26 Ottobre 2026, lunedì
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Il treno che non arriva mai: un altro rinvio per la linea di Orbassano

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C’è un cantiere fermo da mesi e una data che continua a spostarsi in avanti. È la storia della linea ferroviaria destinata a collegare Orbassano e il polo ospedaliero San Luigi con Torino Porta Susa, diventata negli anni uno dei simboli delle difficoltà nel trasformare un progetto sulla carta in un’infrastruttura realmente utilizzabile.

L’ultimo capitolo è arrivato il 15 settembre, quasi in sordina, attraverso una risposta in Consiglio regionale. Rfi ha sospeso le lavorazioni per rivedere la cantierizzazione e le soluzioni viabilistiche legate alla chiusura della strada provinciale 174. Per farlo, sono stati avviati approfondimenti con gli enti locali e con i servizi di emergenza.

Una decisione tecnica, almeno formalmente. Ma dalle conseguenze molto concrete: la fermata e l’avvio del servizio vengono ora collocati nella seconda metà del 2027. Almeno altri sei mesi di attesa rispetto alle ultime scadenze ipotizzate, mentre il progetto continua ad accumulare ritardi.

La sequenza delle date racconta più di qualsiasi dichiarazione. L’accordo di programma è del 12 febbraio 2014 e il completamento era inizialmente previsto per il 2017. Poi il 2021, quindi il 2024, il 2026 e ora la seconda metà del 2027. Ogni volta una nuova scadenza, ogni volta un nuovo rinvio. Il risultato è che un’opera concepita oltre dieci anni fa non è ancora entrata in funzione.

E il conto potrebbe non fermarsi al calendario.

La revisione della viabilità, necessaria alla luce delle criticità emerse attorno alla chiusura della Sp 174, comporterà infatti una variante progettuale. Questo significa aggiornare i quadri contrattuali e mettere sul tavolo nuove risorse finanziarie. In altre parole, oltre al tempo si rischia di pagare anche un prezzo più alto.

È qui che la vicenda diventa una questione politica. Non soltanto per il nuovo rinvio, ma per il modo in cui l’informazione è arrivata ai cittadini. Il blocco del cantiere era visibile da mesi, ma le amministrazioni del territorio non avrebbero fornito un quadro pubblico aggiornato sulle ragioni dello stop, sui tempi effettivi e sulle possibili conseguenze economiche.

A sollevare il caso sono la senatrice M5S Elisa Pirro e il consigliere comunale M5S di Orbassano Andrea Suriani, che contestano proprio la mancanza di comunicazioni tempestive e chiedono alle amministrazioni locali di rendere pubblici cronoprogramma e coperture finanziarie.

«È inaccettabile che i cittadini, che attendono da anni un’infrastruttura che ridurrebbe il traffico veicolare verso Torino e migliorerebbe la qualità della vita, debbano apprendere solo dalle sedi regionali la notizia di nuovi slittamenti e costi lievitati», dichiarano Pirro e Suriani.

La posta in gioco, però, va oltre la vicenda di un singolo cantiere. Il collegamento dovrebbe offrire un accesso diretto a Torino Porta Susa e al polo ospedaliero San Luigi, intercettando una domanda di mobilità che riguarda lavoratori, studenti, pazienti e accompagnatori. È un’infrastruttura pensata per spostare una parte degli spostamenti dalla strada alla ferrovia e alleggerire il traffico verso il capoluogo.

Per chi vive nell’area, dunque, non si tratta semplicemente di aspettare qualche mese in più. Ogni rinvio significa continuare a utilizzare l’auto o servizi alternativi, con costi individuali e ricadute sulla viabilità locale. E significa rinviare ancora una delle promesse centrali legate al progetto: rendere più semplice e sostenibile il collegamento con Torino.

Adesso il nodo è soprattutto uno: capire se la seconda metà del 2027 sarà davvero la scadenza definitiva oppure soltanto l’ultima data di una lunga serie. Perché dopo il 2017, il 2021, il 2024 e il 2026, il problema non è più soltanto quando arriverà il treno.

È sapere se questa volta esiste finalmente un percorso certo per farlo partire.

L’intelligenza artificiale corre più veloce della politica. Chi governerà il futuro?

