27 Ottobre 2026, martedì
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Schengen, l’Italia prolunga i controlli con la Spagna: altri 15 giorni di frontiere sorvegliate

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L’Italia sceglie la prudenza e prolunga di altri quindici giorni la sospensione delle regole di Schengen nei collegamenti con la Spagna. La misura, entrata in vigore il 1° agosto, è stata prorogata a partire da lunedì 31 agosto e comporta il ripristino dei controlli alle frontiere aeree e marittime per i viaggiatori in arrivo dalla Spagna.

La decisione arriva mentre resta sotto osservazione la situazione migratoria nell’area di Ceuta, enclave spagnola sul territorio nordafricano che nelle ultime settimane ha rappresentato uno dei principali punti di pressione sui confini esterni dell’Unione europea.

Non si tratta, dunque, di una sospensione generalizzata della libera circolazione, ma di una misura temporanea e mirata che consente alle autorità italiane di rafforzare le verifiche sugli arrivi dalla Spagna alla luce delle criticità ancora considerate rilevanti sul fronte della sicurezza delle frontiere.

A confermare la proroga è il Viminale, spiegando che il provvedimento è stato adottato sulla base delle valutazioni del Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere. Secondo l’analisi delle autorità italiane, permangono infatti gli stessi elementi che avevano portato alla reintroduzione dei controlli lo scorso 1° agosto.

Piantedosi: «Restano criticità su Ceuta»

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha informato della decisione il suo omologo spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, nel corso di un confronto telefonico definito dal Viminale «costruttivo».

La proroga, tuttavia, non rappresenta una chiusura alle prospettive di normalizzazione. Roma ha infatti tenuto conto anche delle iniziative già intraprese dalla Spagna insieme all’Unione europea per affrontare la situazione nell’area di Ceuta e ridurre progressivamente le tensioni che hanno determinato l’adozione dei controlli.

Il messaggio che arriva dal governo italiano è quindi duplice: da una parte, la necessità di mantenere alta la vigilanza finché le condizioni di sicurezza non saranno considerate sufficientemente stabili; dall’altra, la volontà di accompagnare gli interventi messi in campo da Madrid e dalle istituzioni europee nella prospettiva di un ritorno alla piena normalità.

Per altri quindici giorni, dunque, chi arriva dalla Spagna in Italia dovrà fare i conti con controlli che, in condizioni ordinarie, non sarebbero previsti nell’area Schengen. Una scelta che riflette il delicato equilibrio tra il principio della libera circolazione e l’esigenza degli Stati di reagire rapidamente quando la pressione migratoria e le condizioni di sicurezza alle frontiere esterne dell’Unione tornano a rappresentare un fattore di particolare attenzione.

Gas, l’Europa guarda all’inverno con il fiato sospeso: scorte ai minimi e prezzi in rialzo

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L’estate non ha ancora consegnato definitivamente le chiavi all’autunno, ma sui mercati europei dell’energia l’inverno è già diventato una preoccupazione concreta. Il problema non è, almeno per ora, il rischio di rimanere senza gas. È il prezzo da pagare per arrivare alla stagione fredda con riserve inferiori alla norma e con uno scenario internazionale ancora estremamente fragile.

L’Europa si prepara così ad affrontare i mesi di maggiore domanda partendo da una posizione decisamente meno confortevole rispetto agli anni precedenti. La dipendenza dal gas russo è stata drasticamente ridotta dopo l’invasione dell’Ucraina, ma il sistema energetico europeo resta esposto alle turbolenze geopolitiche, alla concorrenza globale per le forniture di Gnl e alle conseguenze delle crisi che interessano il Medio Oriente.

A complicare il quadro c’è anche la questione dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per i flussi energetici internazionali. Un’eventuale prolungata interruzione delle esportazioni provenienti dall’area del Golfo rischia infatti di restringere ulteriormente l’offerta disponibile sul mercato mondiale e, di riflesso, di aumentare la pressione sui prezzi europei.

Stoccaggi sotto pressione

Secondo quanto riportato dal Guardian, alla fine di agosto gli impianti di stoccaggio dell’Unione europea risultavano riempiti per circa il 63% della loro capacità. Un livello significativamente inferiore alla media di circa l’80% osservata negli stessi periodi degli anni precedenti e tra i più bassi registrati a fine estate nell’ultimo decennio.

Il dato racconta più di una semplice differenza statistica. Gli stoccaggi rappresentano infatti il principale cuscinetto a disposizione dell’Europa per assorbire i picchi di domanda durante i mesi freddi. Più basso è il livello di partenza, maggiore diventa la necessità di acquistare gas sul mercato proprio quando consumi e concorrenza internazionale tendono ad aumentare.

