2 Luglio 2026, giovedì
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Permessi di soggiorno e propaganda, Meloni esulta: “Avevamo ragione”. Ma il governo rimpatria un criminale internazionale invece di arrestarlo

Dopo lo smantellamento di una rete di trafficanti di permessi di soggiorno, la premier rivendica la “linea dura” e celebra un rimpatrio eccellente. Ma dietro la narrazione muscolare, emergono scelte discutibili e un clamoroso imbarazzo istituzionale: nessun arresto, volo di Stato e burocrazia “alla veneta”.

Avevamo ragione. L’Italia non è terra di conquista”.
Con queste parole trionfanti, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata a parlare di immigrazione e sicurezza, a poche ore dalla diffusione delle notizie su una rete criminale che gestiva permessi di soggiorno ottenuti illegalmente tramite identità digitali fittizie, assunzioni fantasma e canali paralleli di accesso ai flussi migratori regolari.

La premier ha ricordato – via social – di aver presentato un esposto alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo già un anno fa, per denunciare le irregolarità del sistema “click day”, usato per regolare l’ingresso dei lavoratori stranieri.

“Ci accusavano di propaganda – scrive – ma oggi le inchieste ci danno ragione. Continueremo a combattere ogni forma di illegalità legata all’immigrazione. Avanti, senza paura”.

Un rimpatrio eccellente… ma niente arresto
La presidente ha anche dimenticato un altro episodio: il rimpatrio di un criminale internazionale, gestito direttamente con un volo di Stato. Una mossa di forte impatto dai contorni paradossali.

Il soggetto in questione, destinatario di un mandato internazionale, non è stato arrestato sul suolo italiano. Non per mancanza di prove o per cavilli legali, ma perché – secondo quanto emerso – il ministro della Giustizia Carlo Nordio si sarebbe rifiutato di firmare l’arresto in assenza di una traduzione dei documenti in lingua italiana… o in dialetto veneto, come hanno ironicamente commentato alcuni osservatori. Risultato: il governo ha preferito evitare grane giudiziarie e ha optato per un rimpatrio silenzioso e coreografico, senza procedimenti penali. Sul caso si sono susseguiti dal Governo stesso ben otto versioni differenti.

Una narrazione che parla alla pancia, non alla testa
Questi elementi delineano un quadro contraddittorio: da un lato la Meloni si presenta come paladina della legalità, dall’altro le scelte concrete del suo esecutivo appaiono più orientate al consenso che alla giustizia. Rimpatriare un criminale internazionale senza passare da un arresto e da un processo significa sottrarlo alla giustizia italiana – e quindi a quella europea – mentre si alimenta un racconto muscolare, utile solo a scaldare gli umori.

E mentre la premier “dà aria alle tonsille”, per usare una definizione caustica sempre più ricorrente tra gli osservatori politici, il problema resta: la gestione dei flussi migratori è fragile, il sistema di selezione per l’ingresso regolare in Italia vulnerabile e permeabile, e le risposte dell’esecutivo appaiono episodiche, teatrali, ma prive di riforme strutturali.

Dalla fermezza annunciata ai vuoti normativi
Nel frattempo, i veri nodi restano irrisolti: il click day è ancora attivo con le stesse falle, le imprese fittizie continuano a operare indisturbate, e i lavoratori stranieri onesti restano in coda, ostaggio di un sistema che funziona male sia per chi vuole entrare legalmente, sia per chi vuole assumere nel rispetto della legge.

E se il governo riesce a cogliere qualche punto d’effetto nell’arena pubblica, sul piano concreto la montagna partorisce spesso il topolino. Tra burocrazia creativa, traduzioni mancate e voli di Stato, l’ossessione per la narrazione rischia di oscurare le carenze di una politica incapace – finora – di offrire soluzioni reali e durature.

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