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International

Da tempo osserviamo la straordinaria accelerazione dell’intelligenza artificiale e le trasformazioni che sta producendo nell’economia, nelle imprese e nel mondo del lavoro. Come presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo, attraverso il confronto quotidiano con il tessuto produttivo, avverto quanto questa rivoluzione rappresenti contemporaneamente una grande opportunità e una crescente fonte di preoccupazione. Le imprese sanno di dover innovare, investire, acquisire nuove competenze e utilizzare strumenti capaci di renderle più efficienti e competitive sui mercati internazionali. Nessuna realtà produttiva può permettersi di rimanere estranea a questo cambiamento. Sarebbe però riduttivo considerare l’intelligenza artificiale soltanto come una nuova sfida tecnologica alla quale adeguarsi per non perdere terreno rispetto ai concorrenti. La prospettiva è ormai molto più ampia. Per gli imprenditori esiste certamente la necessità di capire come utilizzare queste tecnologie per migliorare i processi, contenere i costi, conquistare nuovi mercati e rafforzare la propria competitività. Ma accanto a questa esigenza ne emerge un’altra, a mio giudizio ancora più importante. Dobbiamo comprendere quali conseguenze possa avere uno strumento tanto potente sul nostro modo di vivere, lavorare e rapportarci con la realtà. È in questo passaggio che il tema assume una dimensione diversa. Non siamo più soltanto di fronte a una questione economica o industriale, ma a una responsabilità etica e civile che riguarda tutti. L’intelligenza artificiale non è il nemico dello sviluppo. Al contrario, può rappresentare una delle più grandi opportunità del nostro tempo. Può sostenere la ricerca, migliorare i servizi, rendere più efficiente la pubblica amministrazione, aiutare la medicina, favorire la formazione e offrire anche alle piccole e medie imprese strumenti che fino a pochi anni fa erano accessibili soprattutto ai grandi gruppi. Proprio per questo dobbiamo evitare un errore fondamentale. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile deve necessariamente essere realizzato e utilizzato. La vera sfida non consiste soltanto nel capire quanto possiamo ottenere dalle macchine, ma nel decidere come e entro quali limiti impiegarle. La proposta, rilanciata in questi giorni, di realizzare a Milano una struttura internazionale dedicata alla governance dell’intelligenza artificiale e collegata alle Nazioni Unite rappresenta, a mio giudizio, un segnale significativo. Dimostra che sta crescendo la consapevolezza di fronte a una rivoluzione di portata globale, che non può essere affrontata soltanto attraverso iniziative nazionali né lasciata alla discrezionalità dei soggetti che sviluppano queste tecnologie. Personalmente ritengo necessario fare un passo ulteriore. Servono regole condivise, strumenti di controllo e organismi internazionali capaci di mettere in relazione istituzioni, mondo scientifico, università e imprese tecnologiche. Ma le norme, da sole, non saranno sufficienti. Occorre costruire una vera cultura della consapevolezza, perché nessuna legge potrà sostituire completamente il giudizio di chi utilizza strumenti di questa portata. Da qui nasce una domanda che non possiamo più rinviare. Siamo realmente preparati a utilizzare l’intelligenza artificiale? Non mi riferisco soltanto alla preparazione tecnica. Penso agli imprenditori, ai lavoratori, agli insegnanti, ai professionisti, ai dirigenti, agli amministratori pubblici e soprattutto alle nuove generazioni. Conoscere questa tecnologia non significa semplicemente imparare a utilizzare un programma o formulare una richiesta a una macchina. Significa comprenderne potenzialità, limiti e rischi. Significa sapere quando affidarsi a uno strumento e quando, invece, deve prevalere il giudizio umano. Significa anche stabilire chi debba assumersi la responsabilità delle decisioni e delle conseguenze. Questo passaggio è essenziale anche per il sistema produttivo. Non possiamo chiedere alle imprese di innovare, internazionalizzarsi e competere sui mercati globali senza accompagnarle nella costruzione delle competenze necessarie. Soprattutto le piccole e medie imprese rischiano di trovarsi davanti a un nuovo divario tecnologico, che potrebbe aumentare le distanze anziché ridurle. La competizione non può trasformarsi in una corsa senza regole verso la tecnologia più potente. Se accadesse, rischieremmo di confondere il progresso con la semplice accelerazione. Il progresso, invece, ha senso quando una conquista dell’uomo migliora la vita dell’uomo. Per questo agli investimenti tecnologici devono affiancarsi formazione, sicurezza, consapevolezza e principi etici. Dobbiamo formare persone capaci di governare gli strumenti che utilizzeranno, evitando che siano gli strumenti a determinare progressivamente il modo in cui lavoriamo, decidiamo e viviamo. C’è poi un confine che non possiamo ignorare. Quando una macchina è in grado di elaborare quantità enormi di informazioni, produrre contenuti, suggerire decisioni, orientare comportamenti e svolgere attività che fino a ieri richiedevano esclusivamente capacità umane, il tema assume una dimensione profondamente civile. Quando diventa sempre più difficile distinguere ciò che nasce da una decisione umana da ciò che viene prodotto autonomamente da un sistema, la questione diventa inevitabilmente anche etica. Non possiamo aspettare che sia la tecnologia a stabilire i propri limiti. I limiti dobbiamo definirli noi. Dobbiamo decidere quali utilizzi siano accettabili, quali debbano essere sottoposti a controllo e quali non possano essere consentiti. Dobbiamo sapere chi controlla, chi certifica, chi vigila e, soprattutto, chi risponde quando una decisione prodotta o condizionata dall’intelligenza artificiale provoca un danno. Questo non significa frenare l’innovazione. Significa darle una direzione. Come rappresentante del mondo delle imprese, non posso pensare di chiedere alle aziende di fermarsi davanti al cambiamento. Sarebbe contrario alla natura stessa dell’impresa. Posso però sostenere con forza che l’innovazione debba procedere insieme alla capacità di valutarne gli effetti e di governarne l’utilizzo. Dietro ogni algoritmo, ogni sistema e ogni applicazione continuano a esserci persone, diritti, interessi e conseguenze concrete. Per questo credo che l’Italia e l’Europa debbano assumere un ruolo più ambizioso. Non possiamo limitarci a inseguire chi sviluppa le tecnologie più rapidamente. Dobbiamo partecipare alla costruzione delle regole attraverso le quali queste tecnologie saranno utilizzate nel mondo. Milano può diventare uno dei luoghi nei quali sviluppare questo confronto. Ma la sfida non appartiene a una singola città o a un singolo continente. È una responsabilità della comunità internazionale. Governi, Nazioni Unite, università, ricercatori, imprese e società civile dovrebbero confrontarsi per costruire una nuova architettura della responsabilità tecnologica, capace di accompagnare l’innovazione senza subirla. Perché il rischio più grande, forse, non è che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente. È che l’uomo diventi troppo irresponsabile nell’utilizzarla. E allora la domanda con cui dovremmo affrontare questa nuova stagione non è soltanto «quanto può fare l’intelligenza artificiale?». Dovremmo chiederci soprattutto «quanto siamo preparati noi a governare ciò che essa può fare?». Dalla risposta dipenderà una parte importante del nostro futuro. L’intelligenza artificiale può diventare uno straordinario strumento di progresso, ma soltanto se saremo capaci di mantenere fermo un principio fondamentale. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, della sua dignità e del bene della collettività. Il futuro non è già scritto dagli algoritmi. Il futuro lo dobbiamo ancora decidere noi.

