Una morte inizialmente attribuita al caso, oggi ritenuta un atto brutale di femminicidio.
A quasi un anno dalla tragica morte di Marta Maria Ohryzko, 32 anni, avvenuta il 13 luglio 2024 in località Vatoliere, sull’isola d’Ischia, la Procura di Napoli e i Carabinieri della compagnia locale hanno riformulato le accuse contro il suo compagno, Ilia Batrakov, 41enne di origine russa, già detenuto per questa vicenda. L’uomo è ora formalmente indagato per omicidio volontario pluriaggravato.
Una svolta drammatica in un caso che, nelle prime ore, era stato classificato come un possibile incidente o, al più, una tragica conseguenza di maltrattamenti. Ma le nuove prove, emerse da intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre che dagli esiti dell’autopsia, delineano un quadro molto più inquietante.
Dal litigio alla morte: la ricostruzione dell’accusa
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la notte del 13 luglio Marta si sarebbe allontanata dalla roulotte dove viveva con Batrakov, dopo l’ennesimo litigio. Durante il tragitto, sarebbe precipitata in un dirupo, fratturandosi una caviglia. A quel punto, la donna avrebbe tentato più volte di contattare il compagno per chiedere aiuto, senza però ricevere risposta.
Ma l’uomo non solo non l’ha soccorsa, stando alla ricostruzione della Procura, bensì l’avrebbe raggiunta sul fondo del dirupo per colpirla con un pugno all’occhio e, successivamente, soffocarla tappandole naso e bocca con una mano sporca di terra ed erba. Tracce poi riscontrate sul volto della vittima durante l’esame autoptico.
Una morte lenta, avvenuta in un luogo isolato e in una condizione di totale vulnerabilità. Gli inquirenti parlano di omicidio “commesso approfittando delle circostanze di tempo, luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e privata difesa”.
I segni sul volto e le bugie dell’indagato
Determinanti nella nuova accusa sono stati gli esiti dell’autopsia, che ha escluso la morte per embolia – ipotesi inizialmente ventilata – rilevando invece segni inequivocabili di asfissia violenta, oltre a lesioni compatibili con un’aggressione fisica.
Particolarmente rilevanti anche le conversazioni intercettate in carcere, che hanno evidenziato l’ansia e il timore di Batrakov che i carabinieri potessero scoprire i veri motivi del decesso. Una preoccupazione che, secondo gli inquirenti, si affianca a un tentativo deliberato di discreditare la vittima, descrivendola come una persona instabile e incline all’abuso di alcol.
Ma gli accertamenti tossicologici hanno smentito questa versione: Marta non era ubriaca quella notte. Aveva assunto farmaci compatibili con una terapia antipsicotica, prescritti e regolarmente assunti, ma in nessun caso in dosi pericolose o compromettenti.
Un’accusa aggravata da crudeltà e premeditazione
La Procura contesta a Batrakov l’omicidio volontario pluriaggravato, aggravato dai motivi abietti e futili, e dalle modalità che hanno impedito ogni forma di difesa alla vittima. Il provvedimento è stato notificato all’interno della casa circondariale di Poggioreale, dove l’uomo è detenuto dal 15 luglio 2024, inizialmente con l’accusa di maltrattamenti aggravati dall’evento morte. La misura cautelare era stata poi convalidata dal giudice per le indagini preliminari il 17 luglio e confermata dal Tribunale del Riesame il 5 agosto.
Femminicidio: una parola che cambia tutto
La nuova imputazione cambia radicalmente lo scenario giudiziario. Marta Ohryzko non è più solo una vittima di violenza domestica sfociata in un tragico epilogo: è, secondo la Procura, una vittima di femminicidio, uccisa in modo deliberato e crudele da chi avrebbe dovuto prendersi cura di lei.
Un caso che riporta l’attenzione su una piaga che continua a insanguinare il Paese e che dimostra quanto fondamentale sia riconoscere tempestivamente i segnali di violenza, anche quando si manifestano in modo sottile o subdolo.
L’inchiesta prosegue, mentre la memoria di Marta chiede giustizia.