La fotografia dei singoli Paesi è inoltre tutt’altro che omogenea.

Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, la Germania è tra i sistemi più esposti, con depositi poco sopra il 51%. All’estremo opposto si trova la Polonia, che ha raggiunto circa il 90,63%, presentandosi quindi all’appuntamento con l’inverno in una posizione decisamente più solida.

Ancora più delicata è la situazione del Regno Unito, che pur essendo uno dei principali consumatori europei di gas dispone di una capacità di stoccaggio interna relativamente limitata. Chris O’Shea, amministratore delegato di Centrica, proprietaria di British Gas, ha recentemente descritto la situazione del Paese in termini particolarmente preoccupanti, sostenendo che il Regno Unito abbia ormai “quasi nessun gas in stoccaggio” in vista dell’inverno.

Il fattore Hormuz cambia gli equilibri

Per capire perché il mercato abbia improvvisamente alzato il livello di allerta occorre guardare oltre i confini europei.

Alla riduzione delle scorte hanno contribuito diversi fattori. Lo scorso inverno, in particolare, si è chiuso con temperature rigide che hanno richiesto maggiori prelievi dai depositi. Durante l’estate, inoltre, le ondate di calore hanno fatto crescere la domanda di elettricità e, di conseguenza, l’utilizzo del gas per alimentare la generazione elettrica.

A tutto questo si sono aggiunte le tensioni geopolitiche e le interruzioni dei flussi energetici dal Golfo legate al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Per mesi gli operatori avevano sostanzialmente scommesso sulla possibilità che la situazione nello Stretto di Hormuz potesse normalizzarsi e che ciò consentisse al mercato europeo di recuperare rapidamente le scorte. Quella prospettiva, però, si è progressivamente indebolita.

Bjarne Schieldrop, chief commodities analyst della banca nordica Seb, ha spiegato che proprio il venir meno delle aspettative di una riapertura dello Stretto ha modificato radicalmente il sentiment degli operatori. Il risultato, nell’ultima settimana di agosto, è stato quello che alcuni analisti hanno definito un vero e proprio “panico invernale” sul mercato europeo del gas.

Non si tratta necessariamente del timore di un blackout energetico o di una carenza fisica imminente. Il problema è più sottile e, per famiglie e imprese, potenzialmente altrettanto pesante: l’Europa potrebbe essere costretta a pagare molto di più per ricostituire le proprie riserve.

Prezzi già ai massimi degli ultimi anni

Il mercato ha già iniziato a incorporare questo rischio.

Il prezzo del gas naturale di riferimento europeo ha superato nelle ultime settimane i 66 euro per megawattora, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi tre anni e attestandosi a oltre il doppio rispetto ai valori di inizio 2026.

È qui che il problema degli stoccaggi diventa un problema economico. Se l’Europa dovesse accelerare gli acquisti nei prossimi mesi per riportare le riserve a livelli di sicurezza, si troverebbe a competere per le forniture in un mercato internazionale già condizionato dalle tensioni geopolitiche.

E quando l’offerta è incerta e la domanda aumenta, il prezzo diventa inevitabilmente il principale strumento di riequilibrio.

Italia: il rischio di un effetto domino

L’Italia parte da una posizione diversa rispetto alla Germania, ma non può considerarsi immune dalle conseguenze della situazione europea.

Il mercato del gas è infatti profondamente interconnesso: ciò che accade nei principali hub continentali si riflette rapidamente anche sui prezzi italiani. Una nuova corsa al riempimento degli stoccaggi da parte dei Paesi più scoperti potrebbe aumentare la competizione per le forniture e trasferire la pressione sui mercati regionali.

Il rischio, dunque, non è soltanto quello di una crisi di approvvigionamento. È soprattutto quello di un effetto domino sui prezzi: costi all’ingrosso più elevati, maggiore pressione sulle bollette e nuova volatilità per le imprese energivore.

L’Italia ha diversificato negli ultimi anni le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo drasticamente il peso del gas russo e aumentando il ricorso ad altri fornitori e al gas naturale liquefatto. Ma la diversificazione delle rotte non elimina l’esposizione alla dinamica globale dei prezzi.

La vera sfida sarà arrivare a dicembre

Il punto decisivo, a questo punto, sarà la velocità con cui l’Europa riuscirà a ricostituire le proprie riserve prima che la domanda invernale entri nel vivo.

Un autunno relativamente mite potrebbe attenuare la pressione e concedere al mercato più tempo per recuperare. Un inverno freddo, al contrario, trasformerebbe gli attuali livelli di stoccaggio in un problema molto più serio, costringendo gli operatori a intervenire sul mercato in condizioni potenzialmente sfavorevoli.