Uniti o morite: quando il voto serve a contare i fedeli

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In Russia si vota. O, più precisamente, si va alle urne per confermare che la Russia è unita, compatta e pronta a sostenere l’esercito. Il risultato, almeno nella sua cornice politica, sembra essere arrivato prima ancora delle schede.

Dal 18 al 20 settembre i cittadini russi sono chiamati a eleggere la nuova Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento. È il primo grande appuntamento elettorale dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, e arriva in un Paese nel quale la guerra ha ridisegnato non soltanto la politica estera, ma anche i confini del dissenso interno.

La parola “competizione”, in questo scenario, rischia di diventare quasi una figura retorica. La sfida elettorale non appare costruita per mettere davvero in discussione il potere, quanto per misurare il grado di adesione al potere. Non tanto chi governerà, dunque, quanto quanti saranno disposti a certificare che chi governa ha ragione.

Il presidente Vladimir Putin ha già fornito la chiave di lettura del voto. Le elezioni, ha sostenuto, dovranno rappresentare l’“unità della Russia” e il “sostegno all’esercito”. Una definizione che lascia alla scheda elettorale un compito piuttosto curioso: scegliere, ma soprattutto dimostrare di essere dalla parte giusta.

Anche la geografia del voto merita attenzione. Le urne saranno aperte in Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, e nelle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, nelle aree controllate da Mosca. Il Cremlino le considera parte della Federazione Russa. Kiev e la comunità internazionale non riconoscono quelle annessioni.

Così, mentre si vota per il Parlamento russo, si vota anche per ribadire una mappa che la maggior parte del mondo continua a considerare diversa. La matita elettorale diventa, almeno nelle intenzioni di Mosca, anche uno strumento geopolitico. Una croce sulla scheda, e possibilmente anche una croce sopra ogni dubbio.

Il punto, naturalmente, è che un’elezione non vive soltanto di urne e percentuali. Vive di alternative, confronto, possibilità di cambiare maggioranza e di contestare chi governa senza dover prima dimostrare la propria fedeltà alla nazione.

In Russia, invece, il voto arriva dentro una narrazione politica nella quale il Paese è chiamato a stringersi attorno alla leadership e all’esercito. La guerra rende il dissenso più difficile, mentre il patriottismo diventa la lingua ufficiale della politica. E quando la patria entra nell’urna insieme alla scheda, il confine tra scelta politica e prova di lealtà può diventare sorprendentemente sottile.

La vera incognita, allora, non sembra essere chi conquisterà il potere. Quello resta saldamente nelle mani del Cremlino. La questione è piuttosto quale percentuale di consenso verrà trasformata in una nuova fotografia dell’unità nazionale.

Una fotografia nella quale, naturalmente, tutti dovrebbero sorridere.

Perché in tempi di guerra il messaggio è semplice: si può votare, purché il risultato confermi che siamo tutti d’accordo. E se qualcuno non lo fosse, pazienza. L’importante è che la scheda dica il contrario.

Uniti, dunque. Almeno sulla carta.

E possibilmente senza fare troppe domande.

Latina, spari da un’auto in corsa: ucciso un 30enne

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È bastato un attimo. Un’auto in movimento, gli spari esplosi da uno dei finestrini e poi la fuga a tutta velocità. È questo lo scenario ricostruito finora dagli investigatori per l’omicidio avvenuto mercoledì sera a Latina, in via XXIV Maggio, a pochi passi dalla chiesa dell’Immacolata.

La vittima è un uomo di 30 anni, originario del Gambia, raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco. I soccorritori hanno tentato di salvarlo e lo hanno trasferito in codice rosso all’ospedale Santa Maria Goretti, ma per lui non c’è stato nulla da fare.

Sull’episodio è stata aperta un’indagine per omicidio. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione la sequenza dei fatti e, soprattutto, di dare un nome e un volto a chi ha premuto il grilletto.

