È morto Alex Zanardi. A darne notizia è stata la famiglia, con una comunicazione sobria e carica di dolore: “Alessandro Zanardi si è spento serenamente nella serata di ieri, circondato dall’affetto dei suoi cari”. Avrebbe compiuto 60 anni il prossimo ottobre.
Con lui se ne va non solo un grande atleta, ma una figura capace di travalicare i confini dello sport per diventare simbolo universale di resilienza, coraggio e umanità.
Nato a Bologna nel 1966, Zanardi aveva conosciuto la velocità e la gloria nel mondo dei motori, correndo in Formula 1 e conquistando il successo negli Stati Uniti. Ma è nel dolore che la sua leggenda ha trovato la sua forma più potente. Nel 2001, un terribile incidente sul circuito tedesco del Lausitzring gli costò entrambe le gambe. Una tragedia che avrebbe potuto segnare la fine di tutto. Per lui, invece, fu un nuovo inizio.
Con una determinazione fuori dal comune, Zanardi si reinventò atleta, abbracciando il paraciclismo e diventando protagonista assoluto del movimento paralimpico. Ai Giochi di Londra 2012 e Rio 2016 conquistò quattro medaglie d’oro e due d’argento, a cui si aggiungono numerosi titoli mondiali. Ma i numeri, per lui, sono sempre stati secondari rispetto al messaggio: dimostrare che il limite può essere superato, che la vita può essere riscritta anche dopo le cadute più dure.
Nel 2020, un nuovo drammatico incidente sulle strade della provincia di Siena, durante una manifestazione benefica in handbike da lui stesso organizzata, aveva riaperto una ferita mai del tutto rimarginata. Da allora, una lunga battaglia tra ospedali e riabilitazione, affrontata come sempre con discrezione e forza.
Zanardi non è stato soltanto un campione. È stato un uomo capace di cambiare lo sguardo degli altri sulla disabilità, contribuendo in maniera decisiva alla crescita e alla visibilità dello sport paralimpico in Italia e nel mondo. Generoso, empatico, sempre pronto a mettersi al servizio degli altri, ha lasciato un segno profondo in chiunque lo abbia incontrato, anche solo per un istante.
Rimane il ricordo di un sorriso autentico, spesso accompagnato da un’ironia sottile, quasi necessaria per chi ha imparato a convivere con il dolore senza farsene sopraffare. Zanardi aveva fatto della sua storia un racconto di rinascita continua, senza mai indulgere nell’autocelebrazione.
Se ne va un uomo che ha vissuto intensamente ogni fase della propria esistenza, trasformando le tragedie in occasioni di crescita, le cadute in nuove partenze. Il suo percorso, segnato da perdite e conquiste, sembra oggi chiudersi come un cerchio, lasciando però aperta una lezione destinata a durare nel tempo.
Ad attenderlo, idealmente, la sorella Cristina, scomparsa in un incidente stradale nel 1979. A restare, la moglie Daniela e il figlio Niccolò, insieme a un Paese intero che oggi si ferma per salutarlo.
E forse è proprio questo il tratto più raro di Zanardi: essere riuscito a diventare, senza mai volerlo davvero, un esempio. Non solo di sport, ma di vita.
