13 Aprile 2021, martedì
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Capitali all’estero braccati

Il reato di autoriciclaggio sarà il motore più potente che spingerà in alto gli incassi della voluntary disclosure. Saranno infatti le banche e i professionisti, consapevoli della gravità delle sanzioni e della difficoltà di sfuggire dagli artigli del fisco sempre più globalizzati, a consigliare caldamente i clienti in questa direzione. Il testo del disegno di legge sull’emersione e il rientro dei capitali, licenziato pochi giorni fa dalla commissione finanze della camera dopo molti mesi di discussione, è stato infatti potenziato con strumenti di persuasione piuttosto efficaci. Primo fra tutti, appunto, l’introduzione del reato di autoriciclaggio. Per chi decidesse di non aderire alla voluntary, un semplice prelievo di pochi euro da un conto detenuto all’estero, non dichiarato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, rischia di provocare una imputazione per riciclaggio, un reato punito con diversi anni di carcere e soprattutto che non va mai in prescrizione. In pratica i capitali all’estero non regolarizzati diventano inutilizzabili, almeno per chi non vuole correre rischi piuttosto pesanti. Ma c’è di più: saranno infatti le stesse banche a imporre ai clienti la regolarizzazione dei capitali. Il reato di riciclaggio è infatti applicabile anche agli intermediari finanziari; anzi, nei loro confronti le sanzioni sono addirittura maggiorate. Negli ultimi anni si è già avuto un chiaro assaggio del cambiamento di approccio: molte banche, soprattutto svizzere e lussemburghesi, hanno infatti inviato ai propri correntisti lettere con le quali li invitavano a certificare la provenienza lecita dei capitali da loro posseduti. In mancanza di questa certezza gli istituti di credito si dicono pronti a restituire ai proprietari i loro capitali.

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