TEL AVIV/GAZA – Il conflitto tra Israele e Hamas continua a infiammarsi sul terreno e a dividere le istituzioni sul piano politico e legale. Mentre nella Striscia di Gaza si contano nuovi morti tra la popolazione civile, a Tel Aviv si apre uno scontro istituzionale senza precedenti tra il premier Benjamin Netanyahu e la procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Al centro della polemica, la nomina del nuovo direttore dello Shin Bet, il potente servizio di sicurezza interna israeliano, dichiarata “non valida” dalla magistratura per un presunto conflitto d’interessi del primo ministro.
Striscia di Gaza: una crisi umanitaria in accelerazione
Secondo quanto riferito dall’agenzia palestinese Wafa, almeno nove civili sono stati uccisi oggi nei bombardamenti dell’esercito israeliano in diverse aree della Striscia di Gaza. Nelle ultime 24 ore si contano oltre novanta vittime, mentre il bilancio degli sfollati continua a salire: quasi 180mila persone hanno abbandonato le loro case in appena dieci giorni a causa della nuova offensiva lanciata dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
L’intensificazione degli attacchi, mirata secondo Israele a colpire strutture militari di Hamas, sta però provocando una pressione crescente da parte della comunità internazionale, che denuncia un’escalation con pesanti ricadute sulla popolazione civile, in un territorio già stremato da mesi di guerra e da una drammatica crisi umanitaria.
Lo scontro istituzionale: la nomina che divide
Sul fronte interno, Netanyahu si trova ora al centro di un nuovo caso politico-giudiziario. In una lettera ufficiale trasmessa ieri, la procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha contestato la validità della nomina del generale David Zini come nuovo capo dello Shin Bet, sostenendo che il premier non è nella posizione di prendere decisioni in materia di sicurezza interna a causa di un “grave e conclamato conflitto d’interessi”.
Il riferimento è al processo per corruzione che vede Netanyahu imputato e che, secondo l’ufficio del procuratore, gli impedirebbe legalmente di influenzare le nomine nelle agenzie statali, specialmente in quelle con funzioni sensibili come i servizi segreti.
La dichiarazione della procuratrice ha il peso di un terremoto politico, destinato ad acuire la tensione tra il governo e il sistema giudiziario, già provato dai contrasti degli ultimi mesi sulle riforme della giustizia e sull’equilibrio dei poteri.
Una leadership sotto pressione
Il momento è delicato per Netanyahu, che si trova a guidare il Paese in una delle fasi più difficili degli ultimi decenni: da un lato, la prosecuzione dell’operazione militare a Gaza, sotto il fuoco incrociato delle critiche internazionali; dall’altro, un fronte interno sempre più diviso, tra proteste civili, crepe istituzionali e un processo che continua a minare la sua legittimità agli occhi di parte dell’opinione pubblica.
Gaza continua a bruciare mentre a Tel Aviv si consuma una frattura fra vertici istituzionali. In bilico, non c’è solo la strategia militare, ma anche la tenuta democratica dello Stato israeliano.