Per questo il 63% delle scorte non va letto semplicemente come una percentuale. È una fotografia della distanza che separa l’Europa dalla tranquillità energetica.

La stagione del gas sta per cominciare e il continente ci arriva con meno margine di sicurezza del previsto. Dopo quattro anni di guerra in Ucraina, la crisi energetica europea sembrava aver imboccato la strada della normalizzazione. Ora il mercato ricorda che, nel sistema energetico globale, la stabilità resta fragile e può bastare un singolo snodo geopolitico per rimettere tutto in discussione.

L’inverno, insomma, non è ancora arrivato. Ma il mercato ha già cominciato a prezzarne il rischio.

Dario Franceschini: «Convivo con il Parkinson. È stata una botta tremenda». E ora rompe il silenzio

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Ci sono diagnosi che segnano un prima e un dopo. Quella arrivata a Dario Franceschini nel novembre del 2020 è una di queste.

«Ho il Parkinson», racconta per la prima volta pubblicamente il senatore del Partito Democratico ed ex ministro della Cultura, in un’intervista al Corriere della Sera. Una frase breve, diretta, dietro la quale ci sono quasi sei anni di vita privata, paura, adattamento e una battaglia quotidiana condotta lontano dai riflettori.

«La diagnosi è stata una botta tremenda», confessa Franceschini. Prima c’erano stati altri problemi di salute, compreso un infarto nel 2014, ma vissuti come incidenti di percorso, difficoltà che, prima o poi, si possono mettere in conto. Il Parkinson, invece, appartiene a un’altra dimensione: «È una malattia diversa, ti accompagna per sempre».

È proprio quel senso di permanenza ad aver reso più difficile, almeno all’inizio, accettare la malattia. Franceschini racconta di aver cercato di nasconderla, anche per una ragione che riguarda non soltanto la salute, ma il modo in cui una persona teme di essere vista dagli altri.

«Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi», spiega. Il linguaggio può diventare meno fluido, il passo può farsi incerto, il tremore può essere evidente. E quei segnali fisici rischiano di trasformarsi, agli occhi degli altri, in un marchio.

Ma proprio contro l’isolamento Franceschini ha deciso di rompere il silenzio.

Il suo messaggio non è quello della resa, bensì della resistenza quotidiana. «È fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare». Accanto alle terapie, sottolinea, conta anche la capacità di continuare a riempire le proprie giornate, di mantenere obiettivi, relazioni, impegni.

«Io non mollo, io continuo a vivere, a esserci».

È questa, in fondo, la ragione più profonda della sua scelta di raccontarsi. Franceschini ammette che esporsi pubblicamente su un tema così personale gli è costato molto. Ma dopo una lunga riflessione ha scelto di mettere sul piatto vantaggi e rischi della decisione e di parlare.

Non soltanto per sé.

«Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere».

La malattia ha inevitabilmente modificato anche il suo rapporto con la politica. Un mondo nel quale la fragilità viene spesso percepita come una debolezza da nascondere e nel quale chi ricopre ruoli di responsabilità è chiamato, almeno nell’immaginario collettivo, a trasmettere sicurezza e invulnerabilità.

«Azzera le ambizioni personali», racconta Franceschini. E fa venire meno «quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità».

È forse questo il passaggio più significativo della sua testimonianza: la malattia non ha cancellato la sua identità politica, ma ha cambiato il modo di guardarla.

Il ritmo, certo, è diverso. Il lavoro deve essere adeguato alle nuove condizioni. Ma non si è fermato.

«Il Parkinson colpisce il corpo, non le capacità cognitive», sottolinea. E così Franceschini continua a lavorare: telefonate, incontri, riunioni. Con un passo differente, ma con la stessa volontà di esserci.

Ruotolo: «Mostrare la propria fragilità è un atto di coraggio»

Le parole di Franceschini hanno suscitato anche la reazione di Sandro Ruotolo, europarlamentare del Pd e responsabile Informazione nella segreteria nazionale del partito.

«Ho letto tutto d’un fiato l’intervista di Fabrizio Roncone a Dario Franceschini sul Corriere della Sera. È una di quelle interviste che restano», scrive Ruotolo sui social.

Secondo l’europarlamentare, nel racconto di Franceschini avviene qualcosa di significativo: «Il politico quasi scompare e resta l’uomo».