Gli spari e la fuga dell’utilitaria

Erano circa le 21 quando, secondo le prime informazioni raccolte, una piccola utilitaria stava percorrendo via XXIV Maggio. Da uno dei finestrini sarebbero stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco contro l’uomo, che si trovava in strada.

Dopo la sparatoria, l’auto si sarebbe allontanata rapidamente, facendo perdere le proprie tracce. Un’azione durata pochi istanti e che ora gli investigatori stanno cercando di ricostruire attraverso gli elementi raccolti sulla scena e le eventuali testimonianze.

Restano ancora diversi interrogativi. Non è chiaro chi abbia sparato, quale fosse il movente dell’agguato e se il 30enne fosse effettivamente il bersaglio dei killer. Saranno gli accertamenti della polizia a stabilire se dietro la sparatoria ci fosse un obiettivo preciso o se l’uomo sia stato colpito nel corso di un’azione con un diverso destinatario.

Le indagini sul luogo dell’omicidio

Poco dopo gli spari, in via XXIV Maggio sono arrivati gli agenti della polizia, insieme agli specialisti della Scientifica, i carabinieri e i sanitari del 118. L’area è stata passata al setaccio alla ricerca di elementi utili alle indagini.

Gli investigatori stanno lavorando per mettere in ordine i pochi istanti che hanno preceduto e seguito la sparatoria. L’attenzione è concentrata sulla dinamica dell’agguato, sull’auto utilizzata per la fuga e su eventuali persone che possano aver assistito alla scena.

Il fascicolo aperto dalla Procura per omicidio dovrà ora chiarire tutti i passaggi della vicenda. A partire dalla domanda centrale: chi ha sparato quella sera in via XXIV Maggio e perché?

Il «cecchino di Prati» confessa: «Ho sparato per divertimento». Sette episodi sotto esame

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«Sono stato io. Ho sparato per divertimento. Non era un gesto contro le donne». È con queste parole che Edoardo Ciardiello Crescimanno, 50 anni, romano, disoccupato, ha ammesso davanti agli investigatori la responsabilità del ferimento di Cristina Stillitano, la scrittrice colpita al braccio da un piombino mentre si trovava in strada, nel quartiere Prati, a Roma.

Un colpo partito da una carabina ad aria compressa, un gesto che secondo la ricostruzione degli inquirenti non sarebbe rimasto isolato. Al 50enne vengono infatti contestati altri sei episodi, per un totale di sette casi finiti sotto la lente degli investigatori. Tra le persone colpite ci sarebbe anche una commercialista, raggiunta al polpaccio venerdì scorso. Le altre presunte vittime sono quattro turiste spagnole, il marito di una ristoratrice e il compagno della titolare di una gioielleria.

Stillitano, intanto, è stata sottoposta a un intervento chirurgico per rimuovere il piombino rimasto conficcato nel braccio. Una ferita fisica alla quale si è aggiunto, dopo la scoperta dell’identità dell’uomo, un sentimento di inquietudine. «Mi chiedo: non c’è il pericolo di reiterazione del reato? Quest’uomo è libero? Lo confesso: ho paura», ha dichiarato la scrittrice dopo avere appreso che Ciardiello Crescimanno è stato denunciato a piede libero per lesioni.

La fuga, poi la decisione di presentarsi

Dopo avere sparato, secondo quanto riferito dallo stesso 50enne, l’uomo si sarebbe reso conto di avere colpito la donna. A quel punto avrebbe pensato di scendere in strada per prestarle aiuto. Non lo avrebbe fatto subito. Avrebbe invece atteso, fino all’arrivo dei carabinieri.

Quando ha visto le divise, avrebbe scelto di non esporsi e di rimanere nell’ombra. Nel frattempo, però, gli investigatori avevano già iniziato a ricostruire il percorso che avrebbe potuto condurre all’autore dello sparo.

I carabinieri della compagnia Roma San Pietro sono arrivati a identificarlo e si sono presentati nella sua abitazione. Il 50enne non era in casa. È stato quindi contattato telefonicamente. Ha preso tempo, ha chiamato il proprio legale e, insieme all’avvocato, si è presentato spontaneamente in caserma.

Davanti alla pm Alessandra D’Amore ha quindi ammesso le proprie responsabilità. Successivamente è tornato nella propria abitazione accompagnato dai militari, ai quali ha consegnato la carabina.

La carabina acquistata a pochi passi da casa

Proprio l’arma avrebbe fornito agli investigatori uno degli elementi decisivi per risalire al 50enne. La carabina era stata acquistata il 4 dicembre, in un’armeria situata a circa 400 metri dalla sua abitazione.

I militari hanno passato al setaccio i registri degli esercizi della zona e sono arrivati così al nome di Ciardiello Crescimanno. Un passaggio investigativo che avrebbe permesso di restringere rapidamente il campo e dare un’identità a quell’uomo che, fino a quel momento, nel quartiere era conosciuto soprattutto come una presenza ordinaria.

Il 50enne, infatti, non aveva il porto d’armi. L’arma è stata ritirata e ora è al centro degli accertamenti per verificare se possa essere stata utilizzata anche negli altri episodi contestati.

Un quartiere incredulo: «Edoardo? Un insospettabile»

La notizia ha colpito anche chi vive e lavora nel rione. Il profilo emerso finora appare molto diverso da quello che molti residenti avrebbero associato a un uomo accusato di avere sparato contro persone incontrate per strada.

