30 Novembre 2022, mercoledì
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Nuovo Governo: buon lavoro

A cura di Giuseppe Catapano

Giorgia Meloni aveva davanti a sé due strade alternative. La prima, quella poi imboccata arrivando in fondo, consisteva nel cercare di mettere una pezza agli strappi di Silvio Berlusconi e a quelli, meno evidenti ma non meno laceranti, di Matteo Salvini, per riuscire ad avere l’incarico di presidente del Consiglio e far partire il suo esecutivo. La seconda via, da cui la leader di Fratelli d’Italia era apparsa fortemente tentata – fino al punto di minacciare di non fare il governo e tornare alle elezioni – ma che poi non ha avuto il coraggio di praticare, era quella di evitare di infilarsi in un’operazione politica ad alto rischio, per non ritrovarsi nella condizione di uscire di pista alla prima curva.

Entrambe le scelte erano sostenute da buone motivazioni politiche, al di là di quelle, umanissime, di natura personale. Nel primo caso, si trattava di assecondare l’esigenza di far presto nel dare una guida al Paese, riducendo al minimo ulteriori spazi, fin qui già molto ampi, di polemica e contrasto tra gli “alleati” della maggioranza. Partendo dal presupposto che, per come si erano messe le cose, a nessuno conveniva assumersi la responsabilità di tirare la corda fino al punto di spezzarla ancor prima del conferimento dell’incarico da parte del Capo dello Stato. Come dimostravano le espressioni facciali di Berlusconi e Salvini ieri all’uscita dal colloquio con il presidente Mattarella mentre Meloni parlava ai giornalisti: sguardi, smorfie e un’alzata di sopracciglia che stavano a significare l’essere costretti ad accettare la situazione, seppure assai sgradita.

Nel secondo caso, invece, si trattava di antivedere quello che potrebbe accadere – e che io penso, e temo, accadrà effettivamente – subito dopo la nascita del nuovo esecutivo, considerato che tanto Forza Italia quanto la Lega detengono la golden share della maggioranza di governo. E in quel caso declinare il senso di responsabilità, e il legittimo desiderio di autotutela, all’opposto: se la macchina è guasta, meglio fermarsi prima di partire piuttosto che doverlo fare strada facendo, rischiando l’incidente grave. Forte della convinzione che l’unica alternativa ad una sua rinuncia sarebbero state nuove elezioni, considerato che senza l’apporto di FdI e con le opposizioni vistosamente divise, così come si erano presentate al voto del 25 settembre, non ci sarebbe nessun’altra maggioranza possibile. Certo, tornare alle urne – lasciando a Draghi l’onere di prolungare la “ordinaria amministrazione” – sarebbe stato traumatico, ma forse meno di quanto non lo sarebbe doverci andare dopo un clamoroso flop. E sono convinto che comunque una scelta coraggiosa avrebbe fruttato a Meloni e al suo partito un ulteriore vantaggio elettorale non indifferente, come mi testimoniano amici imprenditori di quel nord-est conquistato il 25 settembre da FdI a discapito della Lega, che già si domandano se questo governo riuscirà a “vedere le rondini…”. E sono preoccupati nel vedere un numero crescente dei loro operai chiedere un anticipo sulla prossima tredicesima.

Meloni ha scelto la strada (apparentemente) più facile, contraddicendo un po’ quella immagine di leader forte, quasi thatcheriana, che si era con indubbia capacità cucita addosso. Troppo forte il desiderio di conquistare un traguardo storico, per lei che dieci anni fa aveva raccolto quel poco che rimaneva della destra italiana dopo l’uscita di scena di Gianfranco Fini e l’ha portata ad essere il primo partito d’Italia. Troppo potente la considerazione di sé stessa (presunzione?) per non credere di essere in grado di tenere a bada i pur detestati compagni di viaggio, qualunque pasticcio combinino. Troppo alta la sottovalutazione del peso che possono avere due fattori – la sua personale inesperienza di governo e la scarsa capienza che ha il serbatoio della sua classe dirigente – sull’esito dell’agognata avventura, soprattutto in un contesto di problemi interni e internazionali che farebbero tremare le vene ai polsi a chiunque.