Una distinzione che diventa anche una riflessione sul modo in cui la politica rappresenta se stessa. «Siamo abituati a una politica che deve esibire forza e invulnerabilità», osserva Ruotolo. Franceschini, invece, sceglie di mostrare ciò che normalmente viene tenuto fuori dalla scena pubblica: la paura, la malattia, il limite, la fragilità.

E proprio per questo, secondo Ruotolo, il messaggio supera i confini della politica e parla alle tante persone che convivono con una malattia.

«Non nascondersi, non isolarsi, continuare a vivere, lavorare, amare».

Nessun pietismo, sottolinea l’europarlamentare, ma una testimonianza di vita. «Riconoscere la propria fragilità non significa essere più deboli. A volte richiede molto più coraggio che mostrarsi forti».

Una lezione personale, dunque, ma anche una lezione politica. Perché raccontare una malattia non significa necessariamente consegnarsi alla propria debolezza: può significare, al contrario, sottrarre la fragilità alla vergogna e trasformarla in una forma di consapevolezza e di vicinanza agli altri.

È il senso ultimo della scelta di Franceschini: non chiedere compassione, ma rivendicare la possibilità di continuare a vivere pienamente, anche quando la vita cambia ritmo.

Emirati, smentito l’attacco alla base di Al Minhad: “Nessun missile iraniano ha colpito Dubai”

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Il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha smentito le informazioni circolate sui media iraniani relative a un presunto attacco missilistico contro la base aerea di Al Minhad, a Dubai.

Secondo quanto riferito dalle autorità emiratine, la struttura — utilizzata anche dagli Stati Uniti — non sarebbe stata colpita da missili provenienti dall’Iran, contrariamente a quanto sostenuto dalle fonti mediatiche di Teheran.

La presa di posizione di Abu Dhabi arriva in un contesto regionale particolarmente delicato, nel quale la diffusione di notizie su presunti attacchi militari può assumere un peso che va ben oltre la semplice cronaca. La conferma o la smentita di un attacco contro una base utilizzata dalle forze statunitensi avrebbe infatti implicazioni rilevanti sul piano politico e militare, soprattutto in una fase caratterizzata da forti tensioni tra Iran, Stati Uniti e i loro rispettivi alleati e partner nella regione.

La dichiarazione del ministero emiratino punta dunque a ridimensionare il quadro delineato dai media iraniani e a escludere, almeno sulla base delle informazioni ufficiali fornite da Abu Dhabi, che Al Minhad sia stata interessata da un attacco missilistico.

Al Minhad rappresenta inoltre una struttura di rilievo nel dispositivo di sicurezza regionale, circostanza che rende particolarmente sensibile qualsiasi notizia riguardante la sua eventuale esposizione ad attacchi. Proprio per questo, la smentita degli Emirati assume un valore significativo anche sul piano della comunicazione strategica.

Restano così contrapposte due narrazioni: da una parte quella attribuita ai media iraniani, che riferiscono di un attacco contro la base; dall’altra la versione ufficiale emiratina, che nega categoricamente che la struttura sia stata raggiunta da missili iraniani.

In uno scenario nel quale informazione, propaganda e comunicazione militare procedono spesso sullo stesso terreno, la verifica dei fatti diventa quindi un elemento cruciale per distinguere gli sviluppi effettivi dalle dichiarazioni legate alla guerra dell’informazione.

Bali, muore a 39 anni mentre fa surf: addio a Gabriele Bellucci

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Aveva scelto Bali, in Indonesia, come approdo di una vita costruita tra viaggi, surf e Oriente. Proprio sulle onde dell’isola, però, Gabriele Bellucci, 39 anni, originario di Vinci, nel Fiorentino, ha trovato la morte.

La tragedia è avvenuta a cavallo di Ferragosto. Bellucci, che da circa due anni viveva a Bali, è deceduto mentre praticava surf. Sulle circostanze della morte sono ancora in corso gli accertamenti: tra le ipotesi prese in considerazione da chi indaga ci sarebbe quella di un malore, ma anche quella di un incidente. Il 39enne potrebbe infatti essere caduto e aver urtato violentemente la testa contro la tavola, perdendo successivamente i sensi. Saranno gli accertamenti a fare chiarezza.

La salma è stata rimpatriata venerdì 28 agosto. Questa mattina, lunedì 31 agosto, nella chiesa di San Bartolomeo a Sovignana si sono svolti i funerali, nel paese d’origine dove Bellucci aveva conservato legami profondi nonostante la distanza.

La sua storia era quella di un uomo che aveva fatto della curiosità verso il mondo e della passione per il surf molto più di un semplice passatempo. Dopo il diploma all’Iti Ferraris di Empoli, aveva lavorato per un periodo alla Sesa, continuando però a coltivare le sue passioni. Il surf lo aveva portato a viaggiare in diversi Paesi, mentre l’interesse per l’Oriente lo aveva spinto prima in Thailandia e poi a Bali, dove aveva deciso di fermarsi.