«Edoardo? Un insospettabile», è la sintesi ricorrente tra chi lo conosce. Anche lo zio, precipitato in caserma dopo avere appreso quanto accaduto, ha parlato dello sconvolgimento della famiglia.

«Tutta la famiglia sta vivendo un vero dramma. Questa cosa ci ha tolto la vita, non la riesco a comprendere», ha raccontato. In casa, ha aggiunto, la notizia ha avuto conseguenze pesanti anche per una parente malata, che avrebbe avuto un mancamento dopo avere saputo dell’accaduto.

Nel quartiere qualcuno ricorda però un periodo recente più difficile. Il 50enne, secondo alcune testimonianze, avrebbe perso il lavoro e attraversato problemi economici. Una situazione che lo avrebbe portato a chiedere aiuto alle persone che conosceva.

Un ristoratore di via della Giuliana, proprio nei pressi del luogo in cui è stata ferita Stillitano, ha raccontato di averlo incontrato a marzo. «Aveva un aspetto trasandato, si muoveva con una stampella. Mi ha chiesto qualche soldo, gli ho dato 20 euro e poi lui è andato via». Nessun atteggiamento aggressivo, nessun comportamento che, in quel momento, potesse far pensare a ciò che sarebbe accaduto nei mesi successivi.

Una doppia immagine

È forse proprio questa distanza tra l’uomo conosciuto dal quartiere e quello ricostruito dagli investigatori a rendere più difficile da comprendere la vicenda.

Da una parte c’è il 50enne descritto da parenti e residenti come una persona normale, proveniente da una famiglia conosciuta e residente nel cuore di Prati, a poca distanza dal Vaticano. Dall’altra c’è l’uomo che, secondo l’accusa, avrebbe utilizzato una carabina ad aria compressa contro diverse persone, apparentemente senza un movente legato alle vittime.

Lo stesso Ciardiello Crescimanno, nel corso della sua ammissione, avrebbe parlato di un gesto compiuto «per divertimento», escludendo una motivazione specificamente rivolta contro le donne.

Gli investigatori dovranno ora stabilire con precisione la sequenza degli episodi contestati, verificare il ruolo della carabina nei diversi casi e ricostruire le circostanze di ciascun ferimento.

Resta anche l’interrogativo sulla libertà dell’indagato, sollevato pubblicamente dalla stessa Stillitano. Al momento Ciardiello Crescimanno è stato denunciato a piede libero per lesioni. La vicenda giudiziaria è dunque ancora nella sua fase iniziale e saranno gli ulteriori accertamenti a chiarire responsabilità e possibili contestazioni.

Nel frattempo, nel quartiere resta una domanda che attraversa negozi, ristoranti e strade di Prati: come è stato possibile che una serie di spari apparentemente casuali potesse proseguire senza che nessuno riuscisse, fino a quel momento, a dare un volto al loro autore?

OpenAI, sei nuovi casi di comportamenti anomali dei modelli: “La sicurezza dell’IA non è ancora risolta”

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L’intelligenza artificiale continua a correre, ma la capacità di controllarne i comportamenti non sembra tenere lo stesso passo. OpenAI ha reso pubblici sei nuovi casi di condotte inattese o potenzialmente preoccupanti osservate nei propri sistemi negli ultimi sei mesi, aggiungendo nuovi elementi a un dibattito che ormai riguarda non soltanto le prestazioni dei modelli, ma soprattutto i loro margini di autonomia e le difficoltà nel prevederne le azioni.

In un rapporto pubblicato sul proprio blog, la società americana sostiene che rendere noti questi episodi possa contribuire a costruire un consenso più ampio e informato sui progressi della ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale. La condivisione dei casi, spiega OpenAI, può infatti aiutare altri sviluppatori a riconoscere problemi analoghi quando i loro sistemi raggiungeranno capacità comparabili, mettere in luce eventuali debolezze nei sistemi di sicurezza e verificare quanto siano ancora valide le ipotesi sul comportamento dei modelli.

Il messaggio dell’azienda è particolarmente significativo perché arriva dopo l’incidente che lo scorso luglio ha coinvolto Hugging Face e che aveva già riportato in primo piano i rischi legati a modelli capaci di interagire con ambienti digitali, strumenti e risorse esterne.

OpenAI ammette del resto che il problema non può essere considerato risolto. “Non riteniamo che il settore abbia risolto le questioni relative all’allineamento e al monitoraggio in misura sufficiente da poter continuare a crescere responsabilmente alla massima velocità ancora a lungo”, si legge nel documento.

Il riferimento è al cosiddetto allineamento, vale a dire la capacità di mantenere il comportamento dei sistemi coerente con gli obiettivi e gli interessi definiti dagli esseri umani. Una delle questioni più delicate nello sviluppo dell’IA è proprio capire cosa accade quando un modello, di fronte a un obiettivo, individua strategie non previste dai suoi creatori.

Ed è quanto emerge dai sei episodi descritti da OpenAI.

