3 Maggio 2026, domenica
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Liste d’attesa, il tempo si è fermato: fondi bloccati, cure in ritardo

Sanità pubblica nel caos: solo il 24% delle risorse stanziate è stato speso. Il Ministero accusa le Regioni di immobilismo, mentre i cittadini restano intrappolati in una giungla di attese infinite.

Sanità pubblica in stallo: fondi fermi, riforme a metà e pazienti in attesa

Chi ha bisogno di una visita medica o di un esame diagnostico sa bene che, oggi, prenotare una prestazione nel servizio sanitario pubblico equivale spesso a un esercizio di pazienza. Ma la situazione potrebbe essere ben diversa, se solo si facesse pieno uso delle risorse disponibili. Dei quasi 1,4 miliardi di euro messi a disposizione dallo Stato per abbattere le liste d’attesa nel triennio 2022-2024, meno di un quarto — appena il 24% — è stato effettivamente impiegato. Oltre 323 milioni di euro giacciono ancora inutilizzati o accantonati nei bilanci regionali.

Nel frattempo, i Carabinieri del NAS fanno emergere un quadro allarmante: in una struttura su quattro tra quelle controllate, i tempi di accesso alle cure non rispettano le norme. Il diritto alla salute — sancito dalla Costituzione — resta, per molti, un miraggio.

Rimpalli istituzionali e accuse incrociate

Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha deciso di rompere gli indugi e, con toni perentori, ha puntato il dito contro le Regioni. In una lettera inviata ai governatori, ha evidenziato gravi ritardi nell’attuazione delle misure previste dalla riforma approvata otto mesi fa: Centro Unico di Prenotazione, divieto di bloccare le agende per le visite, possibilità di rivolgersi al privato o all’intramoenia (senza costi aggiuntivi per il paziente) quando il pubblico non riesce a rispondere in tempi adeguati.

Durante un recente question time in Parlamento, Schillaci ha denunciato quella che definisce una “mancanza di volontà politica” da parte delle Regioni, sottolineando che i fondi ci sono, ma non vengono utilizzati. Il sospetto, nemmeno troppo velato, è che parte di queste risorse possa finire per ripianare disavanzi di bilancio, anziché essere investita per migliorare l’accesso alle cure.

Le Regioni rispondono: “Mancano medici e decreti attuativi”

La replica dei governatori non si è fatta attendere. Le Regioni ribattono che non è solo una questione di volontà: mancano le risorse promesse, è assente una riforma strutturale della medicina di base, e soprattutto non sono stati emanati tutti i decreti attuativi previsti dalla riforma. In sostanza, sostengono che si stia cercando di correre una maratona con una gamba sola.

Ma il ministro non arretra: ribadisce che la collaborazione tra Stato e Regioni è fondamentale, pur riconoscendo che “la sanità non appartiene a nessun partito politico”. In gioco, afferma, non c’è un confronto istituzionale, ma la qualità di vita dei cittadini, sempre più spesso costretti a rivolgersi al settore privato per ottenere risposte rapide.

Il nodo dei fondi e la Corte dei Conti

A certificare il problema non è solo il Ministero, ma anche la Corte dei Conti: in un rapporto recente ha evidenziato che oltre 2 miliardi di euro sono stati stanziati tra il 2020 e il 2021 per l’abbattimento delle liste d’attesa, ma il loro utilizzo è stato “esiguo e non sempre efficiente”.

Il rischio concreto è che il denaro finisca in usi diversi da quelli previsti, spostando il focus dalla cura del paziente alla tenuta dei bilanci. Per questo Schillaci ha annunciato un nuovo incontro con i presidenti delle Regioni, per capire se davvero servano altre risorse — o se, più semplicemente, sia giunto il momento di mettere in atto quanto già approvato.

Un’emergenza che resta fuori controllo

Nel frattempo, i pazienti aspettano. Non pochi finiscono per pagare prestazioni private, spesso salate, pur di non rinunciare a diagnosi tempestive o a cure necessarie. La disomogeneità tra territori aggrava ulteriormente la situazione: in alcune Regioni, l’attesa per una visita cardiologica può durare poche settimane, in altre sfiora i sei mesi.

Il decreto sulle liste d’attesa, in vigore da agosto, è stato bollato da alcuni governatori come un’ingerenza. Ma il Ministero lo difende con forza: non si tratta, ribadisce Schillaci, di invadere le competenze locali, bensì di garantire un diritto costituzionale violato per troppi cittadini.

E ora?

Il tempo stringe. I fondi inutilizzati vanno riallocati con urgenza, le norme applicate con rigore e le inefficienze strutturali affrontate senza più indugi. Finché i cittadini continueranno a ricevere una data per una risonanza tra sei mesi o a pagare di tasca propria visite specialistiche, la sanità pubblica non potrà dirsi né universale né equa. E non basteranno le accuse incrociate per curare un sistema che, per ora, resta in prognosi riservata.

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