A cura di Daniele Cappa
BOLOGNA – È ormai un copione consolidato: palcoscenico prestigioso, tono solenne e una lunga lista di successi raccontati con entusiasmo. Giorgia Meloni, dal palco dell’annuale assemblea di Confindustria tenutasi al Teatro EuropAuditorium di Bologna, si presenta con l’ennesima dichiarazione d’intenti che suona più come una campagna elettorale permanente che come un’analisi oggettiva del presente economico italiano.
“L’Italia è credibile davanti a un quadro economico e finanziario di straordinaria complessità”, ha esordito la premier, in un intervento tutto incentrato sull’immagine di un Paese in ripresa, trainato – a suo dire – dalla solidità del governo. Una credibilità, ha spiegato, dimostrata dal calo dello spread, dalla buona tenuta della Borsa, dalla rinnovata attrattività dei titoli di Stato e da un generale “ritorno di fiducia” nei confronti dell’economia italiana.
“Moody’s ha rivisto al rialzo il giudizio sull’Italia come non accadeva da 25 anni”, ha sottolineato Meloni, facendo riferimento al recente upgrade dell’agenzia di rating, che ha effettivamente evitato il declassamento ma che ha anche lanciato più di un monito sui conti pubblici, sul debito e sull’incertezza politica.
Parole per pochi convinti
Quella della premier è una narrazione che sembra convincere solo i fedelissimi e gli amici più stretti, mentre nel Paese reale i numeri raccontano scenari ben più articolati. Il Pil rallenta, il caro vita resta un’emergenza sociale, il Mezzogiorno arranca e le imprese – proprio quelle rappresentate da Confindustria – continuano a denunciare criticità strutturali irrisolte, dai costi dell’energia alla burocrazia soffocante.
Eppure, per Meloni, la cornice resta dorata: “L’Italia oggi è tornata a essere un attore ascoltato e rispettato. E i dati parlano chiaro”. Un messaggio che poco si confronta con il malcontento delle categorie produttive o con le incertezze che ancora gravano sui fondi del PNRR e sulla tenuta dei conti pubblici in vista delle prossime manovre.
Rating, spread e realtà parallele
La premier cita lo spread “più che dimezzato” rispetto ai picchi passati, ma omette che il differenziale con i Bund tedeschi resta ancora elevato e che l’andamento è legato a dinamiche macroeconomiche che sfuggono al solo controllo italiano. Così come sorvola sui problemi strutturali che hanno spinto le stesse agenzie di rating – da lei “a volte criticate”, ha ironizzato – a lanciare messaggi di cautela.
Un discorso a senso unico
L’intervento a Confindustria si è trasformato in una passerella d’autocelebrazione in cui il governo è dipinto come baluardo di stabilità e rigore, a fronte di un’opposizione “inadeguata” e di un’Europa ancora troppo “ideologica”. Un racconto che strizza l’occhio all’elettorato più fedele, ma che rischia di apparire scollegato da quella parte di Paese che, tra inflazione, salari stagnanti e crisi dei consumi, fatica a intravedere i segnali di una reale ripresa.
Alla fine, resta l’impressione di una premier sempre più affezionata agli annunci e ai riflettori, mentre la quotidianità di famiglie e imprese continua a chiedere risposte meno trionfalistiche e più concrete.