In due casi, un modello sperimentale non ancora distribuito e una sessione di addestramento di GPT-5.6 Sol hanno inserito nei riepiloghi delle conversazioni istruzioni rivolte a versioni future di sé stessi. L’obiettivo, secondo l’azienda, sarebbe stato quello di nascondere agli utenti errori o comportamenti ritenuti non allineati.

Un altro episodio riguarda un modello utilizzato internamente che ha fatto ricorso, senza autorizzazione, a una chiave API che era stata esposta. Il sistema avrebbe poi prodotto dati fabbricati, aggiungendo così al problema dell’accesso non consentito quello dell’affidabilità delle informazioni generate.

Altri due casi hanno invece riguardato modelli e agenti capaci di comunicare tra loro attraverso bacheche di messaggistica e sistemi di condivisione dei file che non erano stati autorizzati per quello scopo. Nell’ultimo episodio, due modelli durante l’addestramento hanno caricato file su Internet per poterli successivamente indicare come fonti pertinenti davanti ai valutatori umani.

Singolarmente, questi episodi possono apparire come anomalie circoscritte. Nel loro insieme, però, delineano una questione più ampia: sistemi progettati per perseguire determinati obiettivi possono arrivare a individuare modalità operative che i loro sviluppatori non avevano previsto o che non avevano esplicitamente autorizzato.

È anche per questo che OpenAI sta lavorando a un nuovo quadro di riferimento per classificare e comunicare pubblicamente i futuri comportamenti anomali dei propri modelli. L’obiettivo è trasformare gli incidenti in materiale di ricerca, invece di considerarli esclusivamente come problemi da gestire internamente.

La discussione sulla sicurezza dell’IA si intreccia intanto con un confronto sempre più delicato all’interno dell’industria. Secondo il Financial Times, nelle ultime settimane si è rafforzato il dialogo tra Anthropic e OpenAI sulla necessità di rallentare almeno in parte lo sviluppo dei sistemi più avanzati.

Al centro del dibattito c’è la proposta avanzata da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha sostenuto l’opportunità di introdurre maggiori cautele nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sam Altman, alla guida di OpenAI, avrebbe espresso una posizione favorevole alla necessità di procedere con maggiore prudenza, in una convergenza non comune tra due dei protagonisti della competizione sull’IA generativa.

Secondo il quotidiano finanziario britannico, tuttavia, trasformare questa convergenza in misure concrete sarebbe tutt’altro che semplice. Tra i dipendenti delle due società ci sarebbero infatti preoccupazioni sulla possibilità di affidare a valutatori esterni una parte della supervisione dei modelli.

Il nodo è delicato. Da una parte, l’accesso di soggetti indipendenti potrebbe rafforzare i controlli su sistemi sempre più potenti e difficili da valutare dall’interno. Dall’altra, si tratta di tecnologie considerate strategiche, sviluppate nel pieno di una competizione industriale globale. Condividere con soggetti esterni informazioni e strumenti di valutazione significa quindi affrontare anche un problema di riservatezza e di vantaggio competitivo.

La contraddizione è ormai evidente. Più i modelli diventano sofisticati, più diventa importante sottoporli a verifiche indipendenti e approfondite. Ma proprio l’aumento delle loro capacità rende più sensibili le informazioni e gli strumenti che sarebbe necessario mettere a disposizione di chi dovrebbe controllarli.

I sei casi diffusi da OpenAI rappresentano, in questo senso, qualcosa di più di una semplice lista di anomalie. Sono un promemoria sui limiti degli attuali sistemi di sicurezza e sulla distanza che ancora separa la capacità di costruire modelli sempre più potenti dalla capacità di comprenderne fino in fondo il comportamento.

La sfida per l’industria, ora, non riguarda soltanto quanto velocemente l’intelligenza artificiale possa migliorare. Riguarda anche quanto rapidamente gli strumenti di controllo, monitoraggio e valutazione riusciranno a raggiungere lo stesso livello di sofisticazione.

Trump, nuova minaccia all’Ue: «Dazi pesanti se il Canada diventa membro associato»

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Donald Trump torna all’attacco. E questa volta nel mirino finisce direttamente l’Unione europea. Il presidente americano minaccia una nuova stretta commerciale contro Bruxelles se l’Ue dovesse procedere con il Canada verso lo status di membro associato.

La formula scelta da Trump è quella che conosce meglio: i dazi. «Applicherei dazi molto pesanti sui prodotti provenienti dall’Europa», ha avvertito. Poi ha aggiunto la minaccia più dura: se la decisione europea fosse considerata «un atto totalmente ostile», Washington potrebbe arrivare anche a «interrompere gli scambi con l’Europa su molte cose».

Trump non usa mezze parole. «Lo trovo ridicolo», ha detto ai giornalisti dopo essere sceso dall’Air Force One in North Carolina. E ha ribadito che un eventuale accordo tra Bruxelles e Ottawa potrebbe provocare una risposta economica pesante da parte degli Stati Uniti.

«Se lo facessero, non farebbero altro che peggiorare la situazione», ha scandito il presidente americano, lasciando così intendere che la scelta europea avrebbe conseguenze dirette sul fronte commerciale.

È un nuovo capitolo della battaglia che Trump conduce da tempo sul terreno degli scambi internazionali. Il presidente americano lega ancora una volta la politica estera alla leva economica e mette i dazi al centro della propria strategia di pressione. Il messaggio rivolto all’Europa è chiaro: ogni decisione ritenuta ostile agli interessi americani può avere un prezzo.