Tutto più che comprensibile, per carità, ma probabilmente la presidente del Consiglio – presa come è stata prima dal dover cercare voti alternativi a quelli di Forza Italia per far eleggere Ignazio La Russa a presidente del Senato e poi a fronteggiare Berlusconi e le sue esternazioni facendo sapere di non essere, lei, “ricattabile” – non ha avuto il tempo di dedicare un po’ di attenzione a quanto stava accadendo a Londra ad un’altra donna premier, Liz Truss. Non tanto per la (esteticamente brutta) copertina dell’Economist titolata “Welcome to Britaly” immaginando che ormai Londra somigli a Roma, ma per il fatto che ai mercati finanziari sono bastati dieci giorni per costringere Downing Street a rimangiarsi una manovra economica tanto spavalda quanto cervellotica – a dire il vero somigliante a quella che vorrebbe fare Salvini se comandasse lui – e che alla premier Truss sono bastate sei settimane per fare fagotto e uscire ignominiosamente di scena. Forse, se avesse ascoltato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che dalla riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale a Washington – contrassegnata, tra l’altro, dai recenti eventi nel Regno Unito e dalle tensioni che ne sono scaturite sui mercati – ha mandato a dire che quanto è accaduto a Londra è “una lezione per tutti”, Meloni avrebbe potuto trarre conclusioni diverse a quella che so per certo essere stata una sua combattuta riflessione interiore. Non fosse altro per non rischiare di finire su una futura copertina dell’Economist a parti rovesciate rispetto alla povera Truss.

Anyway, il governo è nato, e chiunque abbia a cuore gli interessi del Paese non può che augurarsi che faccia bene e a lungo. È un esecutivo molto politico, dove è evidente l’impronta meloniana, sia per i nomi che ci sono che per quelli che mancano, tranne che per quelle figure tecniche di alto standing che, specie per la gestione dell’economia, la stessa Meloni aveva evocato. La presidente del Consiglio avrà due fronti principali, tra i tanti, cui tener testa. Il primo è quello delle emergenze, a cominciare dalla guerra scatenata da Putin e le sue epocali conseguenze geopolitiche, energetiche, economiche. Per fronteggiare le quali non servirà fare ricorso, anzi, all’armamentario sovranista e populista che purtroppo non manca nella cultura politica di questo governo. Ma sono convinto che il peggio verrà dal secondo fronte problematico, quello degli equilibri (si fa per dire) interni alla maggioranza. Figlia, ricordiamolo, non di un’alleanza politica – che non c’è mai stata, né ci poteva essere stante il fatto che i tre partiti venivano due dalla partecipazione al governo Draghi e uno dall’opposizione al medesimo – bensì di un cartello elettorale. Il quale, come tale, è destinato inevitabilmente a sciogliersi una volta raggiunto l’obiettivo nelle urne. Da questo punto di vista, le premesse sono state micidiali. 

Prima Salvini, che fino alle intemerate di Berlusconi era stato la spina nel fianco della vincitrice delle elezioni, cui non perdonava (e tuttora non perdona, nessuno si faccia illusioni) di avergli portato via milioni di voti, riducendolo al ruolo di gregario. Poi, appunto, il Cavaliere, prima con la scelta di far mancare i voti a La Russa e concedere alle riprese televisive e ai fotografi fogli con appunti insultanti nei confronti della presidente in pectore – esposti volontariamente, sia chiaro, perché a nessuno, sia pure alle prese con problemi senili, verrebbe mai in mente di appuntarsi frasi di quel tipo – poi con quelle imbarazzanti uscite su Putin e Zelensky. Anche quelle concesse consapevolmente con il doppio scopo di mettere i bastoni tra le ruote di quella “ragazzetta” che ha la metà degli anni suoi e osa comandare. Senza capire che le stava facendo un favore politico a lei (qui sì che scatta lo squilibrio senile) al macellaio del Cremlino, con cui condivide interessi che vanno ben oltre lo scambio di bottiglie di vodka e lambrusco. Hai voglia a fare professioni di fedeltà atlantica e di europeismo, quando nelle sedi internazionali la novizia presidente del Consiglio, già circondata da scetticismo per il passato della sua cultura politica e per l’inesperienza, dovrà dimostrare che nel suo governo quella ricostruzione della vicenda russo-ucraina da parte di Berlusconi così come tutte le varie dimostrazioni di putinismo di Salvini e di alcuni esponenti del suo partito, a cominciare dal presidente della Camera Lorenzo Fontana, non hanno alcun peso. E quanti salti mortali dovrà fare il neoministro degli Esteri, Antonio Tajani, per barcamenarsi tra il padrone del suo partito e le posizioni dei Popolari europei?

Certo, le ambiguità degli alleati Meloni può pensare di risolverle spaccando Forza Italia – che già lo è, basta far defluire gli emarginati dal duo Ronzulli-Fascina – e favorendo gli scontenti di Salvini dentro la Lega. Ma questo lavoro significherebbe distrarsi dall’immane compito che l’aspetta come presidente del Consiglio.

Insomma, auguri di buon lavoro, nell’interesse di tutti.

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