6 Ottobre 2026, martedì
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Usa, la giustizia ferma il giro di vite di Trump sui visti: cancellato il blocco per 75 Paesi

Una giudice federale di Manhattan contesta la linea dell’amministrazione, che aveva sospeso i visti d’immigrazione sulla base del rischio di “onere pubblico”. La misura riguardava quasi il 40% dei Paesi del mondo e aveva coinvolto anche Brasile, Colombia, Egitto, Haiti, Somalia e Russia.

Una nuova battuta d’arresto sul fronte dell’immigrazione per l’amministrazione Trump arriva dai tribunali federali statunitensi. Una giudice di Manhattan ha annullato il provvedimento con cui, lo scorso gennaio, il Dipartimento di Stato aveva sospeso il rilascio dei visti d’immigrazione destinati ai cittadini di 75 Paesi, una lista che comprendeva quasi il 40% degli Stati del mondo.

La decisione, riferita dalla Cnn, mette in discussione soprattutto il criterio utilizzato dall’amministrazione per giustificare il blocco. La linea del Dipartimento di Stato era fondata sul timore che una parte dei migranti potesse ricorrere a prestazioni e forme di assistenza pubblica, trasformandosi in un potenziale “onere economico” per gli Stati Uniti.

La giudice federale Jeannette Vargas, della Corte Distrettuale Federale di Manhattan, ha però ritenuto insufficiente questa motivazione e ha annullato i rifiuti dei visti fondati esclusivamente su tale presupposto.

Il nodo dell’“onere pubblico”

Il cuore della controversia riguarda il modo in cui la normativa statunitense disciplina l’ingresso degli immigrati considerati potenzialmente dipendenti dall’assistenza pubblica.

Secondo la legge Usa, un richiedente può essere considerato un potenziale “onere pubblico” soltanto dopo una valutazione individuale da parte di un funzionario consolare. Nel giudizio devono essere presi in considerazione diversi elementi: condizione economica, età, stato di salute, competenze professionali e situazione familiare.

Secondo Vargas, invece, la misura introdotta dall’amministrazione aveva finito per trasformare un accertamento individuale in una sorta di presunzione automatica legata alla nazionalità. Ai funzionari consolari sarebbe stato infatti imposto di respingere le domande provenienti dai Paesi inseriti nella lista, anche quando il singolo richiedente fosse perfettamente in grado di mantenersi autonomamente.

È proprio questo passaggio ad aver convinto la giudice a intervenire: non sarebbe sufficiente indicare il Paese di provenienza per stabilire che una persona costituisca un futuro peso per le casse pubbliche americane.

Un elenco che attraversava mezzo mondo

Il provvedimento del Dipartimento di Stato aveva una portata particolarmente ampia. Nell’elenco figuravano Paesi di Africa subsahariana, Caraibi, Medio Oriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico, oltre a diversi Stati dei Balcani.

Tra i Paesi interessati comparivano anche Brasile, Colombia, Egitto, Haiti, Somalia e Russia, insieme ad alcuni Stati considerati partner degli Stati Uniti, come Giordania, Georgia ed Egitto.

La selezione non sarebbe stata casuale. L’amministrazione aveva utilizzato dati del Consiglio dei consulenti economici, individuando i Paesi nei quali più del 30% delle famiglie immigrate risultava destinatario di una qualche forma di assistenza pubblica.

Una soglia statistica che, secondo l’impostazione del governo, avrebbe consentito di individuare le nazionalità considerate maggiormente a rischio. Ma proprio questa impostazione è ora al centro della contestazione giudiziaria: il dato riferito a un’intera popolazione non può necessariamente essere trasferito, senza ulteriori verifiche, sul singolo individuo che presenta una domanda di visto.

Famiglie e lavoratori tra i ricorrenti

A portare la questione davanti ai giudici sono stati anche cittadini direttamente colpiti dalle conseguenze del provvedimento.

Tra i ricorrenti figuravano sei cittadini statunitensi che avevano presentato richieste legate al ricongiungimento familiare. Il blocco, secondo quanto sostenuto nel ricorso, impediva ai loro parenti residenti in Ghana, Giamaica, Guatemala ed Etiopia di ottenere i visti necessari per raggiungerli negli Stati Uniti.

Nel procedimento erano coinvolti inoltre cinque cittadini colombiani che avevano richiesto visti per motivi di lavoro.

Il provvedimento aveva dunque inciso su due dei principali canali dell’immigrazione regolare: il ricongiungimento con i familiari e l’ingresso di lavoratori stranieri.

Cosa cambia e cosa resta da decidere

Il blocco riguardava i visti per immigrati, quindi anche i percorsi verso la residenza permanente, ma non i cosiddetti visti per non immigrati, come quelli turistici o per studenti.

La sentenza non chiude tuttavia definitivamente la vicenda. Vargas ha concesso alle parti tempo fino all’11 settembre per avanzare proposte sulla parte ancora aperta del procedimento. L’amministrazione Trump, inoltre, potrebbe decidere di impugnare la decisione davanti a un grado superiore.

Il confronto tra Casa Bianca e magistratura resta quindi aperto. Ma la sentenza di Manhattan introduce un limite preciso alla strategia adottata dall’amministrazione: il rischio che un immigrato possa ricorrere all’assistenza pubblica non può essere automaticamente dedotto dal suo passaporto.

La partita sui visti per i cittadini dei 75 Paesi, dunque, è tutt’altro che conclusa. Per ora, però, è la magistratura federale a mettere un freno a una delle misure più estese adottate dall’amministrazione Trump sul terreno dell’immigrazione legale.

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