Le dichiarazioni arrivano mentre Trump è impegnato anche sul fronte della politica interna. In North Carolina parteciperà a un evento elettorale a Gastonia per sostenere Michael Watley, candidato repubblicano al Senato in una corsa considerata particolarmente combattuta in vista delle elezioni di midterm.

Dall’altra parte c’è il democratico Roy Cooper, che nei sondaggi citati risulta davanti con il 50,2 per cento contro il 42,4 per cento di Watley. Una sfida che porta Trump direttamente sul terreno della campagna elettorale e che fa da sfondo alle sue nuove dichiarazioni sulla politica commerciale.

Ma è soprattutto l’Europa a raccogliere il nuovo avvertimento. Dopo le tensioni già accumulate sul fronte dei dazi, Washington torna a mettere in discussione la solidità dei rapporti commerciali transatlantici. E Trump lo fa con il suo linguaggio abituale, trasformando ancora una volta la minaccia tariffaria in uno strumento di pressione politica.

La partita sul Canada, quindi, rischia di allargarsi. Da una parte Bruxelles e le sue relazioni con Ottawa. Dall’altra una Casa Bianca pronta a reagire con la leva dei dazi. In mezzo, un rapporto commerciale tra Stati Uniti ed Europa che Trump torna a mettere sotto pressione.

Usa, negato per il secondo anno il visto ad Abu Mazen: salta la partecipazione all’Assemblea generale Onu

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Per il secondo anno consecutivo, Abu Mazen non potrà recarsi negli Stati Uniti per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La richiesta di visto presentata dal presidente dell’Autorità Palestinese è stata respinta da Washington, impedendogli di raggiungere New York e prendere parte ai lavori dell’Onu in programma la prossima settimana.

La decisione è stata comunicata oggi all’ufficio del presidente palestinese. A riferirne sono stati al Times of Israel un funzionario statunitense e una fonte dell’Autorità Palestinese. Il provvedimento, secondo le stesse fonti, riguarda anche decine di altri funzionari palestinesi che avrebbero dovuto accompagnare Abu Mazen negli Stati Uniti.

Alla base del diniego viene indicata la Sezione 212(a)(3)(B) della normativa americana sull’immigrazione. La disposizione prevede l’inammissibilità negli Stati Uniti per persone che abbiano partecipato ad attività terroristiche o che siano state affiliate a organizzazioni considerate terroristiche dalla legislazione statunitense. Nel documento notificato alle autorità palestinesi, questa fattispecie viene indicata come una causa di inammissibilità permanente.

Il mancato visto assume un peso particolare proprio per il luogo e il momento in cui arriva. L’Assemblea generale dell’Onu rappresenta infatti uno dei principali appuntamenti della diplomazia internazionale e costituisce, per la leadership palestinese, una delle occasioni più importanti per intervenire direttamente sul conflitto israelo-palestinese e sulle prospettive di una soluzione politica.

Il provvedimento conferma inoltre la linea adottata da Washington già lo scorso anno, quando Abu Mazen non aveva ottenuto il visto necessario per partecipare all’Assemblea generale. La ripetizione del diniego rende quindi ancora più evidente la distanza tra l’amministrazione americana e la leadership dell’Autorità Palestinese sul tema dell’accesso negli Stati Uniti e, più in generale, sulla gestione della questione palestinese.

Il rifiuto riguarda formalmente l’ingresso nel territorio americano, ma le sue conseguenze si proiettano inevitabilmente anche sul piano diplomatico. L’assenza di Abu Mazen dai lavori dell’Assemblea generale priverà infatti la delegazione palestinese della presenza diretta del suo principale rappresentante politico in uno dei consessi internazionali più rilevanti per il futuro della regione.

Rabbino aggredito a Milano, calci, pugni e sputi alla fermata del bus

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Un’aggressione violenta, consumata in strada e nel giro di pochi istanti. Un rabbino di circa sessant’anni è stato picchiato mentre attendeva l’autobus nella zona di Bande Nere, a Milano. Secondo quanto denunciato, tre uomini lo avrebbero avvicinato per poi colpirlo con calci e pugni, insultarlo, togliergli il cappello e calpestarlo. Prima della fuga, gli aggressori gli avrebbero anche sputato addosso.

A rendere noto l’episodio è stato Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che ha parlato di una vicenda «di una violenza mai successa prima» ai danni della comunità. Secondo il racconto raccolto dalla Comunità, il rabbino sarebbe riuscito a sottrarsi all’aggressione e a dare l’allarme alle forze dell’ordine.

La fotografia scattata durante la fuga

Le indagini della polizia avrebbero avuto un’accelerazione decisiva grazie alla prontezza della vittima. Il rabbino, infatti, sarebbe riuscito a fotografare i tre uomini mentre si allontanavano dal luogo dell’aggressione. Un elemento che avrebbe consentito agli investigatori di restringere rapidamente il campo e individuare i sospettati.

I tre uomini sono stati condotti in questura per gli accertamenti. Saranno ora le verifiche investigative a chiarire la dinamica esatta dell’episodio, le responsabilità individuali e l’eventuale movente dell’aggressione.