Eppure il trasferimento dall’altra parte del mondo non aveva cancellato le radici. Bellucci aveva continuato a frequentare e a mantenere i rapporti con gli amici della zona di Empoli, anche grazie alla sua esperienza nella Spicchiese, squadra amatoriale nella quale aveva giocato a calcio prima di intraprendere anche il ruolo di allenatore.

È proprio dalla famiglia rossoblù della Spicchiese arrivato uno dei messaggi più toccanti dopo la notizia della sua morte: «Sei un pezzo di noi, lo sarai per sempre. See you in space cowboy, dal cuore rossoblù», hanno scritto gli amici sui social.

Un legame rimasto vivo nonostante migliaia di chilometri di distanza, a testimonianza di quanto Bellucci fosse ancora parte della comunità che lo aveva visto crescere.

Il cordoglio è stato espresso anche dal sindaco di Vinci, Daniele Vanni, a nome dell’amministrazione comunale: «Esprimo la più sincera vicinanza alla famiglia, agli amici e a tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e condividere con lui un pezzo di strada».

Una vita spesa inseguendo l’orizzonte, dalle coste della Toscana a quelle dell’Asia, si è interrotta improvvisamente a 39 anni. A Bali aveva trovato il luogo in cui fermarsi, dopo averne attraversati tanti. Oggi, nella sua terra d’origine, amici e familiari lo hanno salutato per l’ultima volta.

Brandizzo, tre anni dopo la strage: «Ora verità, giustizia e sicurezza. La Regione mantenga l’impegno»

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Tre anni sono trascorsi da quella notte che ha spezzato cinque vite e lasciato una ferita profonda nella comunità di Brandizzo e nell’intero Paese. Tra il 30 e il 31 agosto 2023, Kevin Laganà, Giuseppe Sorvillo, Michael Zanera, Giuseppe Aversa e Saverio Giuseppe Lombardo persero la vita mentre lavoravano sui binari. Cinque lavoratori, cinque famiglie travolte da un dolore che il tempo non ha cancellato e che oggi si accompagna all’attesa di verità e giustizia.

Nel giorno della commemorazione, il pensiero va innanzitutto a loro e ai loro familiari. È a partire da questa memoria che Sarah Disabato, capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle in Piemonte, rilancia la necessità di fare piena luce sulla tragedia e di accertare ogni responsabilità.

«A un mese dall’apertura dell’udienza preliminare al Tribunale di Ivrea – sottolinea Disabato – ci auguriamo che il percorso giudiziario possa chiarire fino in fondo quanto accaduto e restituire giustizia ai familiari delle vittime». Una richiesta che, ricorda la consigliera regionale, il Movimento 5 Stelle ha avanzato fin dai giorni immediatamente successivi alla strage, chiedendo di ricostruire cause, responsabilità ed eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza.

Ma accanto al percorso giudiziario resta aperto anche il capitolo del ruolo delle istituzioni. In particolare, quello della Regione Piemonte.

Da tempo il M5S chiede infatti alla Regione di costituirsi parte civile nel procedimento. Una disponibilità che la Giunta Cirio aveva annunciato pubblicamente il 9 settembre dello scorso anno, in risposta a un question time presentato dalla stessa Disabato in Consiglio regionale.

«Si è trattato di una presa di posizione importante – afferma la capogruppo M5S – ma oggi quell’impegno deve essere confermato dai fatti. Vigileremo affinché venga mantenuto».

Per Disabato, infatti, la vicenda di Brandizzo non può essere confinata al solo ambito giudiziario. La tragedia impone una riflessione più ampia sul sistema della sicurezza nei luoghi di lavoro e, soprattutto, sulla capacità delle istituzioni di prevenire nuove morti.

«La politica e le istituzioni hanno il dovere di stare al fianco delle famiglie – osserva – ma anche di fare tutto il possibile affinché tragedie simili non si ripetano». La sicurezza sul lavoro, insiste, deve essere una priorità permanente, non un tema destinato a riemergere soltanto dopo l’ennesimo incidente.

Un principio che assume un peso ancora maggiore in un settore delicato come quello ferroviario, dove procedure, controlli e rispetto rigoroso delle norme di sicurezza rappresentano una garanzia essenziale per chi ogni giorno lavora sulle infrastrutture.

Nel giorno del terzo anniversario, Disabato ha scelto di essere personalmente a Brandizzo per partecipare alla cerimonia di commemorazione e rendere omaggio alle cinque vittime.

