C’è una linea sottile ma tenace che unisce i vicoli di Napoli ai palchi contemporanei, ed è fatta di storie vere, fatica quotidiana e dignità. Alberto Selly la percorre da oltre trent’anni, trasformando la tradizione popolare in un linguaggio vivo, capace di parlare tanto alle periferie quanto a un pubblico sempre più ampio.
Artista controcorrente, Selly rivendica con forza il valore del neomelodico, spesso relegato ai margini del dibattito culturale, ma profondamente radicato nella realtà sociale del Paese. La sua musica non è solo intrattenimento: è racconto, identità, appartenenza.
In questa intervista, tra riflessioni sulla sua Napoli, il significato del nuovo brano Malavita e lo sguardo rivolto al futuro, emerge il ritratto di un artista che non ha mai smesso di dare voce a chi, troppo spesso, resta inascoltato.
La tua musica affonda le radici nella tradizione popolare. Che significato ha oggi portare avanti questo patrimonio?
Significa dare voce a chi non ha voce. Napoli con il suo patrimonio artistico e musicale rappresenta la canzone italiana nel mondo, e quel patrimonio nasce dalla strada, dalla gente vera. Io lo porto avanti perché in quelle storie c’è la dignità di un paese intero.
Il neomelodico è spesso oggetto di pregiudizi. Come rispondi a chi lo considera un genere “minore”?
Rispondo con i fatti. Il neomelodico sta nelle case, nelle auto, nei cantieri, nelle fabbriche e ovunque ci sia vita vera. Parla a milioni di persone che altri generi non considerano. Se raccontare operai, casalinghe e camionisti è “minore”, allora io sto volentieri dalla parte dei minori.
C’è un equilibrio possibile tra tradizione e apertura internazionale?
Certo che c’è. Le radici ti tengono dritto, il mondo ti fa crescere. Uso suoni attuali perché una storia nata a Napoli la deve capire anche un ragazzo di Milano o di Berlino. Non è tradire, è tradurre.
Nel tuo percorso artistico, quanto conta l’identità territoriale?
È tutto. Io senza Napoli non esisto. Ma Napoli non è solo cartolina: è provincia, periferia, fabbriche, mercati. La mia identità è la gente che incontro per strada. Se perdo quel contatto, perdo me stesso.
Parteciperai all’evento “Tu come noi, la gioia come diritto”. Che valore ha per te questo appuntamento?
Vale perché ricorda che la gioia non è un premio per pochi. È un diritto di chi fa i turni, di chi non arriva a fine mese, di chi manda avanti l’Italia in silenzio. Andare lì è stringere la mano al mio pubblico e dirgli: vi vedo.

Parliamo di “malavita”…
Ho scelto quel titolo per ribaltarlo. Tutti pensano al crimine. Io parlo della vita dura ma onesta, quella che ti piega la schiena ma non l’anima. È una provocazione, lo so. All’inizio ha creato dibattito, anche acceso. Ma dopo che ho fatto ascoltare il brano in anteprima, chi aveva criticato si è scusato e complimentato. La conferma più bella è arrivata dal professore Giuseppe Catapano, dell’Università A.U.G.E., che ha scelto Malavita come colonna sonora per il 16 maggio all’evento “Tu come noi”. Il brano esce ufficialmente il 5 maggio e lì tutto sarà chiaro.
La musica non è e non deve essere sempre e solo intrattenimento?
L’intrattenimento è il mio pane da oltre 30 anni. Con canzoni ironiche, leggere ma mai banali, sono diventato un po’ il principe dell’intrattenimento. Brani come ‘O ballo d’o cavallo in Benvenuti al Sud, Nun m’e taglio ‘e vene in Malefemmine, La gatta nel film Troppo Napoletano, Nu giovane onorato nella fiction Il coraggio di Angela, Semplicemente ti amo nella serie Benvenuti a tavola… hanno fatto ridere, ballare, ma anche pensare. Perché se fai solo muovere i piedi hai fatto metà lavoro. Io voglio muovere pure la testa e il cuore. L’intrattenimento passa, una storia vera resta.
Guardando al futuro, quale direzione immagini per il tuo percorso artistico?
Voglio crescere senza perdere la strada di casa. Sogno palchi grandi e collaborazioni nuove, ma il pubblico resta lo stesso: chi si riconosce in quello che canto. Il prossimo passo è Malavita, poi da lì si riparte. Sempre con i piedi per terra.