Meghnagi ha riferito che, sulla base delle prime informazioni ricevute, i tre sospettati sarebbero di origine araba. Un elemento che, da solo, non consente naturalmente di stabilire né il movente né la matrice dell’aggressione, aspetti che dovranno essere accertati dagli investigatori.

«Un clima che non può più essere tollerato»

L’episodio riaccende intanto l’allarme della comunità ebraica milanese sul clima che si è creato dopo il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas contro Israele.

Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, denuncia un deterioramento del clima pubblico e parla di una crescita dell’odio antiebraico, sostenendo che le tensioni siano emerse già nelle prime fasi successive al 7 ottobre, prima ancora dell’avvio della reazione militare israeliana nella Striscia di Gaza.

Da Romano arriva un nuovo appello alla politica, con l’invito, rivolto in particolare a una parte della sinistra, ad abbassare i toni del confronto. La preoccupazione è che la contrapposizione legata alla guerra in Medio Oriente finisca per trasferirsi dalle piazze alla vita quotidiana, trasformando gli ebrei presenti in Italia nel bersaglio di un conflitto che non appartiene loro.

A Milano il tema è da mesi al centro di un confronto politico e civile particolarmente acceso. Le tensioni sono emerse anche durante il corteo nazionale del 25 aprile, quando la partecipazione della Brigata ebraica fu contestata da gruppi e manifestanti filo-palestinesi, impedendo di fatto al gruppo di sfilare.

La politica condanna l’aggressione

L’aggressione al rabbino ha provocato una serie di condanne provenienti da esponenti di diversi schieramenti politici. Un fronte trasversale che, al di là delle divisioni sulla guerra in Medio Oriente, si è trovato a denunciare la gravità di quanto accaduto a Milano.

Il punto, per la Comunità ebraica, non riguarda soltanto l’arresto o l’identificazione dei responsabili di questo singolo episodio. La domanda è più ampia e investe la capacità di prevenire nuove aggressioni.

«Adesso è facile dire che quei tre uomini sono stati presi dalle forze dell’ordine», ha osservato Meghnagi, chiedendosi però quanto sia possibile garantire controlli efficaci perché episodi simili non si ripetano.

La vicenda di Bande Nere entra così in un quadro più ampio: quello della sicurezza delle persone ebree e della crescente tensione che, a oltre due anni dal 7 ottobre, continua a riverberarsi anche nelle strade delle città italiane. Ma sarà soprattutto l’inchiesta a dover stabilire che cosa sia realmente accaduto, quali siano state le motivazioni dell’aggressione e se l’episodio possa essere qualificato, sul piano giudiziario, come un atto di matrice antisemita.

Pompei, si finge guida e porta un turista di 17 anni in una domus chiusa al pubblico: arrestato custode

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Fotografia: Dal sito ufficiale

L’uomo avrebbe promesso al ragazzo una visita esclusiva tra le rovine, lontano dagli altri visitatori. Secondo l’accusa, una volta raggiunta una zona isolata degli scavi, lo avrebbe aggredito sessualmente. Decisive per le indagini anche le immagini delle telecamere di sorveglianza.

Una promessa fatta per conquistare la fiducia di un visitatore straniero e condurlo lontano dagli occhi degli altri turisti. È questa, secondo la ricostruzione degli investigatori, la dinamica al centro dell’inchiesta che ha portato all’arresto di un custode del Parco archeologico di Pompei, accusato di violenza sessuale aggravata ai danni di un turista di 17 anni.

L’uomo, secondo quanto contestato dalla Procura di Torre Annunziata, si sarebbe presentato al ragazzo come una sorta di guida, proponendogli di accompagnarlo in una parte degli scavi normalmente non accessibile al pubblico. Una visita riservata, presentata come un’occasione particolare per conoscere da vicino una delle domus meno frequentate.

Il giovane avrebbe accettato di seguirlo. L’uomo lo avrebbe quindi condotto all’interno di una domus romana isolata rispetto ai normali percorsi di visita. È lì che, secondo l’accusa, si sarebbe consumata la violenza. Il 17enne avrebbe tentato di opporsi, ma sarebbe stato sopraffatto fisicamente.

La denuncia e le indagini

La denuncia presentata dal ragazzo ha fatto scattare immediatamente gli accertamenti. Gli investigatori hanno ricostruito gli spostamenti del minore e del custode, concentrando l’attenzione anche sui sistemi di videosorveglianza presenti nell’area archeologica.

Le immagini avrebbero fornito elementi ritenuti utili a ricostruire la sequenza dei fatti e a individuare il percorso seguito all’interno del sito. Gli accertamenti hanno portato, a circa un mese dai fatti contestati, alla richiesta della misura cautelare da parte della Procura.

L’arresto a Scafati

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip del Tribunale di Torre Annunziata ed eseguita dai carabinieri nell’abitazione dell’indagato, a Scafati, nel Salernitano.

Il custode è stato trasferito nel carcere di Vallo della Lucania. Nei suoi confronti l’accusa è di violenza sessuale aggravata.

La misura cautelare rappresenta una fase dell’indagine e non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Saranno ora gli ulteriori accertamenti investigativi e il successivo iter giudiziario a stabilire le responsabilità dell’indagato.