«Ho voluto essere qui – spiega – per ricordare Kevin, Michael, Giuseppe, Giuseppe e Saverio e per stringermi alle loro famiglie e a tutta la comunità».

Tre anni dopo, dunque, il tempo non può trasformarsi in oblio. Il ricordo dei cinque lavoratori deve continuare a interrogare istituzioni e politica e tradursi in un impegno concreto: accertare le responsabilità, sostenere le famiglie e rafforzare ogni misura necessaria a proteggere la vita di chi lavora.

«Continueremo a chiedere verità e giustizia – conclude Disabato – e a lavorare affinché la tutela della vita e della sicurezza dei lavoratori venga sempre prima di tutto».

Brissogne, quasi 21 ore di caos in carcere. Pirro: «Nordio faccia piena luce»

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Quasi ventuno ore di disordini, incendi e devastazioni. Una situazione che, secondo la senatrice del Movimento 5 Stelle Elisa Pirro, ha oltrepassato i confini di un semplice episodio di tensione carceraria, arrivando a sfiorare una vera e propria rivolta.

Al centro della denuncia c’è quanto accaduto nel reparto B2 del carcere di Brissogne, ad Aosta, dove per un’intera giornata il personale della Polizia Penitenziaria è stato impegnato nel fronteggiare una situazione di estrema criticità. Nel corso dei disordini sarebbero stati incendiati e lanciati contro gli agenti diversi oggetti, comprese bombole di gas, con un concreto rischio per l’incolumità del personale.

«Quello che è accaduto nel carcere di Brissogne è gravissimo», sottolinea Pirro, che punta l’attenzione non soltanto sulla violenza degli episodi, ma anche sulle condizioni nelle quali gli agenti sono stati costretti a operare.

Il dato più allarmante, secondo la senatrice, riguarda infatti la durata dell’emergenza e la prolungata esposizione al rischio del personale. Gli agenti avrebbero dovuto affrontare l’emergenza con turni protratti fino a 12 ore e oltre, in un contesto di particolare pressione operativa.

Una circostanza che, per Pirro, impone di interrogarsi sulla capacità dell’istituto di gestire situazioni di crisi di questa portata. L’assenza di feriti, osserva la senatrice, non può essere utilizzata per ridimensionare la gravità di quanto accaduto: «Il fatto che non ci siano stati feriti è una fortuna, non può diventare un alibi per minimizzare».

Da qui la richiesta di un intervento diretto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiamato a ricostruire nel dettaglio la gestione dell’emergenza e a verificare eventuali criticità organizzative.

Pirro chiede in particolare di fare chiarezza sulla catena di comando, sulle modalità con cui è stata affrontata la lunga fase di disordini e sulle condizioni operative garantite agli agenti della Polizia Penitenziaria.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto la sicurezza all’interno dell’istituto valdostano, ma investe più in generale la tutela di chi è chiamato quotidianamente a garantire l’ordine e la sicurezza nelle carceri italiane.

«Non possiamo aspettare che ci scappi il morto per intervenire», avverte la senatrice, secondo la quale gli agenti «non possono essere lasciati soli» davanti a emergenze di questa gravità.

La richiesta al ministero è quindi quella di una verifica puntuale e tempestiva: capire cosa sia accaduto nelle quasi 21 ore di disordini, se le risorse e i protocolli disponibili siano stati adeguati e, soprattutto, se il personale sia stato messo realmente nelle condizioni di operare in sicurezza.

«Chi garantisce la sicurezza nelle carceri deve essere messo nelle condizioni di lavorare in sicurezza», conclude Pirro, coordinatrice regionale del Movimento 5 Stelle per la Valle d’Aosta.

Torna il Gran Galà del Calcio AIC 2026: la notte delle stelle illumina il Teatro alla Scala

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Il mondo del calcio italiano si prepara a vivere la sua serata più attesa e spettacolare: mercoledì 2 settembre, a partire dalle ore 19.00, la splendida cornice del Teatro alla Scala di Milano ospiterà l’edizione 2026 del Gran Galà del Calcio AIC. L’evento, organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori in collaborazione con la Lega Calcio Serie A e patrocinato dal Comune di Milano, celebrerà le eccellenze e i protagonisti assoluti della stagione sportiva 2025-2026, unendo in un unico grande palcoscenico cultura, merito e intrattenimento. La prestigiosa serata, prodotta da Gianluca Cannizzo per Wonder Project insieme all’agenzia DA di Demetrio Albertini, vedrà quest’anno Haier nel ruolo di Title Sponsor.

