Fine vita, il Tar ferma (per ora) la delibera della Regione Emilia-Romagna. La politica si divide
Il Tar dell’Emilia-Romagna ha sospeso in via cautelare l’efficacia delle delibere regionali che regolano l’accesso al suicidio medicalmente assistito. La decisione arriva in seguito al ricorso presentato dalla consigliera regionale Valentina Castaldini (Forza Italia), che ha chiesto lo stop alle misure adottate dalla Regione in assenza – a suo dire – di una legge nazionale chiara e univoca in materia.
«Una delibera regionale non può sostituire un intervento legislativo del Parlamento su un tema così delicato e complesso», ha dichiarato Castaldini, che ha accolto con soddisfazione l’ordinanza dei giudici amministrativi.
Il Tribunale amministrativo ha fissato al 15 maggio l’udienza per la trattazione collegiale del ricorso, che rappresenta al tempo stesso un punto fermo temporaneo e l’avvio di un confronto più ampio sul diritto di scegliere come e quando porre fine alla propria vita in condizioni estreme.
Una questione di diritto e coscienza
Il nodo è di quelli profondamente etici ma anche giuridici: la Regione Emilia-Romagna, tra le prime in Italia a dare attuazione alle indicazioni della Corte costituzionale con delibere che disciplinano l’iter per accedere al suicidio assistito, si è mossa in assenza di una legge nazionale organica.
La Consulta, nella storica sentenza del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo, ha chiarito che in determinate condizioni – malattia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, piena capacità di autodeterminazione – il suicidio medicalmente assistito non è punibile, imponendo al legislatore di colmare il vuoto normativo. Ma il Parlamento, da allora, è rimasto fermo.
È in questa zona grigia che le Regioni hanno iniziato a muoversi. E l’Emilia-Romagna, guidata da una giunta di centrosinistra, ha varato un percorso normativo per garantire diritti e tutele ai pazienti.
Politica divisa, opposizioni all’attacco
La sospensiva del Tar ha riacceso il dibattito politico, con prese di posizione forti da parte di esponenti delle opposizioni e del mondo civile.
«Il Medioevo è finito da un pezzo – tuonano alcuni consiglieri regionali di centrosinistra e movimenti per i diritti civili – impedire a chi soffre una scelta consapevole e dignitosa è un atto di crudeltà».
C’è chi parla di “diritti negati” e chi teme un effetto domino su altre regioni che hanno adottato provvedimenti simili. Le associazioni per il diritto al fine vita, come l’Associazione Luca Coscioni, tornano a chiedere al Parlamento di uscire dall’immobilismo e approvare una legge che definisca in modo chiaro tempi, modi e garanzie per chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze.
Nel frattempo, il 15 maggio sarà una data chiave: il Tar deciderà se confermare o revocare la sospensione. Ma al di là delle aule giudiziarie, resta aperta la sfida tra visioni opposte di libertà, diritto e compassione.
