Una svolta netta nel caso che ha scosso l’Italia: la giustizia riconosce un delitto d’onore premeditato. Fondamentale il coraggio del fratello minore, testimone chiave contro la famiglia.
REGGIO EMILIA — Nomanulhaq Nomanulhaq e Ikram Ijaz, i due cugini di Saman Abbas, sono stati arrestati nella mattinata dell’8 maggio dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Reggio Emilia. La misura cautelare, emessa dalla Corte d’Appello di Bologna il 6 maggio, giunge all’indomani della loro condanna all’ergastolo per l’omicidio della diciottenne pachistana uccisa a Novellara nel maggio 2021.
La sentenza di secondo grado ribalta completamente il verdetto di primo grado, in cui entrambi erano stati assolti per insufficienza di prove. A cambiare le sorti del processo, le nuove risultanze investigative e la testimonianza chiave del fratello minore della vittima, che ha ricostruito il ruolo attivo dei due nel macabro piano familiare.
Un delitto d’onore pianificato nei dettagli
Saman Abbas era una giovane donna determinata a vivere libera. Aveva detto no a un matrimonio combinato e sì alla sua autodeterminazione. Quella scelta, per la sua famiglia, è diventata una colpa da lavare nel sangue. Così ha stabilito la Corte, che ha riconosciuto nel delitto gli aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. Secondo le indagini, l’omicidio fu deciso dai familiari come punizione per il suo rifiuto.
A strangolarla sarebbe stato lo zio, Danish Hasnain, condannato in Appello a 22 anni (in primo grado la pena era stata di 14). I cugini l’avrebbero aiutato, scavando la fossa dove il corpo fu seppellito, nei pressi di un casolare abbandonato a pochi metri dalla casa di famiglia.
Il coraggio del fratello: la verità dalla voce più fragile
Il fratello minore di Saman, testimone diretto della tragedia, ha raccontato in aula di aver visto lo zio afferrare la sorella per il collo, fino a ucciderla. Ha indicato i cugini come coloro che prepararono la sepoltura. La sua testimonianza è stata raccolta con cautela, verificata e ritenuta attendibile dai giudici, nonostante le iniziali reticenze dovute alla paura e alle pressioni familiari.
“Ho deciso di parlare per lei, perché meritava giustizia”, ha detto. Una voce spezzata che si è trasformata in chiave di volta del processo.
Il ritrovamento del corpo e l’inizio della verità
Il corpo di Saman è stato rinvenuto il 18 novembre 2022 in una fossa profonda due metri, nel rudere di una vecchia cascina di Novellara. A condurre gli inquirenti sul posto fu proprio lo zio, durante una fase delle indagini in cui stava collaborando. Il riconoscimento fu possibile grazie a una caratteristica dentaria. Una prova definitiva che mise fine a mesi di incertezza.
Genitori estradati dal Pakistan: ora anche loro condannati all’ergastolo
A completare il quadro giudiziario ci sono i genitori della giovane, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, anch’essi condannati all’ergastolo. Fuggiti in Pakistan subito dopo la scomparsa della figlia, sono stati entrambi estradati in Italia: la madre nel maggio 2024, senza opporsi all’estradizione; il padre nel settembre 2023, dopo un lungo iter con le autorità pakistane.
Un processo che segna un precedente
Il caso Saman ha acceso i riflettori su una realtà sommersa fatta di pressioni, coercizioni e “delitti d’onore” consumati in silenzio. La sentenza della Corte d’Appello di Bologna non solo ha ribaltato un verdetto, ma ha restituito dignità a una giovane donna che aveva scelto di vivere libera. E ha premiato il coraggio di un fratello che ha trovato la forza di parlare.
