine del vertice a Bruxelles, esprimendo “pieno sostegno” alla linea della Commissione.
Il Consiglio europeo, però, si è svolto in un clima teso. Più che il documento finale, è stata la lettera recapitata da Trump ad alcuni leader europei a scompaginare i lavori. Un messaggio che il tycoon ha voluto far pervenire in parallelo a un’intervista concessa all’emittente Fox, in cui ha ribadito la sua visione protezionista, dichiarando: “Vorrei essere ricordato come il salvatore del Paese”.
Meloni e la retorica della fermezza
Nel contesto di un’Unione che fatica a trovare compattezza, le dichiarazioni della premier italiana Giorgia Meloni si inseriscono nel solito registro retorico. “Anche oggi il governo è in stretto contatto con la Commissione europea e con tutti gli attori impegnati nella trattativa sui dazi”, ha detto la presidente del Consiglio. “Una guerra commerciale interna all’Occidente ci renderebbe tutti più deboli di fronte alle sfide globali che insieme affrontiamo. L’Europa ha la forza economica e finanziaria per far valere le proprie ragioni e ottenere un accordo equo e di buon senso. L’Italia farà la sua parte. Come sempre”.
Una formula che riprende i toni della “forza dell’Europa” e della “lealtà atlantica”, ma che suona più come una dichiarazione d’intenti che come una strategia reale. Non ci sono dettagli concreti su che tipo di contributo intenda portare l’Italia al tavolo. Né vengono forniti elementi su eventuali linee rosse italiane nei negoziati con Washington. L’unica certezza è che Roma seguirà Bruxelles, senza particolare iniziativa autonoma.
Von der Leyen cerca il dialogo, ma prepara le armi
Sul fronte europeo, il dossier è in mano alla Commissione, che punta a trovare un’intesa prima del 1° agosto, data indicata come scadenza tecnica da Friedrich Merz, presidente della CDU tedesca e stretto alleato della presidente von der Leyen. “Stiamo lavorando per trovare una soluzione negoziale che tuteli i nostri interessi ma che non faccia precipitare i rapporti con Washington”, ha dichiarato Merz a margine del vertice.
Dietro la prudenza diplomatica si muove però un’Europa ancora vulnerabile. I dazi minacciati da Trump colpirebbero settori chiave dell’export europeo — automotive, aerospazio, agroalimentare — con ricadute pesanti su Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi. Il rischio, concreto, è che il ritorno di Trump alla Casa Bianca — dato oggi in vantaggio nei sondaggi — segni una svolta protezionista in piena regola, con il progetto europeo come prima vittima.
Un’Europa a due velocità
La difficoltà di trovare una risposta coordinata riflette una debolezza strutturale. Se da un lato von der Leyen mantiene la rotta del negoziato, dall’altro molti governi sembrano più preoccupati dagli equilibri interni che dalla minaccia esterna. Le elezioni europee hanno appena rimescolato le carte, e l’asse tra Berlino e Parigi è più fragile che mai. In questo scenario, Meloni cerca di rafforzare la sua immagine di leader affidabile e atlantista, ma lo fa più con i toni della propaganda che con azioni concrete.
Le sue dichiarazioni ricordano molto quelle già pronunciate in occasione di altre crisi europee: un appello generico all’unità, accompagnato dalla rassicurazione che “l’Italia farà la sua parte”, senza che ciò implichi proposte operative o posizioni nette.
Trump e la pressione sull’Europa
Donald Trump, dal canto suo, non mostra segni di voler ammorbidire i toni. La sua intervista alla giornalista Lara Trump su Fox — emittente che ormai funge da piattaforma privilegiata per le sue comunicazioni — è stata per molti leader europei la conferma che il prossimo inquilino della Casa Bianca potrebbe non avere alcuna intenzione di salvaguardare i legami economici transatlantici. “L’Europa ci ha sempre trattati ingiustamente sul piano commerciale. Questo finirà. L’America viene prima”, ha ribadito il candidato repubblicano.
La posta in gioco è altissima: un’escalation commerciale tra Stati Uniti ed Europa, in un momento di instabilità globale, potrebbe compromettere la ripresa economica e spingere molte aziende europee a rivedere le proprie strategie di mercato. Non a caso, nei corridoi di Bruxelles, l’urgenza si percepisce con forza. Ma resta la domanda: l’Europa è davvero pronta ad affrontare questo braccio di ferro?
Verso un’estate di trattative
Il tempo stringe. Entro la fine di luglio la Commissione dovrà presentare un piano dettagliato per negoziare con Washington, ma anche per predisporre eventuali contromisure. La credibilità dell’Unione dipende anche dalla capacità di presentarsi compatta, coerente e pronta a difendere i propri interessi.
Per ora, però, si registra solo un abbozzo di risposta collettiva, e molte incertezze. Le parole di Meloni si inseriscono in questo vuoto strategico: evocano una forza europea che, al momento, resta più teorica che reale. La partita con gli Stati Uniti è appena cominciata. E l’Europa, ancora una volta, appare impreparata.
