A cura di Daniele Cappa
Una passeggiata con il cane, un battibecco e poi la violenza. È quanto sarebbe accaduto a Portomaggiore, nel Ferrarese, dove una donna di 59 anni, Susanna Rimessi, racconta di essere stata aggredita mentre camminava con il suo cane Simba.
Secondo la ricostruzione della donna, l’episodio sarebbe cominciato con un confronto verbale davanti all’abitazione di un uomo di 31 anni, di origine marocchina. Alla discussione sarebbero seguite le percosse, mentre alcuni familiari dell’uomo avrebbero fatto da contorno alla scena. Al termine dell’aggressione, il 31enne le avrebbe inoltre strappato il telefono dalle mani, correndo poi all’interno dell’abitazione.
La frase che, secondo quanto riferito dalla vittima, avrebbe fatto da detonatore alla lite è particolarmente significativa: «Lei vada a leggere il Corano… i cani sono animali impuri».
Rimessi ha raccontato quei momenti con parole che restituiscono la concretezza e la brutalità dell’accaduto: «Cado a terra, inizio a sanguinare, mi siedo, vado per rialzarmi, mi prende il telefono e corre dentro».
Se la ricostruzione sarà confermata dagli accertamenti, il punto non è soltanto la dinamica di una lite degenerata. C’è qualcosa di più profondo e inquietante: l’idea che una convinzione, una tradizione o una lettura religiosa possano essere trasformate in una pretesa di imporre agli altri come vivere, cosa possedere, come comportarsi e persino quali animali poter portare al guinzaglio.
Quando il retaggio diventa prevaricazione
È importante, però, evitare una scorciatoia tanto facile quanto pericolosa: trasformare la responsabilità individuale in una colpa collettiva.
In questo caso, le persone indicate nel racconto della vittima sono di origine marocchina. Ma sarebbe intellettualmente scorretto attribuire a un’intera comunità ciò che, eventualmente, è responsabilità di singoli individui. Il problema non è la nazionalità di chi aggredisce: il problema è l’idea, assurda e incompatibile con una società libera, che una propria convinzione possa autorizzare la violenza contro chi non la condivide.
E non è neppure un fenomeno esclusivamente riconducibile all’immigrazione o alla religione. La cronaca, del resto, conosce decine di episodi nei quali italiani, stranieri, credenti o non credenti arrivano a giustificare sopraffazioni e aggressioni sulla base di convinzioni personali, superstizioni, ideologie o retaggi culturali.
Il denominatore comune è un altro: l’intolleranza.
In alcuni casi si tratta di un retaggio culturale e antropologico arcaico, sopravvissuto al tempo e completamente fuori posto in una società contemporanea fondata sulla libertà individuale e sulla convivenza. In altri, più semplicemente, di ignoranza, ottusità e incapacità di comprendere un principio elementare: le proprie convinzioni finiscono dove cominciano i diritti degli altri.
La cultura non può essere usata come alibi per la violenza. La religione non può diventare una patente di superiorità. La tradizione non può trasformarsi in una licenza per intimidire o picchiare qualcuno.
Il rischio di minimizzare è altrettanto grave
Proprio per questo episodi come quello denunciato a Portomaggiore non vanno né enfatizzati in chiave identitaria né minimizzati.
La nazionalità degli aggressori può essere un elemento della cronaca, ma non deve diventare il bersaglio del giudizio. Allo stesso modo, però, non si deve cadere nell’errore opposto: per timore di alimentare polemiche sull’integrazione, fare finta che determinati comportamenti non pongano problemi.
Se una persona viene aggredita perché porta a spasso il proprio cane, il fatto è grave indipendentemente da chi sia l’aggressore e da quale sia la sua origine.
E diventa ancora più grave se dietro l’aggressione vi è davvero la convinzione che una norma religiosa o culturale possa essere imposta con la forza.
Una società civile non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità. Chiede qualcosa di molto più semplice: rispettare quella degli altri.
Il cane, in fondo, è soltanto il pretesto
La vicenda di Portomaggiore, dunque, non riguarda davvero un cane. Simba è soltanto il pretesto attorno al quale, secondo la denuncia della donna, sarebbe esploso un conflitto molto più elementare: quello tra chi pretende di imporre il proprio modo di pensare e chi rivendica il diritto di vivere liberamente.
È proprio qui che la storia assume un significato più ampio.
Non esiste tradizione abbastanza antica, religione abbastanza venerata o convinzione personale abbastanza radicata da poter giustificare un pugno. E non esiste origine geografica che renda un comportamento più o meno accettabile.
La civiltà si misura soprattutto nella capacità di convivere con ciò che non ci piace, che non comprendiamo o che non condividiamo.
Tutto il resto è prepotenza.
E quando la prepotenza passa dalle parole alle mani, non siamo più davanti a una semplice differenza culturale: siamo davanti a un problema di sicurezza, di rispetto e di legalità.