Il prestigio dell’appuntamento è amplificato quest’anno da una collaborazione strategica al vertice del calcio italiano. Il Presidente AIC Umberto Calcagno ha infatti sottolineato l’importanza della collaborazione con la Lega di Serie A per questa edizione: “Una preziosa sinergia istituzionale che non solo testimonia il grande prestigio raggiunto dal premio nel panorama calcistico, ma ne accresce ulteriormente il valore e la centralità”.

Un concetto ribadito dal Direttore Generale AIC, Gianni Grazioli, che ha ricordato il valore unico del riconoscimento: “Un premio speciale perché nasce dal voto di chi vive quotidianamente il nostro sport: i calciatori che giudicano i propri colleghi rendono il premio autentico, che esalta il merito”.

A siglare l’importanza di questo lavoro di squadra sono arrivate anche le parole del Presidente della Lega Calcio Serie A, Ezio Simonelli: “Abbiamo scelto di affiancare l’AIC nell’organizzazione del Gran Galà del Calcio, un appuntamento di prestigio per tutto il nostro movimento, perché la crescita della Serie A passa anche dalla capacità di fare sistema, con l’obiettivo comune di valorizzare al meglio i protagonisti del nostro Campionato. La data di inizio settembre farà da filo conduttore tra i protagonisti dell’ultima stagione e i campioni che animeranno la nuova annata”.

Il cuore pulsante della manifestazione sarà la consegna dei primi relativi alla stagione 2025-2026. A rendere unici questi riconoscimenti è la giuria: a eccezione del premio “Vota il Gol” (curato da Rivista Undici e riservato al pubblico dei tifosi), tutti i vincitori sono scelti direttamente dai calciatori.

Durante la serata verranno svelati i componenti della super formazione ideale dell’anno, che comprenderà il miglior portiere, i migliori difensori, centrocampisti e attaccanti del campionato. Da questo undici stellare uscirà il nome del Migliore Assoluto della stagione. Non mancheranno i premi speciali dedicati alla panchina, ai club e ai direttori di gara, oltre alle sezioni per i migliori giovani talenti di Serie A e Serie B.

L’edizione 2026 vivrà anche un momento di profonda commozione e memoria storica. Il palco del Teatro alla Scala ospiterà un tributo speciale per celebrare il ventennale del trionfo dell’Italia ai Mondiali del 2006. I protagonisti di quella memorabile impresa a Berlino saranno presenti per ricevere l’abbraccio del pubblico e ricordare una delle pagine più gloriose dello sport nazionale.

Oltre al prestigio sportivo, il Gran Galà del Calcio 2026 si distingue per un forte orientamento alla tutela ambientale. Grazie al lavoro di Wonder Project (società certificata ISO 20121) e al supporto di AAA.IT (Official Mail dell’evento), la manifestazione ha compensato integralmente le emissioni di CO₂ legate a tutte le attività promozionali, organizzative e gestionali. L’azzeramento dell’impatto climatico è stato ottenuto tramite crediti certificati Gold Standard, nel pieno rispetto delle norme ISO 14064 e ISO 14068.

Di seguito, i candidati in lizza per i premi principali:

  • Arbitro dell’Anno: Andrea Colombo, Daniele Doveri, Maurizio Mariani.
  • Allenatore dell’Anno: Cristian Chivu, Cesc Fàbregas, Gian Piero Gasperini.
  • Società dell’Anno: Como 1907, FC Internazionale Milano, AS Roma.
  • Portiere dell’Anno: Marco Carnesecchi, Mike Maignan, Mile Svilar.
  • Difensori dell’Anno: Manuel Akanji, Alessandro Bastoni, Gleison Bremer, Federico Dimarco, Denzel Dumfries, Mario Gila, Marco Palestra, Evan Ndicka, Oumar Solet, França Wesley.
  • Centrocampisti dell’Anno: Hakan Çalhanoğlu, Manu Koné, Scott McTominay, Luka Modrić, Adrien Rabiot, Piotr Zieliński.
  • Attaccanti dell’Anno: Rafael Leão, Lautaro Martínez, Donyell Malen, Nico Paz, Marcus Thuram, Kenan Yildiz.

Una notte in cui talento, emozione e responsabilità sociale si fondono per celebrare lo sport più amato d’Italia. Per tutti gli appassionati, l’appuntamento è in tv: la serata sarà trasmessa in diretta su Sky Sport dalle ore 19.00 e in chiaro su TV8 a partire dalle ore 21.20.

