A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL
Il Rapporto del CNEL sulla riconversione e diversificazione industriale della filiera automotive arriva in un momento nel quale il sistema produttivo italiano è chiamato ad affrontare una delle trasformazioni più profonde degli ultimi decenni. È un documento importante perché fotografa con attenzione le difficoltà del settore e prova a individuare alcune delle possibili prospettive per accompagnare le imprese dentro un cambiamento che non è più rinviabile.
Come organizzazione dei datori di lavoro e come Confederazione delle Imprese nel Mondo, accogliamo con interesse le evidenze contenute nel Rapporto. Allo stesso tempo, non possiamo non osservare che molte delle questioni oggi messe nero su bianco dal CNEL sono problemi che il mondo produttivo, e in particolare la piccola e media impresa, porta da anni all’attenzione delle istituzioni. La dimensione ridotta delle imprese, la difficoltà di accesso al credito, la necessità di investire in innovazione e formazione, il peso della burocrazia, l’esigenza di internazionalizzarsi e la necessità di costruire aggregazioni e reti capaci di dare maggiore forza alle singole aziende sono temi sui quali abbiamo insistito più volte nel corso degli anni. Il Rapporto, da questo punto di vista, conferma una realtà che gli imprenditori conoscono bene perché la vivono quotidianamente.
La questione della dimensione non può più essere considerata soltanto un problema statistico. In un’economia sempre più internazionale, tecnologica e interconnessa, essere piccoli può diventare un limite quando significa essere soli. Una piccola impresa può avere competenze straordinarie, prodotti competitivi e una grande capacità di adattamento, ma può incontrare difficoltà enormi quando deve affrontare contemporaneamente nuovi mercati, certificazioni, ricerca, investimenti, formazione e rapporti con grandi operatori.
Il CNEL evidenzia proprio questa criticità e richiama la necessità di percorsi di aggregazione, crescita dimensionale e rafforzamento manageriale. È un’indicazione che condividiamo pienamente. L’impresa italiana non deve necessariamente diventare grande per competere, ma deve poter diventare più forte attraverso le reti, le aggregazioni, i consorzi, le partnership e un sistema associativo capace di costruire relazioni concrete. È questa, a nostro avviso, una delle grandi sfide della rappresentanza imprenditoriale nei prossimi anni. Non basta più rappresentare l’impresa. Bisogna metterla nelle condizioni di non essere sola. Questo vale ancora di più quando guardiamo al automotive. Il settore sta attraversando un cambiamento epocale e sarebbe un errore pensare di affrontarlo immaginando semplicemente la sostituzione di una filiera con un’altra. Il Rapporto CNEL invita infatti alla prudenza e chiarisce che la diversificazione non può riguardare indistintamente tutta la filiera e non può rappresentare una soluzione generale alla crisi del automotive.
La strada, dunque, non è quella della sostituzione, ma della diversificazione. Le competenze accumulate nel corso degli anni dalla nostra industria devono poter trovare nuovi mercati e nuove applicazioni. Meccanica avanzata, elettronica, automazione, aerospazio, difesa, energia, ferroviario e altri comparti tecnologici possono rappresentare opportunità importanti per alcune imprese, ma attraverso processi graduali, investimenti e qualificazione. Non possiamo pensare che un settore possa semplicemente trasferire le proprie imprese in un altro comparto come se nulla fosse. Le filiere della difesa e dell’aerospazio, per esempio, hanno requisiti specifici, standard elevati, procedure di certificazione e tempi di accesso che possono rappresentare ostacoli significativi soprattutto per le PMI. Ed è qui che emerge nuovamente il tema della finanza. Chiedere a una piccola impresa di diversificare significa chiederle di investire in tecnologia, impianti, ricerca, formazione e certificazioni proprio mentre spesso affronta margini ridotti, costi elevati e una crescente difficoltà nell’autofinanziamento. Il Rapporto riconosce che il vincolo finanziario è uno dei principali fattori di selezione nei processi di trasformazione e rischia di penalizzare proprio le aziende più piccole.
Per questo non possiamo limitarci a parlare di incentivi. Occorre costruire condizioni concrete perché gli strumenti finanziari, le garanzie, la formazione, la ricerca e le politiche industriali arrivino realmente all’impresa. Allo stesso modo, la semplificazione burocratica deve diventare una priorità. In molti casi l’impresa non ha bisogno di nuove procedure, ma di meno ostacoli per poter utilizzare quelle opportunità che già esistono. La trasformazione industriale richiede inoltre un nuovo rapporto tra imprese, università, ricerca, grandi operatori e istituzioni. Il Rapporto CNEL individua nelle reti territoriali e nelle piattaforme di collaborazione uno degli strumenti capaci di ridurre i costi di accesso alle nuove filiere. È una direzione che riteniamo fondamentale.
L’Italia possiede competenze industriali che non possiamo disperdere. Possiede imprenditori capaci, lavoratori qualificati, territori con tradizioni produttive importanti e una rete di piccole e medie imprese che continua a rappresentare una delle sue principali risorse. Il problema è riuscire a mettere queste energie nelle condizioni di lavorare insieme, crescere e competere su scala internazionale. È proprio questa la prospettiva dalla quale abbiamo guardato per anni alle difficoltà della piccola impresa. L’internazionalizzazione non può essere soltanto uno slogan. La crescita non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale dell’imprenditore. Il credito deve accompagnare lo sviluppo e non soltanto valutare il passato. La burocrazia deve sostenere e non rallentare. La formazione deve anticipare i cambiamenti e non inseguirli.
Il Rapporto CNEL ci offre oggi una fotografia autorevole di molte di queste criticità. La responsabilità del sistema Paese è trasformare quella fotografia in una strategia. Perché il futuro dell’impresa italiana non può essere costruito lasciando sola l’impresa. Dobbiamo consentirle di crescere, aggregarsi, innovare, internazionalizzarsi e diversificare. Dobbiamo difendere le filiere esistenti e, nello stesso tempo, accompagnarle verso nuove opportunità. La vera sfida non è sostituire un modello industriale con un altro. È fare in modo che le competenze, le persone e le imprese che hanno costruito la nostra economia possano continuare a produrre valore anche dentro il nuovo scenario internazionale. Su questo terreno la rappresentanza imprenditoriale deve assumersi una responsabilità precisa. Non soltanto denunciare ciò che non funziona, ma costruire relazioni, creare opportunità e contribuire a dare alle imprese gli strumenti per affrontare il futuro.
Perché una cosa deve essere ormai chiara. L’impresa italiana può essere piccola, ma non può più permettersi di essere sola.
