All’alba di oggi, 14 gennaio 2025, è scattata una vasta operazione contro la criminalità organizzata che ha visto l’intervento dei Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento, con il supporto dei colleghi del Comando Provinciale di Caltanissetta. Le forze dell’ordine hanno eseguito una serie di misure cautelari nei confronti di 51 indagati, tutti cittadini italiani, accusati di appartenere all’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”. I provvedimenti sono stati emessi dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) del Tribunale di Palermo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) del capoluogo siciliano.
L’operazione ha coinvolto diversi comuni della provincia, tra cui Agrigento, Favara, Canicattì, Porto Empedocle e Gela, ed è il frutto di indagini condotte dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo Carabinieri di Agrigento, dirette dalla DDA di Palermo, che vanno avanti dal dicembre 2021. Gli investigatori hanno ricostruito l’organigramma delle famiglie mafiose di Agrigento e Porto Empedocle, scoprendo come l’organizzazione, nonostante numerosi interventi delle forze dell’ordine nel corso degli anni, sia ancora oggi operante, con ingenti risorse economiche e un arsenale di armi da guerra. A capo delle due famiglie mafiose si trovano Fabrizio Messina, 49 anni, e Pietro Capraro, 39 anni, entrambi pregiudicati.
Le accuse: traffico di droga, estorsioni e violenze
Il provvedimento cautelare riguarda 51 indagati, tra cui 24 persone arrestate lo scorso dicembre a seguito di un provvedimento di fermo di indiziati di delitto. Tra i 51 indagati, 36 sono stati portati in carcere, mentre per 15 sono stati disposti gli arresti domiciliari. Le accuse a loro carico spaziano dall’appartenenza all’associazione mafiosa, all’estorsione, al traffico di stupefacenti, alla detenzione di armi, agli incendi e ad altri crimini violenti, tutti compiuti avvalendosi della forza intimidatoria della “Cosa Nostra”.
In particolare, gli indagati sono accusati di aver imposto il loro controllo su numerosi settori economici nel territorio di Agrigento e Porto Empedocle, utilizzando la violenza e le minacce per ottenere vantaggi illeciti. Tra le azioni criminali emerse durante le indagini, si segnala l’intimidazione ai danni di un amministratore di una società che si occupa della raccolta dei rifiuti, costretto ad assumere operai legati alla mafia. Analoghi atti di coercizione sono stati rivolti a imprenditori locali: da incendi di mezzi aziendali, a furti e rapine, fino a vere e proprie richieste di pizzo per garantire il “rispetto” del territorio.
Nel dettaglio, alcuni degli atti intimidatori documentati dagli investigatori sono i seguenti:
- L’imposizione di assunzioni illegali di persone legate all’organizzazione in aziende locali, come nel caso della società di carburanti e della ditta di costruzioni.
- Il danneggiamento di mezzi aziendali, tra cui autocarri e furgoni, incendiati per costringere gli imprenditori a cedere alle richieste mafiose.
- L’appropriazione di cibi e bevande da esercizi commerciali, senza pagarne il corrispettivo, e la richiesta di somme di denaro mensili da parte di esercizi commerciali sotto minaccia.
- Un vero e proprio “sistema di rapine”, come quella avvenuta presso il distributore DB di Villaseta, dove i malviventi hanno sottratto 400 euro minacciando il dipendente.
Il traffico internazionale di droga
Oltre alle estorsioni e alle intimidazioni, le indagini hanno rivelato il coinvolgimento della mafia agrigentina in traffici internazionali di sostanze stupefacenti. Due distinte organizzazioni mafiose, legate rispettivamente alle famiglie di Porto Empedocle e Agrigento-Villaseta, gestivano il monopolio del traffico di droga nella provincia. I gruppi mafiosi avevano attivato una rete di contatti internazionali per l’approvvigionamento e la distribuzione di hashish e cocaina. Gli investigatori hanno sequestrato oltre 100 kg di hashish, 6 kg di cocaina e una somma in contante di 120.000 euro, nascosta in pacchi sottovuoto all’interno di un’autovettura.
L’operazione ha messo in luce anche i legami con gruppi criminali di altre regioni italiane e internazionali, come il Belgio, la Germania e gli Stati Uniti, che rifornivano le famiglie mafiose siciliane con ingenti quantità di stupefacenti. Il traffico di droga, che attraversava confini regionali e nazionali, rappresentava una delle principali fonti di finanziamento per l’organizzazione.
La risposta dello Stato: contrastare l’escalation mafiosa
Le indagini recenti hanno evidenziato un allarmante aumento delle azioni intimidatorie, spesso realizzate con l’utilizzo di armi da fuoco, dovuto sia al tentativo di affermare la “competenza territoriale” sia alla competizione tra gruppi mafiosi per il controllo delle attività illecite nella zona. Questi segnali di recrudescenza mafiosa avevano portato gli investigatori a temere l’esplosione di una vera e propria “guerra di mafia” che avrebbe potuto sfociare in reati ancora più gravi.
L’operazione di oggi segue un’ulteriore azione dello scorso dicembre, quando 24 persone furono arrestate e sequestrato un vero e proprio arsenale di armi da guerra, tra cui una bomba a mano, una pistola mitragliatrice e 80.000 euro in contante, che confermano la capacità dell’organizzazione di mantenere un potere militare e finanziario significativo.
La presunzione di innocenza
Va sottolineato che, in base al principio della presunzione di innocenza, gli indagati sono considerati innocenti fino a sentenza definitiva. Sarà il successivo processo a verificare la loro effettiva responsabilità nei crimini a loro contestati.
Con quest’operazione, lo Stato ha dato un altro importante colpo alla mafia agrigentina, dimostrando che, nonostante i numerosi interventi delle forze dell’ordine, il contrasto alla criminalità organizzata rimane una priorità assoluta, in un contesto in cui la mafia tenta di riorganizzarsi e di riaffermare il suo potere sul territorio.