Roma, 16enne aggredisce la madre a Centocelle: la donna muore dopo il ricovero

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Una telefonata al 112, pochi istanti dopo una violenza che avrebbe avuto conseguenze irreparabili. È il drammatico epilogo di un pomeriggio a Centocelle, quartiere della periferia est di Roma, dove un ragazzo di 16 anni avrebbe aggredito e picchiato la madre, una donna di 50 anni, all’interno dell’abitazione in cui i due vivevano insieme.

A dare l’allarme sarebbe stato lo stesso sedicenne. Dopo l’aggressione, infatti, avrebbe contattato il numero unico di emergenza raccontando agli operatori quanto appena accaduto. Un gesto che ha consentito alle forze dell’ordine di raggiungere rapidamente lo stabile.

Quando gli agenti sono arrivati, il ragazzo si trovava all’esterno del palazzo, seduto e con la maglietta sporca di sangue. La madre era invece nell’appartamento al primo piano. Era ancora viva, ma le sue condizioni erano gravissime.

I soccorritori l’hanno trasferita d’urgenza al Policlinico di Tor Vergata, dove i medici hanno tentato di salvarle la vita. Le ferite riportate, però, si sono rivelate troppo gravi: la donna è morta poche ore dopo il ricovero.

Un appartamento, nessun rumore dall’esterno

La tragedia si è consumata in un contesto che, almeno all’apparenza, non avrebbe fatto presagire una situazione di particolare tensione. Madre e figlio vivevano nello stesso stabile da circa tre anni e, secondo quanto riferito da Il Messaggero, i vicini non avrebbero mai segnalato episodi tali da far pensare a problemi particolari.

Ancora più inquietante il fatto che, durante l’aggressione, nessuno avrebbe sentito urla o richieste di aiuto provenire dall’appartamento.

Ora saranno gli accertamenti degli investigatori a ricostruire con precisione cosa sia accaduto dentro quelle stanze e, soprattutto, cosa abbia preceduto l’esplosione di violenza.

Il 16enne ricoverato in psichiatria

Il ragazzo, dopo l’intervento delle forze dell’ordine, è stato ricoverato nel reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I. Dagli elementi finora emersi, il sedicenne avrebbe avuto già in precedenza alcune difficoltà, circostanza che dovrà essere approfondita nell’ambito dell’inchiesta.

La sua posizione è ora al vaglio della Procura minorile. Il giovane sarà nuovamente ascoltato dagli inquirenti, alla presenza degli psicologi, per contribuire a chiarire la dinamica dell’aggressione e il contesto familiare nel quale è maturata.

Un’indagine ancora nelle sue fasi iniziali, dunque, mentre resta il dolore per una morte arrivata al termine di un’aggressione consumatasi, secondo le prime ricostruzioni, tra le mura di casa e senza che dall’esterno nessuno si accorgesse di quanto stava accadendo.

Huelva, svolta nel caso della 47enne tedesca: rilasciato l’italiano fermato per la morte della compagna

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È durato pochi giorni il fermo del 60enne italiano arrestato venerdì scorso in Spagna dopo il ritrovamento del corpo senza vita della compagna, una donna tedesca di 47 anni. L’uomo è stato rilasciato per disposizione dell’autorità giudiziaria al termine dei primi accertamenti condotti a Isla Cristina, località nei pressi di Huelva.

A determinare la svolta nelle indagini sono stati gli elementi raccolti dalla Polizia giudiziaria della Guardia Civil durante il sopralluogo e gli esiti delle analisi effettuate sul luogo del ritrovamento. Secondo quanto riferito da fonti della Guardia Civil, le evidenze emerse nel corso degli accertamenti avrebbero infatti escluso l’ipotesi iniziale che aveva portato al fermo dell’italiano.

Un quadro ulteriormente chiarito, riferisce la televisione pubblica spagnola Rtve, dalla relazione medico-legale preliminare. Secondo fonti vicine all’inchiesta, le ferite riportate dalla 47enne tedesca sarebbero state autoinflitte. Un elemento che avrebbe modificato in modo sostanziale la ricostruzione iniziale della vicenda e portato l’autorità giudiziaria a disporre il rilascio del compagno.

La coppia si trovava a Isla Cristina per una vacanza quando è stata scoperta la tragedia. Il ritrovamento del cadavere aveva fatto scattare immediatamente gli accertamenti e, in un primo momento, il 60enne era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della donna.

Ora gli investigatori proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione le circostanze della morte. Il rilascio dell’uomo, sulla base degli elementi finora emersi, rappresenta tuttavia un netto cambio di scenario rispetto alle prime ore dell’indagine: le prove raccolte e i primi risultati medico-legali non sembrerebbero infatti sostenere l’ipotesi di una responsabilità del compagno.