L’estate non ha ancora consegnato definitivamente le chiavi all’autunno, ma sui mercati europei dell’energia l’inverno è già diventato una preoccupazione concreta. Il problema non è, almeno per ora, il rischio di rimanere senza gas. È il prezzo da pagare per arrivare alla stagione fredda con riserve inferiori alla norma e con uno scenario internazionale ancora estremamente fragile.
L’Europa si prepara così ad affrontare i mesi di maggiore domanda partendo da una posizione decisamente meno confortevole rispetto agli anni precedenti. La dipendenza dal gas russo è stata drasticamente ridotta dopo l’invasione dell’Ucraina, ma il sistema energetico europeo resta esposto alle turbolenze geopolitiche, alla concorrenza globale per le forniture di Gnl e alle conseguenze delle crisi che interessano il Medio Oriente.
A complicare il quadro c’è anche la questione dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per i flussi energetici internazionali. Un’eventuale prolungata interruzione delle esportazioni provenienti dall’area del Golfo rischia infatti di restringere ulteriormente l’offerta disponibile sul mercato mondiale e, di riflesso, di aumentare la pressione sui prezzi europei.
Stoccaggi sotto pressione
Secondo quanto riportato dal Guardian, alla fine di agosto gli impianti di stoccaggio dell’Unione europea risultavano riempiti per circa il 63% della loro capacità. Un livello significativamente inferiore alla media di circa l’80% osservata negli stessi periodi degli anni precedenti e tra i più bassi registrati a fine estate nell’ultimo decennio.
Il dato racconta più di una semplice differenza statistica. Gli stoccaggi rappresentano infatti il principale cuscinetto a disposizione dell’Europa per assorbire i picchi di domanda durante i mesi freddi. Più basso è il livello di partenza, maggiore diventa la necessità di acquistare gas sul mercato proprio quando consumi e concorrenza internazionale tendono ad aumentare.
La fotografia dei singoli Paesi è inoltre tutt’altro che omogenea.
Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, la Germania è tra i sistemi più esposti, con depositi poco sopra il 51%. All’estremo opposto si trova la Polonia, che ha raggiunto circa il 90,63%, presentandosi quindi all’appuntamento con l’inverno in una posizione decisamente più solida.
Ancora più delicata è la situazione del Regno Unito, che pur essendo uno dei principali consumatori europei di gas dispone di una capacità di stoccaggio interna relativamente limitata. Chris O’Shea, amministratore delegato di Centrica, proprietaria di British Gas, ha recentemente descritto la situazione del Paese in termini particolarmente preoccupanti, sostenendo che il Regno Unito abbia ormai “quasi nessun gas in stoccaggio” in vista dell’inverno.
Il fattore Hormuz cambia gli equilibri
Per capire perché il mercato abbia improvvisamente alzato il livello di allerta occorre guardare oltre i confini europei.
Alla riduzione delle scorte hanno contribuito diversi fattori. Lo scorso inverno, in particolare, si è chiuso con temperature rigide che hanno richiesto maggiori prelievi dai depositi. Durante l’estate, inoltre, le ondate di calore hanno fatto crescere la domanda di elettricità e, di conseguenza, l’utilizzo del gas per alimentare la generazione elettrica.
A tutto questo si sono aggiunte le tensioni geopolitiche e le interruzioni dei flussi energetici dal Golfo legate al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Per mesi gli operatori avevano sostanzialmente scommesso sulla possibilità che la situazione nello Stretto di Hormuz potesse normalizzarsi e che ciò consentisse al mercato europeo di recuperare rapidamente le scorte. Quella prospettiva, però, si è progressivamente indebolita.
Bjarne Schieldrop, chief commodities analyst della banca nordica Seb, ha spiegato che proprio il venir meno delle aspettative di una riapertura dello Stretto ha modificato radicalmente il sentiment degli operatori. Il risultato, nell’ultima settimana di agosto, è stato quello che alcuni analisti hanno definito un vero e proprio “panico invernale” sul mercato europeo del gas.
Non si tratta necessariamente del timore di un blackout energetico o di una carenza fisica imminente. Il problema è più sottile e, per famiglie e imprese, potenzialmente altrettanto pesante: l’Europa potrebbe essere costretta a pagare molto di più per ricostituire le proprie riserve.
Prezzi già ai massimi degli ultimi anni
Il mercato ha già iniziato a incorporare questo rischio.
Il prezzo del gas naturale di riferimento europeo ha superato nelle ultime settimane i 66 euro per megawattora, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi tre anni e attestandosi a oltre il doppio rispetto ai valori di inizio 2026.
È qui che il problema degli stoccaggi diventa un problema economico. Se l’Europa dovesse accelerare gli acquisti nei prossimi mesi per riportare le riserve a livelli di sicurezza, si troverebbe a competere per le forniture in un mercato internazionale già condizionato dalle tensioni geopolitiche.
E quando l’offerta è incerta e la domanda aumenta, il prezzo diventa inevitabilmente il principale strumento di riequilibrio.
Italia: il rischio di un effetto domino
L’Italia parte da una posizione diversa rispetto alla Germania, ma non può considerarsi immune dalle conseguenze della situazione europea.
Il mercato del gas è infatti profondamente interconnesso: ciò che accade nei principali hub continentali si riflette rapidamente anche sui prezzi italiani. Una nuova corsa al riempimento degli stoccaggi da parte dei Paesi più scoperti potrebbe aumentare la competizione per le forniture e trasferire la pressione sui mercati regionali.
Il rischio, dunque, non è soltanto quello di una crisi di approvvigionamento. È soprattutto quello di un effetto domino sui prezzi: costi all’ingrosso più elevati, maggiore pressione sulle bollette e nuova volatilità per le imprese energivore.
L’Italia ha diversificato negli ultimi anni le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo drasticamente il peso del gas russo e aumentando il ricorso ad altri fornitori e al gas naturale liquefatto. Ma la diversificazione delle rotte non elimina l’esposizione alla dinamica globale dei prezzi.
La vera sfida sarà arrivare a dicembre
Il punto decisivo, a questo punto, sarà la velocità con cui l’Europa riuscirà a ricostituire le proprie riserve prima che la domanda invernale entri nel vivo.
Un autunno relativamente mite potrebbe attenuare la pressione e concedere al mercato più tempo per recuperare. Un inverno freddo, al contrario, trasformerebbe gli attuali livelli di stoccaggio in un problema molto più serio, costringendo gli operatori a intervenire sul mercato in condizioni potenzialmente sfavorevoli.
Per questo il 63% delle scorte non va letto semplicemente come una percentuale. È una fotografia della distanza che separa l’Europa dalla tranquillità energetica.
La stagione del gas sta per cominciare e il continente ci arriva con meno margine di sicurezza del previsto. Dopo quattro anni di guerra in Ucraina, la crisi energetica europea sembrava aver imboccato la strada della normalizzazione. Ora il mercato ricorda che, nel sistema energetico globale, la stabilità resta fragile e può bastare un singolo snodo geopolitico per rimettere tutto in discussione.
L’inverno, insomma, non è ancora arrivato. Ma il mercato ha già cominciato a prezzarne il rischio.